L’energia mondiale dopo Hormuz: le soluzioni alternative al Golfo Persico
PETROLIO
Emirati Arabi: un oleodotto bypassa e bypasserà Hormuz
La vicenda in questo caso è strettamente legata alla crisi del 2026: a fine febbraio l’Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz in risposta agli attacchi di Usa e Israele, mettendo a nudo la vulnerabilità di tutta la regione.
Gli Emirati hanno già dato una risposta sul campo: l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (Adcop), nota come Habshan-Fujairah, lunga 360 chilometri, collega l’entroterra di Abu Dhabi al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman, nell’Oceano indiano, operativa dal 2012 con una capacità di 1,8-1,9 milioni di barili al giorno. Con il blocco di Hormuz, la quota di greggio emiratino transitato su Adcop è cresciuta dal 30 per cento del 2025 all’80 per cento nell’aprile 2026, toccando i 1,82 milioni di barili al giorno (il massimo della capacità). Adesso si parla di un nuovo oleodotto in grado di raddoppiare la capacità di esportazione degli Emirati, sempre tramite il porto di Fujairah. La nuova pipeline sarà pronta entro la fine del 2027.
L’Arabia saudita non ha lo stesso problema, perché può esportare circa 5 milioni di barili al giorno attraverso il Mar Rosso. Tuttavia l’Arabia, oltre all’export via Mar Rosso, ha valutato anche la costruzione di un’altra pipeline verso il Mediterraneo, che potrebbe coinvolgere Israele attraverso la Giordania (“Land Bridge”), o il Libano o l’Egitto.
I Sauditi − oltre alla connessione con la rete Sumed dell’Egitto − valutano anche il ritorno della Tapline o Trans-Arabian Pipeline, l’infrastruttura che tempo fa portava il greggio direttamente in Libano, e che poi fu dismessa e richiederebbe una ricostruzione totale.
Emirati e Arabia Saudita sono gli unici produttori del Golfo a disporre di oleodotti che esportano greggio al di fuori dello Stretto. Ciò spiega perché gli Eau siano usciti da Opec: per non avere limitazioni nel raggiungimento dell’indipendenza da Hormuz.
L’Iraq invece dispone di infrastrutture dirette verso il Mediterraneo attraverso la Turchia.
Il Kuwait e la Kuwait Petroleum Corp (Kpc) stanno valutando l’idea di collegare i propri idrocarburi alla rete degli Eau e così bypassare Hormuz.
Proprio il successo dell’Adcop ha creato lo strano caso di un’economia negli Emirati in grande crescita proprio nel pieno della crisi con l’Iran.
L’obiettivo strategico è trasformare Fujairah in uno dei maggiori hub mondiali per il transito, lo stoccaggio e il rifornimento marittimo.
Venezuela, una riconfigurazione tra Cina e Usa
Il quadro venezuelano è cambiato radicalmente tra il 2025 e il 2026, con l’intervento diretto dell’amministrazione Trump. Fino a quel momento oltre l’80 per cento delle esportazioni venezuelane andava in Cina, che aveva usato come leva la restituzione dei prestiti concessi alla dittatura bolivarista. Il socialismo di Chavez in realtà era una dissimulazione di rapporti precedenti con le giunte militari argentine e con l’Iran (Hezbollah ha avuto parte -con suoi ministri- del regime di Hugo Chavez). L’unica eccezione alle sanzioni americane era sempre stata Chevron (ed Eni, in parte).
Nel gennaio 2026 Trump ha concordato con la leadership di Caracas l’esportazione di 30-50 milioni di barili di greggio venezuelano verso gli Stati Uniti. Un mese dopo l’amministrazione Trump ha autorizzato cinque società a operare in Venezuela: tra queste figurava anche Eni, oltre a BP, Shell, Repsol e Chevron. Tuttavia, al momento le compagnie europee risultano ancora bloccate, ed Eni rischia di perdere circa tre miliardi di crediti accumulati in passato. La produzione attuale è ancora bassa, le infrastrutture sono vecchie e il petrolio venezuelano non è di alta qualità.
In ogni caso, per la Cina si tratta di una sconfitta politica, se non petrolifera, con possibili ripercussioni in tutta l’America latina, che aveva “goduto” dei prestiti cinesi, cui però bisogna provvedere in vari modi.
Tutte le nuove infrastrutture degli idrocarburi tendono a tenere sotto scacco la Cina, ma soprattutto l’Iran e la Russia (che comunque possono contare sulla stessa Cina per il loro export).
IDROGENO
Un’altra ipotesi di cui tenere conto è la Via dell’Idrogeno, tra Qatar e Mediterraneo (Gcc-Europe). La maxi-condotta di idrogeno dal Qatar, attraverserebbe l’Arabia Saudita e l’Egitto, per poi immergersi nel Mediterraneo e approdare in Grecia e Italia.
Lo studio di fattibilità è stato condotto dalle società italiane di consulenza ed ingegneria Afry e Rina. L’analisi conferma che il progetto è praticabile.
La condotta attraverserebbe Neom, la futuristica città nel deserto d’Arabia in costruzione, per arrivare in Egitto e poi andare verso l’Italia con un percorso sottomarino, con una lunghezza di circa 3400 Km. La capacità di trasporto sarebbe di 2,5 milioni di tonnellate di idrogeno all’anno (circa 100 TWh di energia), coprendo da sola il 25 per cento dell’intero obiettivo di importazione dell’Ue. I costi stimati sono di circa 28 miliardi di euro, mentre il costo di trasporto finale è di 1,2 euro per chilogrammo di idrogeno, decisamente inferiore a quanto si spende via nave.
Continua…
Aggiornato il 17 giugno 2026 alle ore 16:20
