Javid Shah, l’ultima battaglia dell’Iran

Pubblichiamo la prima parte dell’intervista a Noushin Masoumi, portavoce dell’Associazione Donna Vita Libertà

I recenti fatti in Iran hanno provocato una lunga spirale di conseguenze importanti per il mondo, ma purtroppo, tra il petrolio e lo stretto di Hormuz, ci si è dimenticato di cosa sia il regime della Repubblica Islamica e quello che gli Iraniani sopportano da 47 anni. Dovrebbe essere un dovere morale per chiunque si professi sostenitore della libertà informarsi ed ascoltare questa gente.

Noushin Masoumi, portavoce dell’Associazione Donna Vita Libertà, si è gentilmente concessa ad una intervista per sciogliere i dubbi più perniciosi che l’opinione pubblica può avere sulla questione iraniana, e che la stampa spesso dimentica di dirimere. La conversazione è stata di due fasi, una prima, questa, in cui si è trattato della comunità iraniana e lavoro delle associazioni, della generale situazione dell’Iran e delle cause delle rivolte.

Ci sono tentativi di ingerenze esterne da parte del regime islamico? Chi si espone vive minacce ed intimidazioni? In generale gli iraniani all’estero devono guardarsi le spalle da forme di minaccia ed intimidazione?

Sì, abbiamo avuto dei casi di minacce ed intimidazioni. Le più comuni sono e-mail di massa che mandano dall’ambasciata iraniana ai residenti in Italia, avvertendo, ad esempio, di stare attenti a partecipare ad attività considerabili contro la “sicurezza nazionale” perché ciò può comportare delle conseguenze. Le minacce che arrivano da istituzioni ufficiali ovviamente sono di carattere più formale.

Ci sono pure delle figure infiltrate, per così dire, che cercano di infastidire la comunità tanto in Italia come in generale fuori dall’Iran (Germania, America etc.). Tra la comunità iraniana ci sono stati casi in cui alcuni hanno ricevuto delle minacce vere e proprie se non anche attacchi personali. L’obiettivo è di intimidire per soffocare, anche qui nel mondo libero, la comunità iraniana. Abbiamo una grande consapevolezza della loro condotta.

Spesso è stato ignorato il dramma degli studenti iraniani, o ricercatori, in Italia ed all’estero.

Gli studenti sono la frangia più fragile. Ovviamente sono giovani, devono pensare allo studio, ma non è facile per nessun iraniano concentrarsi solo sulla propria vita. Sei sempre circondato dalle complesse circostanze politiche, sociali, economiche legate all’Iran. In questo recente conflitto sono state tagliate tutte le vie di comunicazione ed internet. Soprattutto l’invio di denaro. Gran parte degli studenti si sono trovati in crisi, tra affitto, cibo, le tasse universitarie e relative more, con anche impossibilità di dare esami o fare la tesi.

Noi come Associazione Donna Vita Libertà abbiamo cercato di analizzare i problemi di questi studenti ed elaborare delle soluzioni. Quindi ci siamo messi in contatto con i ministeri, tra cui Tajani, spesso sollecitato. Recentemente abbiamo saputo che forse stanno prendendo in considerazione alcune facilitazioni, ma vedremo se andrà a buon fine.

Si può spiegare in poche parole quanto accaduto a gennaio in Iran?

Dire in poche parole quanto avvenuto a gennaio è veramente difficile, perché purtroppo è stato colossale. Gennaio del 2026 è stato un altro capitolo della lotta del popolo iraniano, non la prima delle rivolte. Dal 1979 in poi il popolo iraniano molte volte ha cercato di combattere questo regime perché fin dall’inizio per noi non era accettabile. Ma la particolarità dei due giorni, 8 e 9 gennaio, è la grandezza della protesta e la grandezza della conseguente repressione: il popolo in tutto il paese è sceso in piazza e tutte le città sono state inondate dalle folle, tanto le città più piccole e provinciali quanto le metropoli più “istruite” e famose, dal nord al sud, all’est all’ovest. Un’insurrezione generale.

L’aspetto ancora più straordinario è che la gente si è mossa in seguito all’appello da parte del principe in esilio, Reza Pahlavi. Non è nato tutto per caso. La cosa ci ha colpito tantissimo anche a noi della cosiddetta diaspora. Il Re ha chiesto di fare questa ultima battaglia verso la nostra libertà, dopo anni di lotta tutti insieme.

Da qui lo slogan “Questa è l’ultima battaglia” allora.  

