Oggi, 11 settembre. Non una data qualunque del calendario. Non sarà mai una data qualunque. Perché c’è quell’11 settembre, lì dall’altra parte del mare, del mondo. Così lontano, eppure così vicino da passarci accanto come il brivido freddo che lascia la Grande mietitrice quando ti passa accanto. Quando ti sfiora. E tu la senti, ne avverti la presenza. Ti scuote, ti agita. E poi, prima che la pietà ti prenda e ti ponga all’ascolto del tragico destino capitato all’altro da te, per un solo istante fa capolino nella testa quel pensiero inconfessato e inconfessabile che affiora dalle profondità della natura dell’individuo, di ogni individuo, che ti fa sussurrare a mezza bocca: “menomale che non sia capitato a me” e ti attraversa l’anima come lama che fende un molle pane di burro. Siamo persone orribili per questa resa istantanea all’istinto di autoconservazione che accompagna le nostre esistenze? No, siamo umani, troppo umani, per spacciarci da eroi senza macchia e senza paura nell’ora più buia.
Quattro aerei lanciati sui cieli degli Stati Uniti come altrettanti ordigni nucleari sganciati per incenerire non una città, una nazione, un popolo ma un’intera civiltà. La nostra civiltà. In quel 2001 – venticinque anni orsono – abbiamo preso coscienza tutti insieme, da questa e dall’altra parte dell’Oceano, della nostra vulnerabilità. Abbiamo scoperto di non essere invincibili. E l’idea che la caduta di un muro ci avesse potuto rendere immuni dalla sconfitta si è rivelata un abbacinamento della ragione. Conta dei morti alla mano, la bizzarra teoria della fine della Storia si è mostrata essere un drammatico, disperante, abbaglio; un’allucinazione collettiva alla quale, in massa, abbiamo voluto stupidamente credere. Forse anche ci ha fatto un gran comodo credervi. Ma non si è trattato soltanto di questo.
Quell’11 settembre è stato il giorno del disvelamento del grande inganno: abbiamo avuto palpabile contezza dell’esistenza del nemico ontologico. Abbiamo toccato con mano la maestà dell’odio che è infinitamente più grande e più forte di qualunque intento di pace, di qualunque buonismo universale. Homo homini lupus. Ed eccolo là il lupo, il medesimo mostro della favola di Cappuccetto rosso che ha abitato gli anfratti più reconditi delle nostre paure infantili. Abbiamo imparato a spese di quei poveri martiri che l’Occidente ha un nemico il quale non ha mai smesso di tramare per distruggerlo, sottometterlo, cancellarlo dalla Storia. Si chiama islamismo. La sua arma è il jihad. La Guerra santa. “Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime”. Lo scriveva Oriana Fallaci, quando i cadaveri erano ancora caldi, sepolti sotto le macerie delle Torri gemelle; quando uomini e donne in nulla diversi da noi, in un giorno non diverso da qualsiasi altro giorno degli anni, dei secoli, dei millenni precedenti, si sono messi a fluttuare nell’aria, angeli senz’ali, preferendo finire schiantati al suolo piuttosto che bruciare tra le fiamme di un inferno improvvisato. Dagli ottantesimi, novantesimi piani delle Torri, giù nel vuoto. Come paracadutisti senza paracadute.
E noi lì, davanti al televisore. A guardare scorrere le immagini della morte servita in diretta. A guardare e a non capire. A sentire, senza scuoterci. Troppo grande il dolore, lo spavento, la rabbia per reagire. Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire/colpi di fionda e dardi d’oltraggiosa fortuna/ o prender armi contro un mare d’affanni/ e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire… nient’altro. Sì, caro William Shakespeare, in fondo meglio dormire che prendersi la briga di impugnare le armi e opporsi. Più conveniente vivere senza passione – il j’accuse dell’immensa Oriana – non combattere, non difendersi, ma fare i collaborazionisti per mancanza di passione. Eppure, per nostra fortuna, dall’altra parte dell’Oceano non l’hanno pensata allo stesso modo: la chiamata l’hanno sentita. E hanno risposto. Loro le armi le hanno impugnate. E gliela hanno fatta pagare a quelle canaglie. L’Afghanistan, l’Iraq, Guantanamo, gli omicidi mirati dei terroristi ovunque si nascondessero. E poi, un giorno, l’uccisione del peggiore di tutti, quell’Osama Bin Laden che era stato l’anima, l’architetto, il dominus, il sacerdote officiante dell’11 settembre.
