Il tributo dell’Italia alla resistenza del popolo iraniano

Il feroce riflesso della teocrazia di Teheran torna a scuotere le cancellerie occidentali e il dibattito politico italiano, trovando una dura e articolata cassa di risonanza nelle dichiarazioni del senatore Giulio Terzi, presidente della Commissione Politiche dell’Unione Europea a Palazzo Madama, il quale ha definito senza mezzi termini le celebrazioni in corso nella capitale iraniana come un autentico “congresso del terrore”. L’occasione, che ha richiamato in Iran le delegazioni delle più brutali autarchie globali e i vertici delle milizie sciite mediorientali, è quella dei funerali solenni a quaranta giorni dall’eliminazione di Ali Khamenei; una figura che Terzi non esita a bollare come la vera Guida Suprema del terrorismo internazionale, piuttosto che di uno Stato sovrano. La convergenza a Teheran dei rappresentanti di sigle tristemente note come Hezbollah, Hamas, Kata’ib Hezbollah, i ribelli Houthi e la Jihad Islamica Palestinese – componenti chiave del sedicente “asse della resistenza” all’Occidente – rappresenta secondo l’analisi del parlamentare italiano il consolidamento visibile di una rete criminale capillarmente finanziata, armata e addestrata dalla Repubblica Islamica.

Questo cartello del terrore è accusato non solo di aver seminato in Medio Oriente il germe del peggior antisemitismo e della violenza più cruda, ma anche di aver sistematicamente oppresso le stesse popolazioni civili nei territori sotto il loro controllo. Il quadro geopolitico attuale mette a nudo i livelli estremi di assolutismo e tirannia cui il regime fondato sulla dottrina della Velayat-e faqih ha condotto il Paese, esasperando l’eredità repressive di Ruhollah Khomeini attraverso un ricorso massivo e sistematico alla pena di morte, utilizzata come primario strumento di annientamento di ogni forma di dissenso politico interno.

I numeri evocati da Terzi sono drammatici e delineano una vera e propria epurazione permanente. Oltre centomila oppositori politici giustiziati nel corso degli anni e quasi 900 sentenze capitali eseguite dall’inizio del solo 2026: un dato agghiacciante che non ha subìto flessioni nemmeno dinnanzi al gravissimo conflitto aperto con Stati Uniti e Israele divampato lo scorso 28 febbraio. Questa lunghissima scia di sangue non si ferma entro i confini nazionali dell’Iran, ma possiede propaggini transnazionali storicamente confermate dagli ordini di eliminazione eseguiti all’estero contro le figure di spicco della dissidenza.

A tal proposito, la memoria storica italiana conserva una cicatrice indelebile legata all’assassinio, avvenuto a Roma nel marzo del 1993, per mano di un commando speciale inviato da Teheran: la vittima era Mohammad Hossein Naqdi, già incaricato d’affari presso l’Ambasciata iraniana nella capitale italiana, il quale si era dimesso coraggiosamente in segno di aperta protesta contro il regime degli ayatollah per poi assumere la rappresentanza del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana in Italia. Di contro a questa opprimente macchina di violenza istituzionalizzata, l’analisi politica del senatore Terzi si volge a tributare il massimo onore alla memoria di Mahsa Amini e al dirompente movimento “Donna, Vita, Libertà”, capace di catalizzare oceaniche manifestazioni che hanno visto scendere nelle piazze milioni di iraniani di ogni estrazione sociale, età e condizione, con una straordinaria e coraggiosa partecipazione di giovani e giovanissimi.

Questi cittadini hanno sfidato la morte per rivendicare i diritti fondamentali, domandare la liberazione immediata dei prigionieri politici e pretendere la fine definitiva delle esecuzioni e delle torture medievali inflitte dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Proprio i Pasdaran, sotto il comando diretto della defunta Guida Suprema, si sono macchiati di crimini inauditi, aprendo indiscriminatamente il fuoco sulla folla inerme e provocando, nel giro di appena due giorni di brutale repressione sanguinosa, oltre 35mila vittime civili e il ferimento di più di 300mila manifestanti. È a questa immensa fetta di società civile oppressa che le istituzioni democratiche devono rivolgere la propria totale e incondizionata solidarietà, rigettando fermamente il malsano tentativo di beatificazione pubblica di chi per decenni ha orchestrato sofferenza e sterminio.

In questo scenario, la decisione formale dell’Unione europea di disertare le esequie e non inviare alcun rappresentante ufficiale a Teheran viene rivendicata come una scelta sacrosanta e non negoziabile, smentendo categoricamente l’approccio di quanti, all’interno dello scacchiere diplomatico internazionale, insistono erroneamente nel perseguire la via del dialogo e del compromesso con i carnefici e non con il popolo iraniano, scambiando la debolezza strategica e l’elemosina di illusorie concessioni con una reale azione di pace e di giustizia internazionale.

Aggiornato il 07 luglio 2026 alle ore 10:22