Lassù qualcuno ama i non luogocomunisti

Sassolini di Lehner

Ringrazio il cielo per non avermi mai fatto capitare in quel di Garlasco, schivando così decenni di indagini a matula e di perizie in eterno progress, per la gloria dello share e dell’audience. Mi va altrettanto bene, perché levato di mezzo, con omicidio premeditato (da Washington a Milano), il grandissimo Bettino Craxi, inviso ai patres impotentes del postcomunismo e del circo mediatico-giudiziario, vista la successiva involuzione politica e morale degli attuali sedicenti socialisti, sono immune da ogni riproposizione di tessera dell’imbarbarito partitino di nuovo socialsubalterno. Esprimo ulteriore gratitudine per essere stato squalificato a vita, in tempi remotissimi, come arbitro. Nel corso di una partita di calcio di bassissima serie, nel quartiere africano di Roma, fischiai un rigore per uno sgambetto solare. Un calciatore continuò a porre in dubbio i buoni costumi di mamma e io, invece di cartellinarlo giallo o rosso e di espellerlo, lo presi a cazzottoni, spedendolo al tappeto con un uppercut. Il tappeto, per giunta, era più sassoso che erboso. Trascorsero più di dieci secondi. Vinsi, perciò, il match per k.o. ma da allora non potei mai più arbitrare. Con tale squalifica a vita, mi ritrovo oggi in posizione sicura, molto ad Est di Gianluca Rocchi.

Grazie di cuore, inoltre, al mio essere giallorosso e giammai interista, visto che il concorso in frode sportiva potrebbe alludere a qualche neroazzurro. Lassù qualcuno mi ama, visto che Silvio Berlusconi non mi ha mai riempito di milioni o miliardi. Marcello Dell’Utri li ricevette in eredità e ora si ritrova per la centesima volta sotto processo. A mettermi nei guai col Sant’Uffizio ambrosiano ci pensò il creativo periodico disinformatore L’Espresso, il quale, per tacciarmi da saggista mercenario più che esoso, mi attribuì una splendida villa medicea, subdolamente donatami dal Cavaliere, per attaccare il pool. Ancora qualcuno mi chiede d’essere invitato nella mia fastosa magione, ignorando che vivo dal 1989 in quel di Ladispoli in un caseggiato modesto, in cui risulto essere l’unico non extracomunitario. A ripensarci, però, qualcosa di lussuoso avrei, forse, meritato anch’io, dato che per aver difeso, a mezzo stampa ed a mezzo libro, il magnifico Silvio da accuse per lo più infondate, spropositate, spesso demenziali, mi toccò trascorrere una decina di anni nei tribunali, proprio nella stagione della giustizia più ingiusta e intollerante di sempre, a chilometri mille dalla Costituzione.

Il minaccioso diktat manipulista, infatti, risuonava così: Chi tocca il pool o solo Borrelli muore! Infatti, troppi giornalisti luogocomunisti e conformi non toccarono, anzi adorarono e fecero gran carriera, divenendo, dopo anni di slinguazzate, i saccenti pontificatori odierni. L’unico onesto con me fu Antonio Di Pietro, che non volle mai ammutolirmi con mitragliate di querele penali. Gli altri sedicenti manipulitori mi accusarono di tutto, financo d’aver causato a Francesco Saverio una grave nefrite attraverso l’uso della parolina più citotossica della ricina. Comincia con “s” e finisce in ospedale, pardon, in “a”: sinergia. In un volume di 330 pagine e di milioni di parole quell’unico lemma mi fu fatale. Fui duramente condannato dalla Corte d’Appello di Bolzano come diffamatore, nonché conclamato untore spargitore di nefropatie. Tale era l’atmosfera davvero ammorbata di quegli anni. Ricordo, ad esempio, l’incontro con un beffardo gip di Trento, il quale mi tacitò, impedendomi di esporre le mie ragioni. Infatti, mi annunciò: "Non mi faccia perdere tempo. Ho già deciso, lei è rinviato a giudizio”. Lungo inutile viaggio da Roma a Trento, per beccarmi il diritto denegato alla parola. Il Tribunale di Milano che, ora, se la prende di nuovo con Marcello, a me non potrà contestare proprio niente, salvo il gravissimo fatto – ma resti come segreto inter nos – che stimo tutti gli intelligenti e i colti come Dell’Utri. Mai stato a Garlasco, mai più Psi, tanto meno arbitro di calcio, nessun palazzo mediceo, giammai milionario e nemmeno miliardario, grazie a Silvio, che mi rese, peraltro, davvero ricco della sua preziosa amicizia. Sono proprio un vegliardo baciato dalla fortuna. Morirò, quindi, in pace, non come Giuliano de’ Medici, pugnalato non da pazzi togati, ma soltanto dai Pazzi.

Aggiornato il 28 aprile 2026 alle ore 11:26