L’Iran 2.0: di male in peggio

Avete mai saputo del ritorno della fauna selvaggia nelle foreste che circondano Chernobyl? No, non si tratta di una nuova generazione di batteri che, come quelli che degradano le plastiche, sono in grado di trarre energie nutritive dalle radiazioni. Lo schema è semplice: le altre specie subiscono l’irraggiamento esattamente come noi, ma hanno prodotto modificazioni genetiche adattative (con conseguenze più o meno significative sul loro Dna), e quelle superiori hanno selezionato gli individui più resistenti ai tumori. Ora, per quanto possa sembrare paradossale, la straordinaria resilienza dell’Iran sembra proprio funzionare allo stesso modo. Appresa la lezione nordcoreana, con visite in situ di esperti iraniani, la si è riprodotta migliorandola all’interno delle montagne di granito nei dintorni di Yadz (ma esisterebbero dozzine di impianti simili dispersi nel territorio), seppellendo fabbriche di missili e droni a molte decine di metri in profondità in “città-missile”, come le definisce Financial Times (Ft). Siti che, come accadde a Cassino con le truppe meccanizzate tedesche, ogni volta hanno ripreso a funzionare dopo i massicci bombardamenti israelo-americani degli ultimi mesi, scavando come talpe nuove uscite per i lanciatori. E, in questo, a nulla valgono le famose “loiter munition” (droni armati di sorveglianza dell’area muniti di Intelligenza artificiale), perché dovrebbero muoversi all’interno dell’Iran molto lontani dai centri di controllo alleati. In questo modo si capisce anche meglio come un esercito, o una milizia (vedi Hamas e Hezbollah) possano resistere a un nemico molto più forte, come gli Usa e Israele, nascondendo nelle profondità del suolo, o nei tunnel, armamenti, missili, droni e uomini armati, nel caso delle milizie proxy di Teheran. Il che, verificata l’inconsistenza della contraerea iraniana, dimostra anche quanto fossero poco accurate le previsioni di intelligence di Washington e Tel Aviv nel saper stimare accuratamente il livello di distruzione degli arsenali missilisti dei pasdaran, valutato attorno al 70 per cento, mentre oggi è quasi sicuro il contrario.

Ovvero, che a essere messo fuori uso sarebbe stato solo il 30 per cento del potenziale missilistico, vista la capacità puntuale di reazione dell’Iran a ogni violazione della tregua (Libano compreso), con il lancio di salve missilistiche su obiettivi israeliani e su siti sensibili dei Paesi del Golfo alleati dell’America. Ora, la mutazione “genetica”, politicamente parlando, della leadership di questo Iran teocratico 2.0 consisterebbe proprio nel fatto che la decapitazione della vecchia guardia al potere (che conservava memoria delle enormi perdite e distruzioni subite in otto anni di guerra con l’Iraq) ha lasciato spazio a una nuova generazione di leader, che non hanno più timore dello scontro aperto con i Satana occidentali. Ma che anzi, al contrario, desiderano uno stato di guerra permanente per dimostrare la propria superiorità e resilienza, proiettando la nuova forza del loro potere su tutti gli Stati della regione, nell’ottica di realizzare il sogno della Grande Persia sciita. In questa visione strategica, lo Stretto di Hormuz non tornerà mai più libero alla navigazione, poiché per i nuovi guerrieri dell’Islam rappresenta da oggi in poi una fonte sistematica di approvvigionamento di valuta (una sorta di risarcimento permanente dei danni di guerra subiti), e la garrota costante sul benessere del resto del mondo, da stringere o rilasciare in base alle esigenze del regime teocratico. Almeno, finché gli altri (Paesi produttori e consumatori) non troveranno vie alternative, come oleodotti e trasporti via terra, che surroghino le vie d’acqua esistenti del Golfo Persico. L’alternativa, come per la Germania del 1945, sarebbe un’invasione massiva di terra e mare dell’Iran, che causerebbe non meno vittime (civili e militari) della conquista di allora, prima che una sollevazione popolare venga in soccorso agli invasori.

Molti dei giovani leoni sciiti oggi al potere hanno criticato duramente in passato la loro precedente leadership, per non aver adeguatamente reagito all’epoca dell’assassinio del loro capo militare, il generale Qasem Soleimani, comandante della Forza Al-Quds, l’unità d’élite del Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), incaricata delle operazioni clandestine e militari all’estero. Considerato per decenni l’architetto della strategia geopolitica delle milizie proxy (per tenere sotto pressione costante Israele) e dell’influenza militare dell’Iran in Medio Oriente, Soleimani è stato ucciso da un drone il 3 gennaio 2020 a Baghdad, su ordine del presidente Donald Trump. Allora, queste intemperanze di aggredire militarmente per ritorsione gli alleati dell’America nel Golfo vennero contenute dalla leadership passata, mentre oggi i pasdaran non hanno alcuna remora a reagire contro gli Usa, certi che Trump non si può permettere, al contrario di loro, di restare impantanato in una guerra di attrito senza fine, anche se a bassa intensità! Questo radicale cambiamento della dottrina strategica iraniana è particolarmente visibile nel caso del Libano, dove addirittura c’è stata una letterale inversione della logica proxy. Prima del conflitto, infatti, Hezbollah rappresentava una velenosa spina nel fianco di Israele, nel caso di un attacco all’Iran da parte di quest’ultimo. Oggi, vale esattamente il contrario: sono i missili iraniani a colpire direttamente il territorio israeliano per la difesa di Hezbollah.

E ciò è destinato a funzionare come un vero proprio divaricatore strategico tra gli interessi di Trump e di Benjamin Netanyahu, dato che il primo (assillato dalle prossime scadenze elettorali e dalla caduta verticale dei consensi in patria a causa della guerra con l’Iran, e per la risalita dell’inflazione) ha l’assoluta necessità di addivenire a un accordo con Teheran; mentre il secondo intende garantire sempre e comunque la messa in sicurezza dei confini nord di Israele. Certo, fa un po’ sorridere la presunzione dei nuovi leoni sciiti di poter condizionare con la forza delle armi gli equilibri regionali, dimostrando con i loro arsenali di poter colpire in ogni momento il nemico sionista, in modo da stabilire un nuovo principio di “deterrenza”. Ma questa hubris è già stata messa in crisi fin da ora, dato che per funzionare necessita che il tuo avversario si astenga da ogni intervento armato, sapendo di subire più danni di quanti ne possa infliggere a te. Invece, è andata esattamente all’opposto. Malgrado il moderato lancio di missili iraniani per ritorsione, Tel Aviv ha continuato a colpire Beirut e Hezbollah. Ma se i tiri iraniani non hanno causato gravi danni agli israeliani (anche perché, in caso contrario, sarebbero riprese in pieno le ostilità!), Israele ha colpito a fondo obiettivi militari e infrastrutture petrolifere vitali per Teheran. Così l’Iran da oggi in poi si troverà di fronte allo scomodo bivio se riprendere la guerra, per difendere i suoi proxy, o lasciare che Israele continui a colpirli. E se i piloti americani dell’elicottero Apache abbattuto fossero rimasti uccisi, Trump avrebbe ripreso i suoi bombardamenti in grande stile contro gli obiettivi militari iraniani. In futuro i radicali sciiti sono avvertiti: invece che l’Iran 2.0 ci potrebbe essere ritorno alla guerra permanente degli anni Ottanta, tipo: tu ricostruisci e gli altri demoliscono ciò che hai ricostruito!

Aggiornato il 15 giugno 2026 alle ore 10:54