Un dubbio ci perseguita da quel maledetto giorno: e se la furia devastatrice dei terroristi di Allah, anziché abbattersi sugli Stati Uniti si fosse scagliata contro i simboli culturali, politici e religiosi della Vecchia Europa: il Vaticano, la Tour Eiffel, Buckingham Palace, il tempio espiatorio della Sagrada Familia, la porta di Brandeburgo, noi europei avremmo avuto la stessa capacità di reazione degli americani o avremmo optato per buttarla sul sociologico con l’esame analitico delle ragioni del disagio del “povero” terrorista, incompreso dagli occidentali nella rappresentazione delle sue ragioni? Il sospetto è fondato visto che, dopo la grande paura quando le acque hanno cominciato a calmarsi, i buonisti in servizio permanente hanno ricacciato la testa fuori dalle tane in cui erano andati a nascondersi per dire che poi gli americani stessero esagerando con la vendetta, che sì, però… che in fondo cosa c’entravano i poveri talebani afghani con quei cattivoni di Al-Qaeda? E quell’anima santa di Saddam Hussein in Iraq, perché prendersela con lui? Che il pericolo non fossero i terroristi ma chi ne denunciava la minaccia. Che il nemico non fosse la bestia ululante Allah akbar, ma Oriana Fallaci. Il suo coraggio, la sua penna, la sua voce. La sua rabbia, il suo orgoglio.
No, cari signori, noi non rinneghiamo nulla di ciò che gli yankee hanno fatto contro il nemico ontologico di tutti noi. Per ovvie ragioni non potevamo essere al fianco degli americani sul campo di battaglia a cominciare a ripulire il mondo da quel veleno chiamato jihad, tuttavia il nostro dito, idealmente, moralmente, era sul grilletto dei SIG Sauer MCX Rattler, le pistole mitragliatrici in dotazione alla Delta Force statunitense lanciata a caccia delle canaglie assassine nel nome di Allah. E l’abbiamo premuto, con convinzione. Senza tentennamenti o scrupolo alcuno di coscienza. È trascorso un quarto di secolo da quel giorno in cui la Storia ha svoltato tracciando un solco incolmabile tra un prima e un dopo. Abbiamo ritrovato il coraggio di guardare in faccia la realtà ma non ci è passata la paura nel temere che tanti, troppi, conterranei della Terra dell’Ovest siano tornati a sottovalutare il pericolo che resta incombente; a giustificare il nemico; a tentare di abbracciarlo in un afflato di buonismo presupponendo scioccamente che lui, il nemico, voglia farsi abbracciare.
Che la melassa rancida del volemose-bene-che-siamo-tutte-creature-di-Dio possa ammansire le bestie rabbiose che non hanno mai smesso di coltivare progetti di annientamento del nostro mondo. Che la peste della cancel culture, veicolata dai monatti progressisti, possa spingersi oltre il confine dell’assurdo, fino a negare che quest’Occidente continui ad avere il fiato sul collo di un nemico ontologico mai domo. Una scia di sangue lunga venticinque anni sta a ricordarcelo costantemente. Abbiamo terribilmente bisogno che vi sia sempre qualcuno che mantenga vigile la nostra labile memoria. Perché gli umani soffrono di un grande male: essi dimenticano. Vi sono fatti del passato che possono essere archiviati senza che ciò rechi gran danno a chi abita il presente. Non l’11 settembre. Quel giorno, quella data, dovranno rimanere impressi a fuoco nella memoria. Come il 6 agosto 1945, come il 20 luglio 1969, giorno dello sbarco sulla Luna. Come il 7 ottobre 2023. Quell’11 settembre del 2001 eravamo lì, pietrificati, immobili come figure umane trasformate in statue di sale dallo stesso Dio del Vecchio Testamento che punì Edith, moglie di Lot, che gli aveva disubbidito voltandosi a guardare Sodoma che bruciava. Sono trascorsi venticinque anni, ma in tutta sincerità non sappiamo dirvi se siamo davvero riusciti a tirarci via da quelle immagini. Probabilmente, no. Siamo rimasti lì e non ce ne siamo mai andati. Noi, quel giorno, seppure a migliaia di chilometri di distanza, c’eravamo. E siamo rimasti a guardare. Muti. Immobili. Come statue di sale.
Aggiornato il 11 settembre 2026 alle ore 09:47
