Per decenni l’Europa ha discusso di autonomia strategica senza riuscire a trasformare questa formula in una reale capacità militare. Ha moltiplicato dichiarazioni, programmi comuni e vertici, continuando però a dipendere dagli Stati Uniti per alcune delle tecnologie decisive per la propria sicurezza. Ora è l’Ucraina, il Paese che avrebbe dovuto limitarsi a ricevere protezione, a indicare agli europei come difendere i propri cieli.
La nascita di una coalizione antibalistica guidata da Kyiv rappresenta qualcosa di più di un nuovo progetto industriale. È il riconoscimento di una realtà che molti governi europei hanno faticato ad accettare: l’Ucraina non è soltanto la prima linea della difesa del continente, ma è diventata anche il più avanzato laboratorio militare d’Europa.
Il progetto si chiama Freyja e nasce dalla collaborazione tra l’Ucraina e nove Paesi europei: Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito. L’obiettivo è sviluppare un sistema integrato capace di intercettare i missili balistici russi, combinando gli intercettori progettati dall’industria ucraina con radar, sistemi di comando e controllo e capacità produttive europee.
La prospettiva dichiarata è ambiziosa: raggiungere una prima capacità operativa entro dodici mesi. Un tempo che, secondo le consuetudini dell’industria europea della difesa, apparirebbe quasi irrealistico. Ma la guerra ha insegnato agli ucraini che un sistema perfetto disponibile tra dieci anni serve meno di un sistema efficace prodotto oggi in quantità sufficienti.
È proprio questa differenza culturale a rendere il progetto tanto importante. L’Ucraina progetta, sperimenta, corregge e produce sotto il fuoco nemico. Ogni errore comporta la distruzione di un’infrastruttura, la perdita di una centrale elettrica o la morte di civili. L’Europa, invece, continua spesso a ragionare secondo procedure concepite in tempo di pace, con programmi che richiedono anni per essere approvati e tempi ancora più lunghi per entrare in produzione.
Freyja nasce dalla necessità immediata di colmare una delle vulnerabilità più gravi della difesa ucraina. Il sistema statunitense Patriot rimane l’unica piattaforma a disposizione di Kyiv capace di intercettare con continuità i missili balistici. Ma gli intercettori sono costosi, le scorte limitate e la capacità produttiva americana deve rispondere a una domanda mondiale in crescita.
Mosca conosce perfettamente questa debolezza e cerca di sfruttarla. Nella notte tra il 18 e il 19 luglio, la Russia ha lanciato contro l’Ucraina 41 missili di diverso tipo insieme a 125 droni, concentrando l’attacco soprattutto su Kyiv. È stato uno dei più intensi bombardamenti balistici dall’inizio dell’invasione su larga scala. Non si è trattato di un episodio isolato, ma di una strategia precisa.
Le difficoltà russe nel conseguire risultati decisivi sul terreno spingono Vladimir Putin ad affidarsi sempre più ai bombardamenti a distanza. I missili balistici sono diventati lo strumento con cui il Cremlino tenta di compensare l’incapacità di piegare militarmente l’Ucraina. Colpiscono città, infrastrutture energetiche e reti di riscaldamento con un duplice obiettivo: indebolire la capacità produttiva del Paese e trasformare la vita quotidiana della popolazione in una condizione permanente di paura.
Con l’avvicinarsi dell’inverno, la minaccia assume una rilevanza ancora maggiore. La Russia ha già dimostrato di considerare il freddo un’arma. Distruggere centrali, sottostazioni elettriche e impianti di riscaldamento significa tentare di rendere intere città difficilmente abitabili. Non riuscendo a ottenere la resa degli ucraini sul campo di battaglia, Mosca cerca di provocarla nelle loro case.
Difendersi da questa strategia soltanto attraverso le forniture statunitensi non è sostenibile. Non perché il Patriot abbia perso la propria importanza, ma perché nessun conflitto ad alta intensità può essere affrontato dipendendo da un solo produttore e da una catena industriale collocata dall’altra parte dell’Atlantico. Freyja non dovrà sostituire il sistema americano. Dovrà affiancarlo, distribuendo il peso della difesa su più piattaforme e consentendo una produzione europea su scala maggiore.
La vera novità, tuttavia, è rappresentata dalla divisione dei ruoli. L’Ucraina metterà a disposizione la tecnologia degli intercettori e l’esperienza acquisita contro i missili russi. La Germania dovrebbe assumere un ruolo centrale nello sviluppo delle capacità radar. Gli altri partner contribuiranno con sistemi di comando, finanziamenti, componenti tecnologiche e capacità produttive.
Non è dunque l’Europa a salvare l’Ucraina. È l’Ucraina che offre all’Europa una tecnologia sviluppata per rispondere a una minaccia che presto potrebbe riguardare direttamente anche altri Paesi del continente.
Per l’Italia, che partecipa alla coalizione, si apre una responsabilità concreta. Il nostro Paese dispone di competenze importanti nell’elettronica, nei radar, nei sistemi di comando e nella difesa aerea. La partecipazione non dovrebbe quindi ridursi a una presenza politica o a una firma apposta in occasione di un vertice. Roma deve contribuire industrialmente, finanziariamente e tecnologicamente, assicurandosi al tempo stesso un ruolo nella futura architettura europea di difesa antimissile.
Il progetto Freyja sarà anche una verifica della capacità degli europei di superare rivalità industriali e interessi nazionali. Il rischio è che ogni governo cerchi di tutelare il proprio produttore, rallentando le decisioni e trasformando un programma urgente nell’ennesimo negoziato interminabile sulla distribuzione delle commesse.
La Russia, al contrario, non aspetta. Aumenta la produzione di missili, acquisisce componenti aggirando le sanzioni e tenta di consumare gli intercettori occidentali più rapidamente di quanto gli alleati riescano a sostituirli. È una competizione industriale prima ancora che militare: chi riesce a produrre più velocemente determina ciò che può essere difeso e ciò che dovrà essere sacrificato.
Per questo l’Europa deve abbandonare definitivamente la mentalità del tempo di pace. Non basta annunciare nuovi stanziamenti. Occorre ridurre le procedure, condividere le tecnologie, garantire ordini pluriennali e accettare che l’innovazione comporti anche il rischio di soluzioni inizialmente imperfette.
Dopo oltre quattro anni di invasione su larga scala, l’Ucraina ha acquisito un patrimonio di esperienza che nessun altro Paese occidentale possiede. Ha imparato a intercettare missili e droni, a proteggere infrastrutture, a disperdere la produzione e a modificare rapidamente i propri sistemi sulla base delle contromisure russe. Ignorare questa esperienza significherebbe sprecare il vantaggio più importante di cui oggi dispone l’Europa.
La coalizione antibalistica dimostra che qualcosa sta finalmente cambiando. Kyiv non chiede soltanto armi: propone soluzioni. Non domanda semplicemente di entrare nell’architettura di sicurezza europea: contribuisce a costruirla.
Per anni qualcuno ha sostenuto che l’Ucraina dovesse dimostrare di essere pronta per l’Europa. Oggi è l’Europa che deve dimostrare di essere pronta a imparare dall’Ucraina.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 27 luglio 2026 alle ore 10:06
