Gli Shmerz (dolori) di Merz: un’Alternative di troppo
Foto: Ansa

Nella politica tedesca attuale, a quanto pare, i sapori intermedi non vanno più di moda, perché oggi prevalgono gli estremi: o paprica “rossa”, da un lato, o tartufo “nero” da quello opposto. Ma, talvolta, i due estremi tendono a coincidere su aspetti strategici, vedi il comune rifiuto di sostenere l’Ucraina assediata, come accade in Germania, Italia e Francia. Quindi, è forse per questo che la “minestrina riscaldata” del pensionando Friedrich Merz non attira più gli elettori, che hanno voglia di menar le mani, reclamando sia (da destra) la remigration degli immigrati turbolenti o irregolari, sia (da sinistra) l’esproprio di case troppo care sul mercato immobiliare berlinese. Certo, l’interessato fa spallucce barricandosi nella Cancelleria, malgrado due disastrosi risultati elettorali regionali, nella speranza che l’alluvione rientri alle prossime legislative, dove è in gioco il potere reale nel Paese. Ma, intanto, le policrisi che fanno del colosso tedesco un gigante di argilla sono tutte lì, sotto gli occhi della coalizione Spd e Cdu, e rischiano di diventare ben presto ingestibili, visto il passo di tartaruga con cui vengono prese decisioni fondamentali e sempre più urgenti. In primo luogo, quale è il programma a tappe forzate per convertire l’automotive tedesca in profondo rosso in industria degli armamenti? Sì ma quali? I Leopard sono senza futuro e i caccia multiruolo diverranno operativi tra venti anni, se tutto dovesse andar bene, sempre che si trovi un consorzio di Paesi europei che voglia sostenerne fino in fondo gli altissimi costi. Così, intanto, in mancanza di meglio, tutti continuano ad acquistare gli F-35 americani che necessitano di quintali di terre rare per la loro tecnologia avanzata.

Poi c’è in ballo la questione Ucraina: prima o poi la guerra finirà, ma fino ad allora quanto sarà costata ai “Volenterosi”? C’è da scommettere che nel frattempo le opposizioni rossonere e filoputiniane tedesche crescano ulteriormente nei sondaggi, con il loro rifiuto sia di continuare a sostenere l’Ucraina, sia di acconsentire al riarmo della Germania. Anche lì, rischiamo di risentire il grido di Virginia Libero, responsabile giovani del Pd, che ha invitato tutti a “disertare” perché i suoi giovani prodi (nomen omen) non saranno i soldati delle “nostre” guerre. A parte il fatto che, oggettivamente, la guerra senza quartiere all’Occidente ci è stata dichiarata dall’Iran fin dal 1979, e messa in atto fino a oggi in tutta la cintura mediorientale e a casa nostra, grazie ai famosi proxy e al terrorismo islamico a tutto campo. Varrà la pena, inoltre, ricordare che non ce lo siamo di certo inventati noi il sogno revanscista di Vladimir Putin di riconquistare, anche con la forza, i territori ex sovietici che sono andati perduti con la fine della Guerra fredda. Per di più, le provocazioni russe, con i droni a perdere e gli sconfinamenti dei caccia di Mosca, rappresentano un pericoloso e costante tentativo di sondare i riflessi degli alleati della Nato lungo la linea di difesa dei confini comuni, senza quindi alcun timore reverenziale di doversi scontrare con l’Alleanza, nel caso che un incidente degeneri in un conflitto aperto. Per non parlare, poi, delle (vere) guerre ibride a tutto campo, non meno letali di quelle convenzionali, che i russi hanno già da tempo scatenato contro l’Occidente.

Quando questi “coraggiosi” (ProPal, Pd, M5s e Verdi) si troveranno senza Internet e al buio, perché i cyberattacchi degli uomini-ombra di Putin avranno messo fuori uso la rete elettrica nazionale e le dorsali telematiche, sarà interessante vedere con chi se la prenderanno i nostri “disertori” privati dei loro beni di consumo superflui ma indispensabili, come la realtà virtuale dei social e del cyberspazio. Ma sarà proprio grazie a loro se la strategia divisiva del Cremlino avrà prima o poi successo, in modo da isolare l’Ucraina dall’Europa, puntando nel caso tedesco alle divisioni e fratture profonde che dividono i tedeschi dell’Ovest, “Wessi”, dagli “Ossi”, originari dell’ex Repubblica democratica tedesca comunista. E qui, il paradosso (ma nemmeno la Storia oggi sa essere coerente!) è dovuto al fatto che il leader maximo del Paese che per sconfiggere il nazismo nella Seconda guerra mondiale ha sacrificato 20 milioni di suoi cittadini, oggi si trovi ad appoggiare per meri fini utilitaristici il suo più grande nemico ideologico (tedesco) di sempre! Idem, ovviamente, per i fanatici di Afd che guardano alla Russia come a un modello di riferimento, anche se occorre dire che la stragrande maggioranza dei suoi (convinti) elettori attuali non ha nulla a che vedere con l’ideologia del passato. E, del resto, è proprio su questo che ha fatto presa la protesta antigovernativa di Afd, dato che, come sostiene uno dei fondatori del Partito, Alexander Gauland, “i dodici anni di interregno del nazismo non sono stati altro che un battito di ali nella vita della Germania”. Per cui, a suo avviso, occorre avere una visione un po’ più ampia della Storia: il passato non torna e la Germania deve essere considerata una nazione matura come tutte le altre qui in Europa, liberandosi una volta per tutte del suo inguaribile senso di colpa.

D’accordo, verrebbe da dire, sperando che questa liberazione non avvenga a fucilate, come potrebbe accadere in un clima di guerra civile latente come quello attuale. Si osservi bene la differenza: in Germania dell’Est non esistono grandi quotidiani nazionali, ma soltanto regionali, per cui in questo clima di provincialismo (e di profondi squilibri tra città e campagna) non trovano terreno fertile temi molti cari all’Ovest come il post-nazionalismo e il “patriottismo costituzionale”. E questo anche perché la Germania dell’Est si presentava nel Secondo dopoguerra come il primo Stato socialista, che guardava dall’alto in basso tutti i Paesi confratelli dell’Europa sovietica. Questo sentimento nazionalista si è, paradossalmente, rafforzato all’epoca della riunificazione delle due Germanie, in cui per l’appunto la nazionalità comune tedesca ha rappresentato la chiave di volta dell’intero processo di unificazione. Ma, è stato proprio questo desiderio di assimilazione a essere frustrato dalla prima ondata immigratoria degli anni Sessanta-Settanta, per cui dal 1990 in poi essere tedeschi non era più un privilegio per trovare lavoro e salire i gradini della scala sociale. Ed è così che oggi si assiste a un fenomeno simile a quello francese, con gli immigrati di seconda e quasi terza generazione che tornano ai legami e alle tradizioni (politiche, in questo caso) di origine, dato che stando ai sondaggi il 60 per cento dei giovani Ossi si sente come un cittadino di serie B. Se vincessero le destre antieuropee e filo russe in Francia e Germania, come andrebbero a finire le cose per Bruxelles?

Aggiornato il 25 settembre 2026 alle ore 10:57