La Bce e la sostanziale recessione

Un mio cugino di secondo grado, arbitro di calcio di un certo prestigio, mi assicurava che il peggiore errore che una ‘giacca nera’ possa commettere è quello di far seguire uno sbaglio (su un rigore accordato o negato, su una espulsione e così via) compreso in ritardo da un altro sbaglio, questa volta voluto, per equiparare la situazione. Si commettevano solo due errori in luogo di uno. Parole che mi sono tornate alla mente a seguito della decisione adottata dalla Banca centrale europea qualche giorno fa di aumentare i tassi dello 0,25 per cento, portando il costo base del denaro al 2,25 per cento, a quasi tre anni (settembre 2023, per la precisione) dall’ultimo incremento e dopo che per un anno i tassi erano rimasti inchiodati al 2 per cento, a dispetto delle condizioni favorevoli a ulteriori tagli manifestatisi in seguito.

La scelta rientra perfettamente nell’ottica dirigistica e tecnicistica delle istituzioni europee. Secondo la Bce l’inflazione deve essere non superiore né inferiore al 2 per cento e la crescita dei prezzi seguita alla crisi internazionale è stata tale da giustificare il ritocco dei tassi. E, come ormai tra Francoforte e Bruxelles si dà praticamente per scontato, a perlomeno un ulteriore aumento dello 0,25 per cento a settembre. L’incremento di giugno era previsto da governi e mercati, in sostanza annunciato, e non ha provocato scossoni. Sul futuro, però, nessuno può esprimere convinzioni.

Di certo l’azione della Bce è contraddittoria. Prima di tutto, rispetto a una crescita dell’inflazione importata (petrolio e fertilizzanti sono schizzati in alto per la chiusura dello Stretto di Hormuz e per le conseguenze delle tensioni internazionali) l’aumento dei prezzi può rimanere stabile solo se i corsi di altri prodotti calano oppure se si decide arbitrariamente di eliminare alcune voci (come appunto le materie prime energetiche e non) dal ‘paniere’. A bocce ferme, attualmente, solo un drastico calo di consumi e investimenti potrebbe far tornare in equilibrio l’inflazione. Ma a quale prezzo? Insomma, la Bce, così pare discenda dalla sua decisione, suggerisce una entrata in sostanziale recessione, sia pure non in termini tecnici, ma sicuramente di sostanza. Che faccia perno su una ‘gelata’ dei redditi da lavoro, dipendente e autonomo, in controtendenza rispetto agli aumenti che i vertici dell’istituto di Francoforte non lesinano a riconoscere invece a se stessi?

Un problema, quello della sostanziale recessione, che la Bce ha affrontato nel documento contemporaneo all’aumento dei tassi. Nel quale, in sostanza, si rileva che il rincaro del denaro può soffocare definitivamente nella culla una crescita europea già ridotta ai minimi termini (e che non a caso viene prevista in ulteriore arretramento) in quanto l’aumento del costo del denaro frena governi e privati. Allora perché agire in contraddizione con se stessa? Perché sulla presidente Christine Lagarde pesa la paura di ripetere l’errore commesso di fronte alla fiammata dei prezzi post Covid, quando il mancato intervento della Bce sui tassi contribuì all’ascesa dei prezzi, in quel caso innescata da una ripresa accelerata dei consumi. Il problema è che Lagarde pensa solo al ‘suo’ errore. Dimenticando quello del suo mentore Jean-Claude Trichet che, da presidente della Bce nel 2011, rialzò i tassi bloccando la ripresa post crisi e fu poi costretto a ribassarli precipitosamente. Ma il danno era stato compiuto.

La sensazione, come ci è stato amaramente commentato da un esperto di istituzioni europee in una conversazione riservata, è che l’intervento della Bce sia stato “una dimostrazione di esistenza in vita”, considerato oltre tutto che la presidente Lagarde e altri membri del direttorio già pensano a loro futuri incarichi. Mentre a noi rimane da sperare nelle scelte di altre banche centrali, a cominciare dalla statunitense Fed, che la Bce ha voluto inopinatamente scavalcare. Di fronte a eventuali tagli altrui, a settembre a Francoforte sarebbero costretti a frenare la loro azione, quanto meno evitando altri incrementi dei tassi. O, perlomeno, così si spera.

Aggiornato il 17 giugno 2026 alle ore 09:48