L’Unione Europea prova a compiere un nuovo passo verso l’integrazione economica attraverso uno strumento che potrebbe modificare profondamente il modo in cui le imprese operano oltre i confini nazionali.
Al centro del dibattito vi è la proposta della Commissione europea di introdurre la cosiddetta Eu Inc., una nuova forma societaria europea concepita per semplificare la vita delle imprese e ridurre gli ostacoli derivanti dalla frammentazione normativa che ancora caratterizza il Mercato Unico Europeo.
L’iniziativa trae origine dalle conclusioni del Rapporto Letta del 2024, commissionato dal Consiglio dell’Unione Europea, che ha individuato proprio nelle differenze tra gli ordinamenti nazionali uno dei principali fattori che limitano la competitività delle imprese europee e ne ostacolano la crescita su scala continentale.
Infatti, nonostante decenni di integrazione economica abbiano progressivamente eliminato molte delle barriere alla libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali, le imprese europee continuano a confrontarsi con una realtà giuridica estremamente frammentata.
Un’azienda che intenda operare in più Stati membri deve adattarsi a discipline societarie differenti, a regimi fiscali diversi, a normative specifiche in materia di lavoro e previdenza e in caso di crisi, a procedure concorsuali che cambiano sensibilmente da un ordinamento all’altro.
La conseguenza è un aumento significativo dei costi amministrativi e di conformità, che richiede il ricorso a consulenti specializzati e strutture organizzative complesse.
Mentre per una grande multinazionale tali oneri possono essere assorbiti relativamente agevolmente, per una startup o una piccola impresa innovativa essi rappresentano spesso una barriera difficilmente superabile.
I numeri confermano questa situazione e attualmente le imprese europee devono confrontarsi con ventisette sistemi giuridici differenti e oltre sessanta forme societarie nazionali.
Inoltre, secondo una rilevazione condotta da Eurochambres su circa 1.700 imprese, il 68 per cento degli operatori considera le differenze giuridiche e contrattuali presenti nel Mercato Unico Europeo un ostacolo significativo allo sviluppo delle attività transfrontaliere.
Questa frammentazione contribuisce a spiegare perché il tessuto produttivo europeo sia composto quasi esclusivamente da piccole e medie imprese.
Nello specifico, il 99 per cento delle aziende dell’Unione rientra nella categoria delle Pmi e al loro interno, predominano le microimprese con meno di dieci dipendenti.
L’Unione Europea rispetto agli Stati Uniti presenta una minore presenza di grandi imprese in grado di operare efficacemente su scala continentale e globale, con inevitabili conseguenze sulla capacità di attrarre investimenti, innovare e competere nei mercati internazionali.
Proprio per affrontare questa criticità, il Rapporto Letta ha avanzato una proposta innovativa destinata a suscitare grande interesse nel dibattito europeo, ossia l’introduzione del cosiddetto “28° regime”.
L’idea nasce dalla constatazione della mancanza di un’armonizzazione completa delle legislazioni nazionali.
Questo avviene perché ogni Stato membro continua a considerare il proprio diritto societario, fiscale e del lavoro come espressione della propria tradizione giuridica e della propria sovranità economica.
Invece di sostituire i ventisette ordinamenti esistenti, il Rapporto propone quindi di affiancarvi un nuovo quadro normativo europeo comune, liberamente scelto dalle imprese e riconosciuto da tutti gli Stati membri.
In questo modo una società potrebbe decidere di operare secondo regole europee standardizzate, senza essere costretta a confrontarsi ogni volta con discipline nazionali differenti.
Pertanto, è in questo contesto che si inserisce la proposta della Commissione europea relativa alla Eu Inc., considerata il primo concreto passo verso la realizzazione del 28° regime.
La nuova forma societaria sarebbe caratterizzata da un elevato livello di digitalizzazione e da procedure uniformi valide in tutta l’Unione.
Tra gli aspetti più innovativi figura la possibilità di costituire una società interamente online, con una procedura che dovrebbe concludersi entro quarantotto ore e con costi contenuti entro i cento euro. Quindi, verrebbero eliminati numerosi adempimenti burocratici che oggi differiscono da Stato a Stato, inclusa la necessità di comparire fisicamente davanti a un notaio o a un’autorità amministrativa.
