Al di là del bene e del male?
Friedrich Nietzsche (Foto Wikimedia Commons)

Quando gli illuministi resero Dio un legislatore di leggi naturali da osservare, perché fondate dalla ragione, spostarono la presenza dell’immortalità dal cielo alla Terra. Sarebbe stato il progresso lo scopo dell’umanità. La nuova immortalità, un progresso eterno. Irrisero chi sognava un mondo oltre il mondo. Esisteva soltanto questo mondo che buone leggi, ragione e scienza avrebbero portato a un progresso continuo. La nuova eternità: il progresso. E resero l’uomo totalmente naturale, addirittura totalmente storico. Ma poiché il progresso è mutamento, taluni concepirono non soltanto la classe borghese come motore del progresso, ma il progresso essendo progresso avrebbe dato modo ad altre strutture sociali e ad altre classi sociali di procedere nel progresso. Abbiamo l’incontro e lo scontro tra la borghesia e il proletariato. Il secolo XIX, i secoli XX e XXI sono coronati, diciamo, da questa situazione. Nessuno nega il divenire, nessuno nega che il divenire sia progressista, dubbio se la borghesia manterrà il dominio, dubbio sul proletariato. Queste le due forme avversative, quella borghese e quella marxista o socialista. Entrambe storiche, mondane. Ma la realtà è più animata. Vi è chi nega il mondo sia la sede unica dell’uomo.

L’uomo vive nel mistero dell’esistenza e non della storia. La storia sarebbe poca cosa rispetto al mistero dell’esistenza, quindi la religione può essere la religione che vede la condizione umana, la definisce nell’ambito della totalità cosmica misteriosa ed eterna. L’uomo storico è limitatissimo con riguardo a questa visione cosmica, che alcuni ritengono propria delle religioni. È un punto di valutazione che non avrà seguito nella modernità, a livello superiore. Dopo Blaise Pascal, l’unico a seguirla a livello superiore fu Soeren Kierkegaard. La religione, la fede come soluzione per il mistero dell’esistenza e la conquista dell’eterno. La vita è troppo breve per darle più importanza dell’eterno, la filosofia in qualche modo declassa la vita se si limita alla vita. Oltre l’attacco all’uomo soltanto storico, vi fu un attacco esplicito alla storia come progresso. Alcuni sospettano che identificare il divenire con il progresso e identificare il cambio di classe come superamento è divenire, dialettica, ma non è una dialettica positiva.

La borghesia non è convinta che il proletariato sia un superamento. E fa di tutto per smontare questa ipotesi anche concettualmente; ma nello stesso tempo accade una negazione radicale sia della borghesia sia del proletariato, ritenendo queste due classi troppo legate all’utilitarismo e negatrici della tragicità dell’esistenza. Si distingue dapprima in questa visione Giacomo Leopardi: nega che la natura dia leggi positive per l’uomo, la natura non ha minima razionalità, ordina e distrugge, nega il progresso giacché non risolve i mali consustanziali, la vecchiaia e la morte, meno ancora l’uomo storico decifra il mistero dell’esistenza e non porsi la questione non è risolvere. D’altro canto, Leopardi non ha il recupero religioso. Concepisce una visione che in fondo attuiamo, creare ideali e sopportare la vita, darsi uno scopo, nell’ambito del compatirci vicendevole e del nulla, il quale trionferà su tutti e su tutto. In questo terreno di grandi fini, di vasti cambiamenti, di strumenti possenti, di classi attivissime, del Faust borghese che potrebbe venire sostituito dal Faust proletario, piomba un uomo assetato di immortalità, consacrato al genio, schifiltoso e spietatissimo contro borghesia e proletariato, classi che giudica edoniste e utilitariste, un uomo che misura l’uomo secondo il valore che affida alla inestimabile vita, che non si consola della perdita di Dio, la perdita di Dio è talmente grave che l’uomo non può restare come prima.

L’uomo precedente, che credeva in Dio, si divinizzava in Lui, morto Dio l’uomo diventa uno straccio del nulla, a meno che non superi sé stesso diventando superuomo, talmente superiore da non aver nostalgia di Dio. Il genio, il superuomo devono avere, secondo Friedrich Nietzsche, il dovere e il diritto di dominare e di dare senso alla vita colmandola di potente volontà, tragica potenza, giacché mai bastante al combattere il nulla che dobbiamo combattere. E il nulla è la mediocrità, chi non sente il valore incommensurabile della vita. Il mediocre non vive e non fa vivere. Ha la malvagità delle piccole cose alle quali vorrebbe inchiodare il genio. Ma il superuomo non ha le riserve morali dell’uomo superiore, supera lo scrupolo, sa che o vince o perde, ma perdendo verrebbe perso il valore dell’estremismo, e vincerebbe la quantificazione. Nietzsche capovolge la selezione: il numero senza valore può sconfiggere il singolo di valore. Allora, disperatamente, oltre al superuomo concepisce le caste. E, dicevo, scioglie l’uomo da ogni limitazione compassionevole. Al genio ormai superuomo è permesso di oltrepassare il bene e il male, in senso duplice: accettare, dire sì alla vita anche se reca dolore, ossia male e per converso accettare nel nostro vivere di recare dolore, male agli altri. Se dovessimo ogni volta spartire gli effetti delle nostre azioni, perderemmo ciò che oscura il nulla: la potenza estrema.

Al dunque, insorge la questione che rende Nietzsche un filosofo da intendere con mani schermate. Rimane il più avveduto e straziato pensatore che sente oltre capire che l’arte e la cultura si degraderanno se devono rendersi merce e coglie che tutto diventa merce. Ne ha giustificato orrore. La quantità schianta la qualità. Teme a ragione che pur di avere un pubblico, persino l’uomo di ingegno si abbassi, manca la chiusura aristocratica, la casta. Allora, in spasimo di rimedio, scioglie il genio dalla morale corrente, se non prevale muore la vita, poiché genio è colui che ha un tale sentire tragico dell’esistenza che esalta ai confini la capacità espressiva, comprensiva, attiva, tenta, vuole dare peso alla vita, meritare la vita, inciderla di opere e oscurare il nulla e non ricordare Dio. Ma se degli uomini di genio si dedicassero al bene di milioni di gente comune risolvendo miseria e malattie, poniamo, tradirebbero il loro fine di essere fine a sé? O addirittura nutrirebbero coloro che un giorno cercherebbero di abbassarli, di prevalere? È il tempestoso, avvelenato, ambiguo lascito di Nietzsche: fare del bene alle masse, degrada la qualità? La presunta qualità deve pensare a sé? Ma certo che pensa a sé ma non è qualità! Plebe in alto, plebe in basso, diceva proprio Nietzsche. Sia che sia, ciascuno, se lo avverte, si ponga il dilemma della qualità rispetto alla quantità. In quanto a Nietzsche, all’ultimo credeva che perfino la compassione fosse dannosa: faceva sopravvivere chi non era in grado di vivere e chinava l’alto in basso. Non sono problemi senza problemi.

Aggiornato il 08 ottobre 2026 alle ore 11:17