Di tutta la girandola di personaggi che stanno animando la scena del centrosinistra in questa torrida estate italiana, colui che più degli altri ha solleticato la nostra curiosità – dal punto di vista antropologico – è Matteo Renzi. Vi domanderete perché. Semplice: è lui, con la sua spregiudicatezza da politicante mai pentito di esserlo, ad avere messo a nudo il vero fulcro del programma politico del campo largo. La missione storica che attende il centrosinistra, per Renzi, è riassumibile in tre righe, che sono le stesse consegnate a Giovanna Vitale che lo intervistato per La Repubblica: “Se ci dividiamo (a sinistra, ndr) consegniamo a Giorgia Meloni altri 5 anni di Palazzo Chigi e alla destra sovranista 7 anni di Quirinale. Sommati, equivalgono a dire: fine pena mai. Nessuno può consentire questo rischio”. Eccola la verità! Il problema non è aiutare gli italiani a stare meglio; non è individuare vie alternative a quelle proposte dal centrodestra per uscire indenni dalla fase di crisi che l’Occidente sta attraversando. E non sono i problemi spiccioli della gente comune: il carrello della spesa sempre più vuoto a causa dei rincari di tutti i generi di prima necessità e il costo della benzina alle stelle che verrebbe voglia di ritornare al cavallo e alle carrozze; non sono i salari che non crescono, determinando una dolorosa perdita di potere d’acquisto per le classi lavoratrici; non è la sicurezza della comunità nazionale messa a rischio dalla minaccia migratoria che resta sempre viva alle nostre porte, come ha drammaticamente dimostrato il recente caso di Ceuta.
Non è la delinquenza comune, che rende impraticabile la socialità nelle nostre città; non è la follia dell’ideologia green che sta picconando la stabilità del nostro apparato industriale. Niente di tutto questo ha valore. L’unica cosa che davvero conta per Renzi è il potere per il potere. Nella sua visione, la missione del centrosinistra dovrebbe ridursi a impedire al centrodestra di confermarsi alla guida della nazione. L’obiettivo supremo per il campo largo? Assicurarsi un proprio uomo (o donna) al Quirinale, dopo la fine del mandato dell’attuale presidente. L’ipotesi che, un giorno, al Colle possa approdare un personaggio che non sia cresciuto nella “cantera” del Partito democratico è, per dirla con le parole di una canzone di Enrico Ruggeri, un concetto che il pensiero (di Renzi) non considera. Una rivelazione nelle parole renziane che avrebbe del sorprendente se invece non fosse una conferma del sospetto che abbiamo sempre nutrito sul ruolo di tutti i presidenti della Seconda Repubblica: non essere i garanti dell’unità nazionale ma i protettori degli interessi di una parte (la sinistra) in danno dell’altra (la destra). In ciò trova cittadinanza l’idea che la democrazia italiana, per essere considerata tale, debba essere sottoposta a una sorta di autorità tutoriale che, ex cathedra quirinalizia, decida ciò che è bene per gli italiani, a prescindere dalla volontà stessa degli elettori. In pratica, una contraddizione in termini che si fonda sull’alterazione volontaria e preordinata delle regole democratiche per difendere, in teoria, la democrazia. Quindi, nella visione renziana, occorre che al Colle vi sia un presidente fazioso che sia non super partes ma inter partes. A questo punto verrebbe da chiedere all’ex leader del Pd che, nel 2015, impose la scelta di Sergio Mattarella al Quirinale, stracciando gli accordi presi con il leader avversario, Silvio Berlusconi: senatore Renzi, è soddisfatto del lavoro fin qui svolto dal “partigiano” Mattarella?
È chiaro che il leader di Italia viva immagini per sé un ruolo da king maker quando si tratterà, nel 2029, di eleggere un nuovo inquilino al Colle. Condizione fondamentale per la quale lui possa ritagliarsi un ruolo in partita è che il centrosinistra abbia la maggioranza in Parlamento. In vista di un tale obiettivo ci sta il richiamo ai capi e capetti del campo largo a non litigare, a non dividersi, a non lacerarsi in sfide all’O.K. Corral per stabilire chi tra loro dovrà essere il Líder Máximo. Nello specifico: il prescelto alla guida del centrosinistra sarà Elly Schlein, ingrata nipote di un nonno (Agostino Viviani) che fu politico socialista, amico di una vita di Lelio Basso, prima ed estimatore di Silvio Berlusconi dopo, o sarà Giuseppe Conte, il politico buono per tutte le stagioni, l’amico devoto di qualche pezzo grosso che siede ai piani alti in Vaticano, che si fa concavo o convesso secondo convenienza? Renzi è di bocca buona, si fa piacere tutto: “Franza o Spagna purché se magna”. Chiaro il concetto? “Nessuno può dividere un’alleanza che Rebus sic stantibus vince le politiche”, il monito renziano consegnato alla penna non ostile di Giovanna Vitale. Incuriosisce la sicumera di quel “Rebus sic stantibus”. Già, come stanno le cose? Matteo, a “chiacchierologia” dieci e lode, in matematica non becca la sufficienza. Si vede che le somme aritmetiche non sono il suo forte.
