L’alternativa democratica per l’Iran

A Parigi il vertice mondiale chiede la fine dell’appeasement

Il futuro dell’Iran deve necessariamente passare per la costruzione di una repubblica democratica, laica e rispettosa dei diritti umani fondamentali, ponendo fine una volta per tutte alla fallimentare e controversa politica occidentale di accomodamento nei confronti della teocrazia di Teheran. È questo il fermo e unanime messaggio scaturito dal Vertice mondiale Iran libero 2026, svoltosi nella capitale francese in coincidenza con il quarantacinquesimo anniversario dell’inizio della resistenza organizzata contro la dittatura religiosa dei mullah. L’evento di quest’anno ha riunito a Parigi centinaia di eminenti personalità politiche internazionali, parlamentari di diversi schieramenti, illustri giuristi e attivisti per i diritti umani provenienti da oltre cinquanta Paesi, tutti concordi nel riconoscere nel Consiglio nazionale della resistenza iraniana l’unica vera e strutturata alternativa democratica all’attuale regime teocratico.

I lavori del summit si sono aperti in un clima di forte tensione e accese polemiche internazionali a causa della controversa decisione dell’amministrazione di Parigi che, a meno di quarantotto ore dall’inizio dell’evento, ha imposto severe restrizioni e un improvviso divieto dell’ultimo minuto al maxi-raduno di piazza che avrebbe dovuto portare oltre centomila esuli iraniani e sostenitori da tutta Europa a Place Vauban. Una scelta restrittiva che è stata duramente definita dai delegati internazionali, tra cui figurano autorevoli ed esperti esponenti del mondo politico britannico ed europeo, come una resa del tutto inaccettabile alle forti pressioni e ai continui ricatti diplomatici esercitati da Teheran, ma che non ha comunque fermato lo svolgimento formale della conferenza, sdoppiata tempestivamente nei quartieri generali blindati di Auvers-sur-Oise.

Nel suo atteso discorso programmatico, la presidente eletta del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, Maryam Rajavi (nella foto), ha duramente condannato i costanti tentativi del regime di mettere a tacere l’opposizione attraverso accordi commerciali o diplomatici siglati dietro le quinte, ribadendo con forza che la crisi strutturale della teocrazia è ormai del tutto irreversibile, soprattutto dopo le massicce rivolte popolari che hanno scosso l’intero Paese tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.

Rajavi ha poi illustrato ai presenti i dettagli operativi del suo Piano in dieci punti, un vero e proprio manifesto politico per la transizione istituzionale che prevede la netta separazione tra stato e religione, la piena parità di genere, l’abolizione definitiva della pena di morte e l’impegno per un Iran totalmente non nucleare, impegnandosi formalmente a trasferire la sovranità al popolo mediante elezioni libere entro sei mesi dal collasso del sistema clericale. Al centro del dibattito internazionale è finita anche la drammatica escalation di violazioni dei diritti umani all’interno dei confini iraniani, descritta dagli analisti geopolitici come una vera e propria campagna di terrore di Stato e un chiaro segno di estrema debolezza del regime stesso, che dall’inizio del 2026 ha già purtroppo registrato la spaventosa cifra di oltre ottocento esecuzioni capitali sul proprio territorio nazionale, colpendo in modo durissimo i giovani dissidenti, le minoranze e i membri più attivi dei gruppi di resistenza interni.

Aggiornato il 25 giugno 2026 alle ore 10:26