I “compagni” del Burkina Faso

Il Burkina Faso come altri Stati del Sahel, sta attraversando un periodo di particolare criticità causato dall’espansionismo jihadista. Inoltre, similmente ad altri Paesi della regione e confinanti come Niger, Mali, Ciad, ha un governo frutto del metodico e collaudato colpo di Stato. Quindi regimi con forti tendenze assolutistiche, necessarie per il complesso contesto sociale, che da alcuni anni hanno soppiantato l’influenza dell’ex colonialista Francia, con la più autocratica “amicizia” della Russia. Così alla fine di settembre 2022, il capitano Ibrahim Traoré con un colpo di Stato ha preso il potere in Burkina Faso. Inizialmente aveva garantito un governo di transizione, ma si è poi autoproclamato presidente prevedendo di restare in carica, per ora, fino a luglio 2029, periodo durante il quale non saranno celebrate le elezioni. Tale scelta va oltre la compulsione da potere assoluto, in quanto il paese soffre di una grave crisi di sicurezza che si sta esprimendo con una feroce guerra contro i gruppi jihadisti aderenti al Gsim, Gruppo di sostegno allIslam e ai musulmani, che controllano ampie zone del Paese, e che alcune settimane fa hanno anche tentato un assedio alla capitale Ouagadougou.

In contrapposizione alle tendenze di parcellizzazione della società, già decisamente endemiche ma oggi causate anche dalla perdita del controllo su alcune aree della regione, e sulla traccia di uno spirito aggregativo, il governo burkinabé, il primo giugno, tramite un comunicato del primo ministro Jean Emmanuel Ouédraogo, ha emanato una disposizione amministrativa indirizzata a tutti i Dicasteri e alle istituzioni statali; tale norma impone che il termine “compagno” venga utilizzato metodicamente in tutte le occasioni pubbliche e nella corrispondenza istituzionale. In questa prima fase l’utilizzo del termine “compagno” sarà adottato nei grandi centri urbani, ma è intenzione del governo di diffondere capillarmente questa nuova regola semantica giungendo al sovietico utilizzo tra tutti i burkinabé. Perché questo passaggio ad un lessico non casuale in un momento cruciale per il Paese? Di base c’è la volontà di allineare all’ideologia rivoluzionaria popolare e tendenzialmente progressista manifestata come progetto politico dal golpe, lo spirito di uguaglianza fraternità e solidarietà tra i leader e il popolo; quindi, come dichiarato dal capo del governo Ouédraogo, avviare il Paese verso la costruzione del “nuovo Burkina Faso”.

Una modalità operativa, quella della giunta militare, che sta tracciando un piano linguistico dinamico in grado di riflettere in modo veloce la realtà extralinguistica, favorendo la percezione del peso sociale delle strutture di rappresentanza statale. Infatti a gennaio di questo anno il Ministero della Difesa è stato ribattezzato Ministero della Guerra e della difesa patriottica, come il Ministero del Servizio pubblico, del lavoro e della previdenza sociale ha assunto il nome di Ministero dei Servitori del popolo. Quindi una nuova visione del significato dello Stato, propugnata dalle autorità di transizione, con forti connotazioni dogmatiche che contribuisce a strutturare e consolidare il campo lessicale della rivoluzione progressista e popolare. La rivoluzione progressista e popolare che sta caratterizzando il futuro del Burkina Faso, vede così il Ibrahim Traoré essere appellato come “compagno presidente”; ma in quale scenario ideologico e politico si innesta questa visone “progressista e rivoluzionaria” del Paese?

Superando il semplice accostamento delle espressioni ideologiche in atto con le forme concettuali e politiche che indubbiamente ricordano il sovietismo, basti ricordare quanto Traoré ha dichiarato in più occasioni e anche alcuni mesi fa, circa il concetto di democrazia: ha così affermato che la popolazione deve “dimenticare la democrazia”; aggiungendo che la “democrazia uccide”, e che “la democrazia non fa per noi”. Portando ad esempio la Libia, dove l’imposizione dall’esterno della democrazia ha portato ad un fallimento, affermando che “ovunque nel mondo si cerchi di instaurare la democrazia, si finisce con spargimenti di sangue; la democrazia è schiavitù”. Traoré arriva al potere a settembre 2022, a valle di un precedente golpe avvenuto otto mesi prima di cui era stato co-artefice e nel quale era stato deposto il governo del presidente Roch Marc Kaboré, democraticamente eletto.

Possiamo parlare dell’ennesima dittatura sul suolo africano, questa volta con accentuate sfumature comunistiche, o delle necessità di avere regimi dittatoriali? Che la “democrazia” sia una utopia è cosa nota, anche in ambiti dove viene venduta come pietra miliare della società, ma va ricordato che in specifiche aree geografiche sia per questioni religiose, ovvero in Paesi a maggioranza musulmana dove vige una forma di sharia, quindi in assenza di principi democratici per “legge”, sia per necessità socio-politiche, mantenere i minimi segni di democrazia è quasi impossibile. Tanto è che Traoré conscio di questi scenari ha sciolto i partiti politici, confiscatone i beni e sospeso le elezioni. Il problema oggi è il jihadismo, gruppi armati legati al Gsim e frange dell’Isis, al-Qaeda, che hanno invaso il Paese e ora controllano ampie aree della regione. Combattere questo estremismo islamico è sicuramente più agevole tramite analoghi sistemi autocratici, considerando che le dittature non sono, ovunque si formino, incidenti sociologici ma necessità sociologiche circoscritte al periodo, e che la “democrazia” non è esportabile. E il “compagno” Ibrahim Traoré ne è assolutamente consapevole.

Aggiornato il 10 giugno 2026 alle ore 10:18