Lui dice: “Il campo largo inteso come Pd, M5s e Avs non arriva al 40 per cento. Quando si allarga a Casa riformista sull’esempio delle regionali supera il 42. Il centrodestra non ce la fa”. Stando agli attuali sondaggi, il Pd naviga intorno al 20 per cento e non si schioda da lì; il Cinque stelle, sempre trattato generosamente dai sondaggisti, sarebbe sull’11 per cento; la premiata ditta dei “tengo famiglia” di Alleanza verdi e sinistra sarebbe al 6 per cento. Totale campo largo nelle previsioni odierne: 37 per cento. L’apporto della mitica Casa riformista, alle rilevazioni attuali, sarebbe del 2,4 per cento. Con l’aggiunta di un abbondante un per cento di +Europa, la coalizione di sinistra neanche toccherebbe quota 42 per cento. E tanto basterebbe per vincere? Contento lui. La verità è che al momento opportuno gli elettori sapranno fare la differenza tra chi – il centrodestra – una coerenza programmatica, per quanto scombiccherata e a tratti altalenante, l’abbia e lo abbia dimostrato nei fatti, e chi invece – il centrosinistra – si proponga esclusivamente di prendere il potere, pur non condividendo alcun significativo obiettivo strategico che non sia mero slogan propagandistico. Comunque, uno come Renzi, col suo passato da premier, la sua lucidità analitica, il suo pragmatismo politico, dovrebbe essere una risorsa fondamentale per il campo largo. Dovrebbe essere effettivamente il “vecchio saggio” al quale le nuove promesse della sinistra si rivolgono per ricevere ispirazione. Se non il federatore dell’alleanza in divenire, quanto meno un parente rispettato. Invece, lo avete mai visto comparire nelle foto del campo largo? Quei quattro – Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni – vanno insieme all’osteria e neanche lo invitano. Litigano tra di loro, ma a nessuno viene in mente di chiamarlo in causa.
Al più, gli daranno il permesso di fare da portatore d’acqua alla coalizione, ma nessun premio, nessun vantaggio, nessun ruolo che non sia uno strapuntino in qualche stanza periferica dei “sacri palazzi” da concedere, in caso di vittoria, a qualcuno dei suoi. Per lui, nessuna voce in capitolo. Per i sinistri, Matteo Renzi resta un paria, “l’intoccabile” del sistema castale indiano. Un personaggio verso il quale si prova disprezzo ma di cui si sfrutta, opportunisticamente, l’utilità. I potenziali elettori di Casa riformista sono liberi di scegliere per sé stessi e per i loro rappresentati un simile destino, tuttavia è bene che siano avvertiti dell’esatta considerazione che i mammasantissima del campo largo hanno di loro. Useranno i voti dei centristi moderatamente progressisti per fare ciò che piace a loro e ai loro accoliti – dai bravi ragazzi dei centri sociali, ai “gretini” (nel senso di Greta Thunberg) fanatici dell’ambientalismo, ai No–Tav, ai Pro–Pal, ai Pro–Hamas, ai giustizialisti a cinque stelle, ai fan di Ilaria Salis e delle occupazioni abusive di case altrui, ai fighetti radical chic sostenitori de “La proprietà privata (degli altri) è un furto, aboliamola”, ai progressisti in salsa woke, ai devoti di nostra signora Francesca Albanese da Ariano Irpino, agli urlatori di “morte agli ebrei e cancellazione d’Israele dalla faccia della terra” – e non vi sarà nulla che verrà concesso ai paria.
Questo è il destino dei renziani. Eppure, si fa un gran parlare di voto utile, ma esiste un’altra qualificazione dell’espressione elettorale: il voto dignitoso. Se è vero, la domanda da rivolgere ai fan del senatore di Rignano sull’Arno è: che considerazione avete di voi stessi e del vostro partito politico se vi acconciate a servire chi vi disprezza dal profondo dell’animo? A confronto di Renzi Carlo Calenda ci fa la figura del gigante politico. Il fu “Rottamatore”, gioca a fare il superiore per nascondere la verità dei rapporti con i leader del campo largo. Consapevole del fatto che un posto sicuro in un eventuale listino del premio di maggioranza non glielo daranno, gioca d’anticipo e fa il contegnoso annunciando: “Se rientro in Parlamento lo farò coi miei voti, non con l’aiuto di 5 stelle o Avs. Ho già detto a Elly che non sarò nella lista del premio di maggioranza, pur avendone titolo come presidente di Iv”. Immaginiamo il commento ironico della Schlein, rivolto ai suoi collaboratori: “Ma chi glielo ha detto che lo avremmo messo nel listino? È sgradevole ammetterlo, ma questa è la realtà dell’odierna scena politica: nani da giardino che si autocelebrano come grandi saggi della politica solo perché sono da più anni di altri in circolazione a fare disastri a spese dei contribuenti. Di costoro, Renzi è il campione.
Aggiornato il 07 agosto 2026 alle ore 10:27
