Il giorno in cui Srebrenica fu abbandonata

11 luglio 1995. Il mattatoio di Srebrenica. Una data che imbarazza l’Europa al punto che viene ricordata ancora oggi, a distanza di trentuno anni, tenendo gli occhi rivolti verso il basso. È difficile dire se tutto ciò accada per vergogna o per senso di colpa.

Quel maledetto giorno di luglio, Srebrenica cessò di essere una città e divenne il simbolo del più pesante fallimento della comunità internazionale. Oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi vennero sequestrati, deportati e assassinati a sangue freddo dalle forze serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic, condannato nel 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia all’ergastolo per crimini contro l’umanità e genocidio.

Le donne (in tante subirono violenza sessuale) bambini e anziani furono cacciati dalle loro case sotto la minaccia delle armi. Srebrenica era stata dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite. Una parola che suona come una tragica beffa. L’Onu a difesa della città aveva insediato i Caschi Blu olandesi. A tal proposito, è stato detto e scritto di tutto, in particolare che i mezzi a disposizione fossero insufficienti per contrastare un esercito fermamente deciso a compiere una pulizia etnica.

Ma la storia giudica i risultati. E il risultato fu che migliaia di persone, convinte di essere al sicuro sotto la bandiera dell’Onu, finirono nelle mani degli uomini del “boia di Srebrenica”. La responsabilità del massacro appartiene ai suoi autori. Ma sulla responsabilità politica non possono esserci equivoci.

Dalle numerose testimonianze raccolte nei mesi successivi è emerso che, in quei giorni, furono inviate alle forze Onu continue richieste di aiuto alle quali non venne data alcuna risposta concreta. Si perse tempo prezioso fra inutili discussioni. “La burocrazia parlava, mentre la storia sanguinava”.

La domanda che dopo tanti anni non trova risposta è: che senso ha dichiarare ufficialmente un’area protetta se, nei fatti, nessuno è disposto a garantirne davvero la sicurezza? 

“Srebrenica ˗ ha osservato il decano dei neocon Norman Podhoretz ˗ ha fatto a pezzi la grande illusione del mondo pacifista, ovvero che la neutralità sia sempre da considerare una virtù. Ci sono passaggi nella storia in cui scegliere di rimanere neutrali significa una sola cosa: lasciare campo libero ai carnefici”.

Detta con ulteriore chiarezza, quando ci si trova davanti a un progetto di sterminio la neutralità si traduce in una forma di complicità morale, pur non configurandosi alcuna responsabilità giuridica.

Le Nazioni Unite, negli anni successivi, hanno riconosciuto i propri errori, mentre il governo dei Paesi Bassi si è assunto la responsabilità politica per il fallimento della missione. Dopo il massacro di Srebrenica non possono esserci più ambiguità su un punto: le risoluzioni internazionali, senza la forza di farle rispettare, sono carta straccia.

Una verità da ricordare mentre il mondo continua ad essere attraversato da guerre, pulizie etniche, deportazioni e violazioni dei diritti umani.

Aggiornato il 09 luglio 2026 alle ore 11:09