L’Impero degli Han: la Cina al centro

Se non ti siedi a tavola con Xi Jinping, allora vuol dire che stai nel (suo) menu. Quando si dice cinese, si dice Han, che rappresenta il più grande gruppo etnico del mondo e costituisce circa il 92 per cento della popolazione della Cina continentale. Dicendo nel linguaggio comune “cinese”, ci si riferisce quasi sempre a questo specifico gruppo, che non fa mistero di sentirsi superiore a qualunque altro ceppo etnico, asiatico, africano, occidentale. Il nome deriva direttamente dalla storica Dinastia Han, il cui periodo di regno va dal 206 avanti Cristo al 220 dopo Cristo, ed è considerato l’età dell’oro per l’unificazione culturale, economica e politica del Paese, dato che fu proprio in quei quattro secoli che i cittadini dei vari regni iniziarono a identificarsi come un unico popolo. Ora, siccome le abbiamo lasciato briglia sciolta circa 25 anni fa, facendola entrare senza pagare pegno nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), da allora la Cina, calpestando tutte le regole che aveva solo finto di condividere, è divenuto l’hub manifatturiero del mondo, con prodotti di bassa e bassissima qualità a prezzi stracciati e imbattibili, tanto che gli armadi domestici di tutto il mondo rigurgitano delle loro merci di cui spesso i possessori (per la stragrande maggioranza di genere femminile) ignorano persino l’esistenza, lasciandole languire nelle loro etichette originali. Ma questo c’era una volta: cosa che oggi non c’è più, perché i cinesi dopo aver fatto un mare di miliardi di dollari di surplus commerciale con merci a basso valore aggiunto, hanno operato la scelta successiva di dominare il mondo con la loro tecnologia avanzata.

Il tutto sulla base preveggente delle direttive date dai furbissimi Deng Xiao Ping nel 1989 e Xi Jinping nel 2016, che hanno messo nel sacco l’intero pianeta dirigendo le loro armate produttive su approdi fino ad allora sconosciuti, ma dai quali oggi tutti dipendono se vogliono competere sui mercati tecnologici avanzati. Iniziando dalle terre rare (la cui produzione è altamente inquinante) di cui i cinesi hanno il quasi monopolio assoluto, per finire alle tecnologie green che oggi costituiscono il nuovo hub manifatturiero iper-avanzato del mondo intero. Al quale centro di gravità l’Europa soprattutto si è resa incautamente schiava (non avendo appreso assolutamente nulla dalla triste storia di dipendenze energetiche dal Medio Oriente e dalla Russia), con la sua scriteriata svolta green. Non più auto a combustione interna, quindi, né centrali elettriche alimentate con idrocarburi, ma veicoli elettrici, pale eoliche e pannelli fotovoltaici manifatturati in Cina. Ora, come si fa a consegnare a priori il proprio futuro energetico in mani altrui (ovvero, dell’antagonista planetario), avendo deciso, con una buona dose di follia e incoscienza, la transizione tecnologica da un dominio pienamente sotto controllo produttivo-tecnologico, a un altro che ci è del tutto estraneo e dal quale saremo costretti a dipendere nei prossimi decenni? E siccome non c’è due senza un tre (giallo), ecco che oggi l’Ai-Han (Artitifical Intelligence, nell’acronimo inglese) sta di nuovo dominando il mondo per la terza volta, stavolta ex aequo (per ora!) con i loro grandi rivali americani. I russi, in questo gioco, non contano, visto che rischiano persino di perdere il loro scontro per la vita (una sorta di Sfida all’Ok Corral tra slavi) con gli ucraini, che fanno appena un terzo della loro popolazione.

Così, sul palcoscenico mondiale il neo Figlio del cielo Xi si può degnare di ricevere in grande spolvero di legioni di guardie d’onore prima il suo pari grado Donald Trump, e poi il compare d’anello Vladimir Putin, che si è sposato obtorto collo con la su amata Cina, dopo aver divorziato in armi dall’Europa e dall’Occidente. Con qualche buona ragione da parte sua, per la verità, visto che cosa abbiamo combinato noi alla Russia di Boris Eltsin americanizzando in un colpo solo la loro economia a pianificazione centralizzata, e poi mettendoli all’angolo con la nostra hubris Natoforme, per cui abbiamo ritenuto opportuno non sciogliere la nostra Alleanza Atlantica simmetricamente e contestualmente al Patto di Varsavia, malgrado il 1991 ci avesse regalato la scomparsa del nostro nemico storico, l’arcigna e dispotica Unione Sovietica. Così, mentre l’Occidente procedeva di guerra sbagliata ad altre guerre sconsiderate, la Cina ha pensato solo ad arricchirsi e a dominare il resto del mondo con le sue strategie di conquista planetaria, sul modello della Road & Belt Initiative. Invece noi fin dai primissimi anni del XXI secolo abbiamo bruciato triliardi di dollari in invasioni del tipo Afghanistan e Iraq, per poi terminare con guerre-lampo in Iran e in Medio Oriente. In questo quarto di secolo siamo andati a cercar guai in giro per il mondo, senza risolvere nulla dei mali che volevamo estirpare. Come sta accadendo oggi con il nucleare iraniano e con la minaccia esistenziale che gli ayatollah fanno gravare sull’intero Golfo Persico con i loro sistemi missilistici e attraverso il blocco di Hormuz, che rappresenta la giugulare dei rifornimenti energetici per il resto del mondo.

Così, Vladimir Putin negli ultimi quattro anni di guerra ha fatto un grandissimo regalo a Xi, che lo tiene sulla corda con i suoi acquisti di gas e petrolio a prezzi stracciati, mentre lascia ancora nel limbo (malgrado che Putin sia stato per ben 25 volte a Pechino, dal suo insediamento al Cremlino) il contratto per la costruzione di un gasdotto da 50 miliardi di metri cubi all’anno per trenta anni, Power of Siberia 2, esistente per ora solo sulla carta. L’infrastruttura co-finanziata da Gazprom, lunga 2600km, parte dalla penisola di Yamal in Siberia e attraversa la Mongolia per poi arrivare in Cina. Così, mentre il russo tesse faticosamente il suo ponte tibetano dal basso verso l’altro per tenere in piedi la sua traballante economia di guerra, mettendo molta tecnologia cinese dual-use nelle testate dei suoi missili, l’americano di converso è costretto a impiegare tutta la sua arte transattiva da immobiliarista, per proteggersi dalla sovrapproduzione industriale del colosso cinese e cercare intese sull’Ai e sui minerali strategici, sui quali si basa la sua intera superiorità militare e tecnologica. Ma l’arma in assoluto più potente di Xi è la sua forza politica, non essendosi impantanato in nessuna avventura armata, come i suoi due illustri ospiti. Per cui la Cina, grazie al credito acquisito presso i Brics+, con particolare riferimento all’Iran, al Sud America e agli stessi produttori di petrolio del Golfo Persico, Arabia Saudita in testa a tutti, è l’unico grande Paese al mondo a poter far pendere la bilancia verso gli accordi di pace (compreso il contenimento della Nord Corea) e il mantenimento di un minimo sindacale di globalizzazione. Perché, più il aumenta il caos, maggiori sono le turbolenze sui commerci mondiali che fanno scendere il Pil cinese basato sulle esportazioni. Se Atene (Occidente) piange, di certo Sparta (Cina) non ride.

Aggiornato il 25 maggio 2026 alle ore 10:31