Esattamente, questo che noi diciamo sempre “Questa è l’ultima battaglia, Pahlavi ritornerà”, è nato proprio in Iran. Nelle immagini che siamo riusciti ad avere, inviate da dentro l’Iran, abbiamo visto proprio come la gente chiamava il suo nome a gran voce gridando Javid Shah. Per noi questo non significa che vogliamo la monarchia con un re a capo di tutti, si tratta di un simbolo culturale con un grande retaggio anteriore alla rivoluzione del 1979. Quindi il popolo è come se l’avesse riscoperto nelle sue radici, quello che era prima della dittatura islamica.

Javid Shah significa questo, tornare alle nostre radici, a cosa eravamo per davvero, non semplicemente volere un re per chissà quale velleità.

Molti opinionisti hanno in realtà declassato il tutto a malcontento economico, come rispondi?

Allora, questo aspetto è molto importante perché da un certo punto in poi entra pure l’aspetto economico, ma non nega e non esclude il carattere fortemente politico dell’insurrezione.

In primo luogo, la gente in Iran in generale non è che non abbia da mangiare o manchino beni di prima necessità. Ma il regime è un regime terroristico e soprattutto è un sistema corrotto a tutti i livelli, totalmente incurante dell’amministrazione economica ordinaria. Loro dirottano ogni risorsa naturale ed economica ˗ i soldi degli iraniani ˗ per armamenti, mantenere l’apparato del regime ed i gruppi terroristici in giro per il Medio Oriente.

Loro sono grandi fondatori dei gruppi terroristici, il famoso “Asse della Resistenza” tra Hamas, Hezbollah ed altri. Non si curano delle infrastrutture civili necessarie per la vita della gente come di una corretta gestione economica, dalle scuole agli impianti idrici.

L’Iran è un paese ricco di risorse tra petrolio, gas, energia, eppure in molti posti manca acqua e manca la luce, perché tutte queste risorse sono dirottate al solo mantenimento dell’apparato del regime islamico. Tutto ciò che non riguarda i piani di guerra non è contemplato, mandando in malora l’ordinaria gestione del paese. Le difficoltà economiche sono tutte colpa della Repubblica islamica, quindi questa protesta di gennaio non è avvenuta per il mero caro vita. No!

L’economia e la politica si sono mescolate logicamente. Non è la mala gestione di un governo inadempiente, i governi sono influenti perché è il sistema alla base ad essere marcio. A quel punto siamo andati contro un intero sistema che ha sempre risposto solo sparando sui suoi cittadini. La guerra poi ha aggravato le difficoltà per molti, è innegabile. Ma che all0estero venga visto come semplice malcontento per il caro vita per noi è un po’ doloroso.

 La risposta del regime è stata immediata.

In seguito a questa rivolta hanno ucciso decine di migliaia di persone, i giornali qui dicono 40mila, ma dalle informazioni che abbiamo ricevuto dall’Iran si può stimare fino anche a 100mila cittadini iraniani uccisi da questo regime. Il popolo iraniano oggi se la prende un po’ con tutti, perché tutti ci hanno voltato le spalle ed hanno iniziato a parlare della questione solo quando l’America ha svolto i suoi attacchi e l’uccisione del dittatore. Il tutto qui è arrivato in modo molto parziale.

In realtà poi, sono decenni che si susseguono fatti di sangue ciclicamente (come nel 2009).

Abbiamo vissuto fasi diverse, che si sono evolute nel corso degli anni. E il regime islamico ha risposto con sempre più violenza. La prima protesta contro il regime è stata dalla parte delle donne l’8 marzo del 1979. Cioè, un mese dopo l’occupazione islamica, proprio dalle donne. Il rifiuto è stato già da subito molto forte, ma in quell’epoca ovviamente non c’erano internet e comunicazioni così facilitate; quindi, forse la cosa era più facile da reprimere.

Nel 2009 (il Movimento Verde, io ho visto con i miei occhi come sparavano alla gente per strada, al tempo vivevo lì) le proteste sono state molto più attenzionate perché era all’inizio dell’epoca digitale e delle connessioni internet. Perciò ha avuto molta più visibilità. Le notizie con internet iniziavano a girare più velocemente. Da lì, infatti, gli intervalli tra un’ondata e l’altra di proteste si sono accorciati sempre di più. Proprio per questo ormai dal 2009 è diventata una strategia ben rodata quella di chiudere le connessioni internet ciclicamente. Come poi nel 2019, 2022, 2024 e nel 2026. Per esempio, nel 2019, a novembre, hanno subito tolto la connessione ad internet e in tre giorni o quattro giorni hanno ucciso 3000 persone.

