Sfida Conte-Schlein: il fattore V
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V, come Vaticano. Nessuno si illuda: anche questa volta la Chiesa di Roma vorrà dire la sua - con la dovuta discrezione - sulla vicenda della leadership del centrosinistra.

Non è una novità che da “Oltretevere” si guardi con attenzione a ciò che accade nel campo progressista. Dopo la caduta del dogma dell’unità dei cattolici in politica, incarnato durante il tempo della Prima Repubblica dalla centralità egemonica della Democrazia Cristiana, l’organizzazione religiosa – strutturata sui territori attraverso una fitta rete di associazioni del volontariato cattolico assistite e sostenute dalle gerarchie ecclesiastiche fino ai massimi livelli dello Stato Vaticano – ha avuto un ruolo nella contesa politica italiana. Sempre a sinistra, salvo rare eccezioni. Il centrodestra, la sua ideologia, i suoi leader, non sono mai stati amati dal mondo cattolico. Sono stati subiti. A cominciare dal “peccatore” per eccellenza: Silvio Berlusconi. Per non dire di Matteo Salvini, che ha provocato nei “veri fedeli” grande sdegno e riprovazione quando andava girando con un rosario tra le mani nel mentre predicava – e praticava – dalla sede di governo la chiusura delle porte agli immigrati e il pugno duro contro l’accoglienza dei clandestini.

Con Giorgia Meloni, non è andata diversamente. Anche se, bisogna dirlo, lei ha fatto di tutto – financo rompere in malo modo con l’amico Donald Trump quando questi ha attaccato papa Leone XIV – per tenere aperto un canale di dialogo costruttivo e di vicinanza con la Santa Sede. E questo ha disturbato non poco gli irriducibili fan della Chiesa di Cristo idealmente schierata accanto agli eredi improbabili del pensiero di Karl Marx.

Tuttavia, un conto sono le pulsioni sentimentali dell’associazionismo cattolico, altro conto è il doveroso pragmatismo di chi governa la Chiesa universale. Ecco perché da parte dei vertici della Santa Sede l’atteggiamento verso una leader vincente e apprezzata dalla maggiorana degli italiani, ancorché di destra, ad oggi è stato sostanzialmente positivo. Ma ciò non toglie che il cuore di vescovi, prelati, parroci e arcidiaconi batta principalmente a sinistra, nel campo progressista.

Ma anche lì, non è tutto uguale. Non è pensabile che sull’altra sponda del Tevere qualunque opzione programmatica possa andare bene e un leader del centrosinistra sia da accettare e sostenere chiunque esso sia. Non è così. E se c’è battaglia per scegliere chi, da quel versante della politica, debba essere investito dell’onore e onere di sfidare Giorgia Meloni alle prossime elezioni, la Chiesa non si sottrae.

Con i suoi modi felpati, con la prudenza che la contraddistingue, vorrà dire la sua. E lo farà. Gli attuali competitor nel centrosinistra sono Elly Schlein e Giuseppe Conte. A dispetto delle fantasiose ricostruzioni messe in piedi dai supporter dell’una e dell’altro sfidante per dare la sensazione che il campo sia davvero unito e non spaccato come si mostra all’evidenza dei fatti, la notizia che il centrosinistra sia in grado di garantire una gestione collegiale del potere, qualora fosse chiamato dalla maggioranza degli elettori a governare la nazione, è una chimera.

La verità è che il duello tra i due è all’ultimo sangue. Politico, s’intende. E, per citare la battuta di un noto film fantasy che ha sbancato i botteghini alcuni decenni orsono, ne resterà soltanto uno. Conte o Schlein? La Chiesa con chi sta? Posto che la storia della neutralità del mondo cattolico, rispetto alle vicende della politica italiana, sia la più gande balla raccontata da molti secoli a questa parte, una mezza idea l’abbiamo su quale cavallo punterà la gerarchia ecclesiastica. E siamo pronti ad accettare qualche innocente – e non troppo onerosa – scommessa.

Il cavallo scelto dall’Oltretevere per la leadership del centrosinistra è Giuseppe Conte. Va bene la visione progressista di Elly, ma la sua naturale propensione a praticare una politica molto spinta sui temi propri del laicismo agnostico; l’insistenza sull’affermazione della libertà assoluta dell’individuo a disporre del proprio corpo, particolarmente in relazione alle questioni legate al fine vita; il rifiuto di ogni condizionamento prodotto dall’impianto dogmatico della dottrina cattolica, la rende inaffidabile agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. L’entusiastica adesione della Schlein alle teorie del gender; la battaglia per la legalizzazione dei matrimoni egualitari, il riconoscimento della piena cittadinanza, nel nostro ordinamento giuridico, alle famiglie composte da persone dello stesso sesso e la praticabilità dell’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali; la non contrarietà in linea di principio alla gestazione per altri (Gpa), sono tutte posizioni che preoccupano il Vaticano. La Chiesa, come potrebbe sostenerla nella corsa per il posto di comando a Palazzo Chigi? No, non potrebbe. Meglio Giuseppe Conte, il camaleonte.