La proposta prevede inoltre l’assenza di un capitale minimo obbligatorio e l’applicazione del principio del “once only”, secondo il quale l’impresa dovrebbe fornire le proprie informazioni una sola volta alle autorità pubbliche, che provvederebbero poi a condividerle automaticamente con gli altri enti competenti.
La Commissione intende inoltre uniformare alcuni aspetti fondamentali della governance societaria e la Eu Inc. potrebbe adottare uno statuto standard europeo e beneficiare di regole comuni in materia di poteri e responsabilità degli amministratori, modalità di voto dei soci, gestione dei conflitti di interesse e trasferimento delle partecipazioni.
Particolare attenzione viene riservata anche alla raccolta di capitale e al finanziamento delle startup, attraverso una maggiore armonizzazione delle categorie di azioni, degli strumenti finanziari convertibili e delle procedure digitali per il trasferimento delle quote.
A tale proposito, sono previste regole uniformi per i piani di partecipazione azionaria dei dipendenti e procedure semplificate per la liquidazione delle startup insolventi.
Se approvata nella sua formulazione attuale, la Eu Inc. consentirebbe a una startup europea di costituirsi una sola volta, secondo un insieme di regole comuni e di operare immediatamente in tutti gli Stati membri beneficiando del riconoscimento automatico della propria forma societaria.
In sostanza, si tratterebbe di una semplificazione significativa, capace di ridurre tempi, costi e incertezze giuridiche e di favorire la nascita di imprese realmente europee sin dalle prime fasi del loro sviluppo.
Tuttavia, la proposta presenta anche limiti evidenti e pur introducendo elementi di armonizzazione nel diritto societario, essa lascia infatti ampi spazi di applicazione alle normative nazionali.
Tutte le materie non disciplinate direttamente dal regolamento continuerebbero a essere regolate dalla legislazione dello Stato membro in cui la società è registrata.
Ciò significa che una Eu Inc. che operi in più Paesi dovrà comunque confrontarsi con discipline differenti in settori strategici come il diritto del lavoro, la previdenza sociale, gran parte della fiscalità e delle procedure concorsuali.
Perciò, continueranno a esistere differenze significative in materia di licenziamenti, contrattazione collettiva, contributi previdenziali, gestione delle insolvenze e tutela dei creditori.
Il rischio è che il nuovo modello riesca soltanto a ridurre, ma non a eliminare, la frammentazione normativa che rappresenta uno dei principali ostacoli alla piena integrazione economica europea.
Tuttavia, la scelta della Commissione riflette le resistenze emerse durante le consultazioni con gli Stati membri.
Molti governi e numerose associazioni imprenditoriali hanno infatti manifestato scetticismo rispetto all’ipotesi di estendere il 28° regime a settori particolarmente sensibili come la fiscalità, il diritto del lavoro e le procedure concorsuali, ritenendo che tali ambiti debbano rimanere sotto il controllo delle legislazioni nazionali.
Dunque, la Eu Inc. rappresenta una soluzione di compromesso tra l’ambizione di costruire un autentico mercato europeo delle imprese e la necessità di rispettare le sensibilità politiche degli Stati membri.
Pur non realizzando integralmente la visione delineata dal Rapporto Letta, essa costituisce probabilmente il più importante tentativo degli ultimi anni di rafforzare il Mercato Unico attraverso strumenti giuridici innovativi.
Se il progetto riuscirà a dimostrare la propria efficacia, potrebbe aprire la strada a ulteriori forme di armonizzazione e contribuire alla nascita di un ecosistema imprenditoriale europeo più dinamico, competitivo e capace di confrontarsi con le grandi economie globali.
Al postutto, la vera sfida sarà capire se l’Europa avrà in futuro il coraggio politico di estendere questo percorso anche alle materie che oggi restano saldamente ancorate alle sovranità nazionali.
Aggiornato il 17 giugno 2026 alle ore 11:04
