Gli Houthi, che oggi sono in grado di bloccare le rotte di petrolio nel Mar Rosso, a che gioco stanno giocando? Sono davvero i più fedeli alleati degli ayatollah nella regione o, al contrario, possiedono un loro punto di vista strategico autonomo? A quanto pare, esistono differenze sostanziali (se non vere e proprie divergenze) su aspetti di fondo, come il mancato intervento diretto a sostegno di Teheran nella guerra contro gli Stati Uniti che, ricordiamolo, nel settembre scorso hanno sottoscritto con gli Houthi un accordo informale di non aggressione. Violarlo ora, significherebbe per i ribelli essere sottoposti a pesanti bombardamenti sulle proprie postazioni, con grave pregiudizio per la loro attuale campagna di conquista dei rimanenti territori ancora in mano ai governativi. Certo, anche per gli Houthi non è facile disimpegnarsi da una difesa attiva del loro più grande sponsor, senza il quale non esisterebbero come gruppo armato, in assenza delle consistenti forniture di missili e droni iraniani, che consentono loro di colpire a grande distanza navi e asset militari degli Stati Uniti nel Mar Rosso e impianti petroliferi sauditi. Ma ciò che davvero stupisce è l’inconsistenza di un Occidente che li ha lasciati crescere e prosperare, ignorando i 250mila morti e gli 11mila e cinquecento bambini (fonti Onu) uccisi e mutilati nella guerra civile che ha sconvolto lo Yemen dal 2014. Così come si continua a ignorare il disastro del Sudan, costato finora 200mila morti e 14 milioni di profughi e di sfollati. Queste cifre di quante volte sono superiori alle vittime palestinesi di Gaza? Altro che due pesi e due misure!
Ma, come sono arrivati i ribelli yemeniti a minacciare l’altra giugulare (la prima in assoluto per quantità trasportate è quella di Hormuz) dei rifornimenti mondiali di petrolio? Il segreto sta nella geografia (insegnata male e troppo poco in tutte le nostre scuole di ogni ordine e grado!) e nella, per così dire, andata e ritorno degli Houthi dalla città portuale di Mokha, situata sulla costa occidentale yemenita, per cui chi ne ha il controllo è in grado di bloccare lo Stretto di Bab al-Mandab, a partire dall’isola di Perim, dalla quale i ribelli dovettero ritirarsi nel 2017, per poi riconquistarla il 10 settembre scorso. E questa riappropriazione suona come una sonora umiliazione per Riad, che appoggia le forze governative contro i ribelli houthi, mentre rappresenta una manna dal cielo per Teheran nella sua guerra contro gli Usa che, a questo punto, non riescono ad arrestare la corsa agli aumenti di petrolio e gas sui mercati internazionali. Diciamo che, anche stavolta, la colpa è della ritrosità degli arabi, e dei sauditi in particolare, a rischiare i famosi “booths-on-the-ground”, inviando proprie truppe di terra a combattere sul sacro suolo di Allah contro il fanatici sciiti, che non hanno alcun timore di sacrificare le loro vite contro gli infedeli sunniti. Tanto più che Teheran ha dimostrato di poter contare sulle quinte colonne delle fazioni paramilitari irachene, strettamente legate al Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica, per condurre attacchi, o minacciare direttamente le monarchie arabe del Golfo (in primis Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), accusate di sostenere le politiche sanzionatorie e militari statunitensi.
Sfruttando infatti la frammentazione politica dell’Iraq, l’Iran ha impiegato il territorio iracheno come rampa di lancio per droni e missili diretti contro infrastrutture critiche nei paesi arabi vicini e basi della coalizione, eludendo la responsabilità diretta dello Stato iraniano. Tornando alla questione di quanto sia salda l’alleanza tra Teheran e il gruppo yemenita ribelle, c’è da dire che gli Houthi tendono a configurarsi come dei proxy “lontani”, determinando così in maniera abbastanza indipendente il proprio livello di coinvolgimento, rispetto agli obiettivi strategici di Teheran. Anche se, occorre ribadire, senza il massivo sostegno in armi e finanziamenti degli iraniani, il gruppo islamista sciita non avrebbe modo di esistere, malgrado si ritenga un partner a tutti gli effetti paritario del regime degli ayatollah. Il loro obiettivo strategico, infatti, è di conquistare l’intero Paese per imporre alla popolazione yemenita una teocrazia di stretta osservanza Shia-Zaydi, sotto la guida del loro leader supremo Abdul-Malik al-Houthi. Entrambi, però, i due alleati condividono l’obiettivo strategico di ridimensionare l’influenza degli Usa nella regione, cosa che, in parte, sta avvenendo con lo spostamento dell’Arabia Saudita da posizioni strettamente filo-statunitensi, a una maggiore autonomia dal loro sponsor tradizionale. Si veda il recente accordo di mutua assistenza con Pakistan e Turchia (una sorta di “Nato sunnita” in fieri), in conseguenza del fatto che gli Stati Uniti non si sono rivelati in grado di proteggere il regno wahabita dalle rappresaglie missilistiche e aeree degli ayatollah, che hanno danneggiato importanti siti petroliferi e infrastrutture strategiche di Riad. Malgrado l’indipendenza dei loro alleati yemeniti, gli iraniani continuano a vedere gli Houthi come dei partner disponibili a implementare la visione religiosa e integralista di Teheran.
Ma, se l’Iran pensa di fare della chiusura dello Stretto di Bab al-Mandab uno strumento per ottenere maggiori concessioni dagli Usa, gli Houthi dal canto loro continuano a pensare che un eventuale accordo tra i due nemici non sarebbe nell’interesse del gruppo ribelle. Di fatto, la milizia yemenita si è finora astenuta dal sostenere lo strangolamento economico dell’Occidente cercato dall’Iran, al fine di evitare misure di ritorsione da parte degli americani, cosa che ne comprometterebbe come accennato la campagna interna di conquista. Tecnologicamente, gli Houthi hanno dimostrato una notevole spregiudicatezza nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale e di internet, hackerando persino le comunicazioni dei comandi nemici. In quest’ultimo caso, la conseguente diffusione di falsi ordini di ritirata ha provocato lo sbandamento delle truppe regolari, consentendo ai ribelli di impadronirsi di grandi quantitativi di armi moderne e di mezzi blindati. Per non parlare poi della loro abilità nell’utilizzo degli strumenti di intelligence e della propaganda, come si è visto anche nelle roboanti apparizioni televisive del suo folkloristico portavoce.
Quel che è certo, per nostra disgrazia, è che la cattura del Porto di Mokha da parte dei ribelli li pone in grado, in pratica, di atteggiarsi come autorità legittima garante della navigazione nello Stretto di Bab al-Mandab, come lo è Teheran di Hormuz. E il tutto grazie al fatto che Mokha è a soli 70 chilometri di distanza dalle principali rotte che passano attraverso lo Stretto, particolarmente esposte quindi alle rappresaglie degli Houthi sulle navi in transito. Non si è ben capito, pertanto, che cosa aspetti l’Europa a potenziare l’operazione Aspide nel Mar Rosso, a protezione delle navi mercantili e della libertà di navigazione in quelle acque contese. Così, perderemo sempre!
Aggiornato il 28 settembre 2026 alle ore 11:20