Si può dire che il capo dei Cinque Stelle, che di grillino non ha mai avuto niente, sia uno di loro. L’ex premier si definisce un cattolico democratico, ma la sua biografia racconta molto di più. Ciò che lo lega alle gerarchie ecclesiastiche ai massimi livelli non è solo la fede in Cristo, è Villa Nazareth: un luogo, un ambiente, uno spazio di costruzione orientata delle future classi dirigenti.

Istituzione culturale e collegio universitario nella prima periferia romana, Villa Nazareth è stata fondata nel 1946 da monsignor Domenico Tardini, all’epoca Segretario della Congregazione Affari Ecclesiastici Straordinari della Santa Sede e implementata negli anni dal cardinale Achille Silvestrini, rispettato esponente della cosiddetta “sinistra curiale” e punto di riferimento per l’ala riformista del cattolicesimo. La missione dell’istituto è di aiutare concretamente i giovani talenti a emergere laddove rischiano di essere limitati dalle condizioni economiche, familiari e culturali di origine. In altre parole: formare una classe dirigente devota e grata ai più illuminati rappresentanti della Chiesa, disposta a praticare e a diffondere nella società i valori di ispirazione cristiana. Sebbene non fosse riuscito ad accedere all’istituzione nella qualità di studente residente – vinse il concorso di ammissione ma non fu preso perché non vi erano posti letto disponibili – Giuseppe Conte ha gravitato nell’orbita del Collegio fin dal 1983. Dal 1992, e fino al 2013, ha curato gli scambi culturali dell’Istituto con le Università straniere, in particolare statunitensi.

Una così lunga frequentazione di Villa Nazareth gli ha consentito di conoscere prelati che hanno svolto funzioni di assoluto rilievo nell’ambito dell’organizzazione ecclesiastica. Uno in particolare gli è stato accanto e ha avuto modo di apprezzarne le doti di fedeltà e attaccamento alla causa: il cardinale Pietro Parolin, che ha diretto Villa Nazareth dal 1996 al 2000. Si dà il caso che sua eminenza sia il Segretario di Stato della Santa Sede. In pratica, il numero due del Vaticano dopo il papa.

E lo era anche nel 2018, al tempo dell’improvvisa comparsa dell’ignoto Giuseppe Conte sulla scena politica, misteriosamente lanciato direttamente a Palazzo Chigi. Una storia, la sua ascesa sorprendente ai vertici delle istituzioni repubblicane, che un giorno proveremo a raccontare e che ha dell’incredibile. Al momento, resta il dato di certezza: Conte è stato un collaboratore fidato e apprezzato del cardinale Parolin.

Ora, fatevi una domanda e datevi la risposta: dovendo scegliere su quale cavallo puntare, Oltretevere scommette su una giovane radical-chic, di origini ebraiche ashkenazite da parte di padre, di tradizioni laiciste da parte di madre, omosessuale dichiarata, liberal all’eccesso nella cultura, o punta sul devoto figlio del Tavoliere che ha scalato la piramide sociale sostenendosi al corrimano di Villa Nazareth; che è stato organico agli interessi della Chiesa da presidente del Consiglio; che ha sposato, riguardo alla guerra russo-ucraina, le posizioni del Vaticano, come anche sulla necessità di impedire il riarmo dell’Italia in favore della pace; che ha preso posizione contro il dilagare della cultura woke trasformata nell’esoscheletro ideologico dalla sinistra post comunista; che ne ha denunciato il carattere di religione morale autoreferenziale; che ha criticato il capitalismo contemporaneo per le disuguaglianze che crea tra esseri umani e ha rilanciato la primazia dei diritti sociali sui diritti civili, riportando all’interno del campo largo lo spirito della dottrina sociale della chiesa?

La Schlein lo ha capito e, per questo, rinnegando sé stessa e la retorica movimentista che l’ha portata alla guida del Partito Democratico oggi dice che le primarie di coalizione, per scegliere lo sfidante della Meloni, sono una schifezza e non servono a unire ma a dividere. Povera Elly, che tenta disperatamente di sottrarsi all’inevitabile destino che l’attende. Un ruolo ancillare rispetto a “Giuseppi”, che oggi non ha più il problema di doversi guardare le spalle dal ritorno in campo di un Alessandro Di Battista “barricadiero”.

Le primarie si faranno, eccome. E l’ordine, ai cattolici impegnati nell’associazionismo, di votare Conte partirà dall’alto, da molto in alto. Da quel luogo dove Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.

Aggiornato il 02 settembre 2026 alle ore 10:17