Bahrein, la faglia del Golfo

Perché Manama è il fronte più fragile nello scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele

Nel confronto strategico tra Iran, Stati Uniti e Israele, il Bahrein rappresenta molto più di una piccola monarchia del Golfo. È il punto in cui si intrecciano rivalità geopolitiche, identità religiose, sicurezza energetica e competizione tra potenze regionali. Comprendere la vulnerabilità di Manama significa leggere una delle principali linee di frattura del Medio Oriente contemporaneo.

Il Regno del Bahrein occupa una posizione geograficamente modesta ma strategicamente decisiva. Ospita il quartier generale della Quinta Flotta statunitense, è collegato all’Arabia Saudita dal ponte Re Fahd e, dopo gli Accordi di Abramo, ha consolidato una cooperazione senza precedenti con Israele. Per Teheran, questa combinazione trasforma l’arcipelago in uno dei principali avamposti dell’influenza occidentale nel Golfo Persico. Le tensioni, tuttavia, non nascono con l’attuale guerra.

Per decenni l’Iran ha considerato il Bahrein parte della propria sfera storica. Le rivendicazioni territoriali risalgono all’epoca imperiale e solo negli anni Settanta, attraverso un processo sostenuto dalle Nazioni Unite, Teheran riconobbe formalmente l’indipendenza dell'emirato. La Rivoluzione islamica del 1979 modificò però nuovamente il quadro politico, trasformando il Bahrein in uno dei principali obiettivi della strategia iraniana di esportazione dell’influenza rivoluzionaria. Da allora il rapporto è stato caratterizzato da accuse reciproche, crisi diplomatiche e sospetti di sostegno iraniano a gruppi sciiti radicali.

Manama, dal canto suo, ha progressivamente rafforzato il proprio apparato di sicurezza, spesso con il sostegno dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti. La peculiarità bahreinita risiede nella sua composizione sociale. La famiglia reale Al Khalifa appartiene alla minoranza sunnita, mentre la maggioranza della popolazione cittadina è sciita. Questa frattura confessionale costituisce il principale elemento di vulnerabilità dello Stato. Non ogni sciita è naturalmente vicino alla Repubblica islamica, ma la leadership bahreinita considera da sempre il rischio di interferenze esterne una questione di sicurezza nazionale.

Le rivolte del 2011, represse con l’intervento delle forze saudite, hanno lasciato una ferita ancora aperta. Da allora il controllo interno si è irrigidito, mentre ogni tensione regionale alimenta inevitabilmente il sospetto verso le organizzazioni sciite locali. L’attuale conflitto ha aggravato questa dinamica.

Gli attacchi iraniani contro obiettivi militari statunitensi nella regione hanno investito anche il Bahrain, proprio a causa della presenza della Quinta Flotta americana. Dal punto di vista militare, Teheran considera le basi statunitensi obiettivi legittimi nell’ambito dello scontro con Washington. Dal punto di vista politico, invece, ogni missile che attraversa il cielo del Bahrain contribuisce a mettere sotto pressione la monarchia. Ne deriva un duplice effetto. Sul piano della sicurezza cresce la percezione di vulnerabilità di uno Stato che ha fondato per decenni la propria stabilità sulla protezione americana. Sul piano interno aumenta la tensione tra governo e parte della comunità sciita, con un’intensificazione degli arresti, delle revoche della cittadinanza e delle misure repressive nei confronti di attivisti accusati di collaborare con interessi iraniani. Naturalmente, accuse di questo tipo richiedono sempre verifiche rigorose e non possono essere considerate automaticamente fondate. In contesti di conflitto, la dimensione della guerra informativa accompagna quella militare e rende ancora più difficile distinguere tra reali minacce alla sicurezza e repressione del dissenso politico. Il vero problema, tuttavia, è strutturale.

Il Bahrein è uno Stato rentier, la cui stabilità politica si fonda sulla capacità della monarchia di garantire benessere economico, servizi pubblici e sicurezza in cambio di una limitata partecipazione politica. Questo equilibrio funziona finché il commercio, la finanza e il traffico energetico rimangono stabili. Se però il conflitto investe lo Stretto di Hormuz, il modello economico dell’emirato entra inevitabilmente sotto pressione.

L’eventuale riduzione dei traffici marittimi, l’aumento dei costi assicurativi e la perdita di fiducia degli investitori colpiscono proprio quei settori che consentono al Bahrein di compensare risorse petrolifere più limitate rispetto agli altri Paesi del Golfo. Da qui deriva il paradosso strategico. La presenza militare americana rappresenta contemporaneamente la principale garanzia di sicurezza e il fattore che espone maggiormente il Bahrein alle ritorsioni iraniane. Senza Washington, Manama sarebbe molto più vulnerabile alle pressioni regionali; con Washington, diventa inevitabilmente un bersaglio prioritario della deterrenza iraniana.

Per l’Occidente la risposta non può essere l’abbandono del Golfo. Al contrario, la credibilità della presenza americana resta essenziale per la sicurezza dei partner regionali e per la libertà della navigazione internazionale. Tuttavia, la dimensione militare non basta. Occorre rafforzare anche la resilienza istituzionale degli Stati alleati, favorire riforme che riducano le fratture confessionali e sostenere una cooperazione regionale capace di isolare le strategie destabilizzanti di Teheran.

Il futuro del Bahrein dipenderà proprio da questo equilibrio: mantenere il legame con gli Stati Uniti e con gli alleati occidentali, senza trasformare la propria fragilità interna nell’arma più efficace nelle mani della Repubblica islamica.

Aggiornato il 28 luglio 2026 alle ore 09:40