La Camera ha approvato la nuova legge elettorale con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti. Nondimeno, pesa nella maggioranza, e non poco, la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze avvenuta martedì scorso per mano di un gruppo di franchi tiratori.
Si è trattato di un “agguato” che ha fatto scattare il disco giallo sul fattore più importante per la tenuta di un esecutivo, ovvero la fiducia reciproca fra i partiti della coalizione. La presenza dei franchi tiratori coincide con la storia parlamentare italiana. La cosa da ricordare è che essi raramente colpiscono senza che dietro vi sia un malessere profondo, ancorché sottaciuto. Disagio che nessuno vuole rendere pubblico in prima persona e che nel voto segreto trova l’espressione più autentica.
La cronaca politica (limitandosi alla seconda Repubblica) offre diversi precedenti. Nel 1998 il primo governo Prodi cadde per un solo voto, ma quella sconfitta non fu la causa della crisi, semmai la sua certificazione. Nel 2008 il secondo esecutivo Prodi arrivò al capolinea, dopo mesi di continue ed estenuanti verifiche parlamentari. Nel 2022 il governo Draghi cessò di esistere non tanto per il mancato voto di fiducia in Senato, quanto perché la coalizione che lo sosteneva aveva ormai smesso di riconoscersi in quel progetto. In tutti questi casi, il Parlamento registrò una frattura che si era già aperta a livello politico.
Il governo guidato da Giorgia Meloni dispone di una sufficiente maggioranza numerica e, al momento, nessuno degli alleati sembra interessato ad assumersi la responsabilità di provocarne la caduta. Dalle vicende parlamentari abbiamo appreso che il percorso di un esecutivo può diventare accidentato proprio quando si verificano tali condizioni. In altri termini, più una maggioranza si ostina a non volere riconoscere i segni di una crisi, più ogni voto importante rischia di trasformarsi in una verifica della sua esistenza.
Puntare, quindi, alle elezioni anticipate? La facoltà di sciogliere le Camere, come si sa, è una prerogativa costituzionale che appartiene al Capo dello Stato. Se il governo conserva una maggioranza, anche se litigiosa, è tutt’altro che scontato che il Quirinale consideri inevitabile il ritorno alle urne. Intanto, la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze assume un valore che va oltre il contenuto strettamente tecnico, perché segna in modo palese il passaggio da una fase in cui il centrodestra appariva politicamente compatto a una nella quale emergono interessi e visioni del futuro divergenti. La legislatura è ormai entrata in una fase nuova e nulla può essere dato per scontato nei prossimi mesi.
Aggiornato il 17 luglio 2026 alle ore 09:38