Non si fermano qui le condotte scellerate della Repubblica Islamica però.

Infatti, davanti al livello della reazione del regime abbiamo capito che a mani vuote non si può risolvere. Decine di migliaia se non 100mila persone uccise in due giorni, per non parlare di ciò che avviene nelle carceri da 47 anni, tra arresti, torture ed esecuzioni. Si è addirittura parallelamente creata una mafia che vende gli organi dei morti per torture dentro le carceri o impiccati, delle donne soprattutto. I corpi delle donne non tornano indietro quando vengono uccise dentro le carceri. Persino i capelli delle donne vengono venduti al mercato nero.

La comunità internazionale è spesso sorda.

Noi abbiamo cercato in tutti i modi un supporto internazionale. Cioè sappiamo perfettamente che il meccanismo di R2P esiste. Ci siamo dati questa speranza, ma nessuno ci ha dato retta, nessuno ci ha ascoltato. Abbiamo chiesto tantissime volte al mondo di non dare retta a questo regime, non dare supporti economici, non stringere accordi. Tutte le amministrazioni dell’America e dell’Europa dal 2000 in poi hanno invece annunciato accordi, vedi quelli sul nucleare.

Molti parlano di dover dialogare coi supposti “riformisti”, se esistono, cosa ne pensi?

Se dentro il sistema esiste una parte moderata, una parte riformista? No! Bisogna capire, e veramente questo è un punto molto importante. Si tratta di facciata. Un regime religioso non fa niente che vada al di là dell’ideologia e del mantenimento del potere. È impossibile che ci siano moderati o riformisti. Questo è soltanto un trucco per rendersi appetibili all’Occidente. Noi anche su questo abbiamo cercato mille volte di farlo capire, non fa differenza tra l’uno e l’altro, tutti sono uguali, tutti fanno parte di un sistema dittatoriale, i riformisti sono i mandanti dei massacri al pari degli altri.

Come rispondere alle accuse comuni verso gli iraniani di essere di destra o “vende patria” solo per essere contenti che qualcuno, in questo caso di destra, abbia “rimosso” Khamenei e molti altri dei banditi al potere? Specialmente sono rivolte verso la cosiddetta “diaspora”, che starebbe comoda in Occidente mentre bombardano in patria.

L’unica possibilità che ci è rimasta sono gli Usa ed Israele che hanno attaccato il regime. Per noi non era il massimo perché sapevamo che stavamo per percorrere una strada molto pericolosa. Ci tengo a dire che la gente sapeva dei rischi dell’operazione di Trump e Netanyahu ed è stata d’accordo, accettandola.

Parlare di destra-sinistra in Iran come in Occidente è errato, a livello locale non esiste. Non siamo a destra o a sinistra, ci siamo trovati Trump e Netanyahu. Se l’avesse fatto la sinistra lo avremmo accettato. Poi, stiamo parlando di una lotta per una liberazione, a me iraniana che me ne frega di destra-sinistra?

Quando si parla di salvare un popolo da una violenza del genere, per me non esiste anteporre idee di destra o sinistra. Come posso girare le spalle per mera ideologia? Pur di andare contro Trump molti hanno preferito chiudere gli occhi sulla violenza in Iran. Tutti abbiamo lì famiglia, amici o parenti o contatti, abbiamo vissuto notti di incubi quando erano in corso quegli attacchi, perché poteva succedere di tutto. Sappiamo che gli attacchi erano mirati su punti precisi, colpivano lo stato, ma comunque c’erano rischi. Noi abbiamo accettato di vivere in questo terrore, ma poi vediamo che la comunità internazionale porta gli assassini del popolo iraniano al tavolo del negoziato.

Voglio anche dire che, circa destra/sinistra, per noi iraniani il nazionalismo e il patriottismo sono concetti legati e non coincidono con la tradizione europea e occidentale. Essi non sfociano mai nel razzismo, o in generale nell’esclusione verso la diversità, all’isolazionismo. Noi intendiamo amare la cultura e la storia del nostro paese; si basano su un’identità nazionale e culturale, non il ripudio per le diversità, anzi. Perciò si ricollega tutto alla lotta di 47 anni per riprendere il nostro paese, la Patria, occupata da quelli che non ci devono essere, che sono dittatori.

Con la politica e l’opinione pubblica italiana è un’incomprensione a livello culturale, che ci rende talvolta difficile il dialogo.

(Continua...)

Aggiornato il 22 luglio 2026 alle ore 14:16