
Anche se questa nota riferirà di un libro e ne descriverà vicende, l’unica maniera confacente sarebbe suggerire, se non imporre, di leggerlo. È stupefacente l’effetto della capacità narrativa. Uno degli aspetti mirabili dell’arte. Quando gli eventi si immedesimano nel lettore e la parola vive. La trasfigurazione dell’arte. Un miracolo, tipicamente umano, esclusivo dell’uomo. Suono, colore, figura, parola, diventano vita. In fondo, uno che cosa legge? Parole! Ma parole che si mutano in sentire, al dunque, ripeto, vita. Patrizia Debicke Van Der Noot ha questa non comune capacità: prende dalla storia realizzata, la trasforma in parola e dalla parola la trasforma in storia narrata. La storia narrata è talmente storia vissuta, che il lettore si trasferisce nelle epoche che Patrizia Debicke ritaglia nelle sue frequenti metamorfosi. L’epoca è totalizzata. La descrizione dei mobili, la descrizione dei vestiti, la descrizione del linguaggio, la descrizione dei luoghi, del comportamento, e ovviamente la descrizione dei fatti. Siamo nel Sedicesimo secolo. Gli Stati nazionali si formano. C’è l’Impero, ormai in decadenza. Una maniera per diventare monarchia nazionale si avvita alla religione. Una religione nazionale accresce lo spirito di separazione dall’Impero.
La Germania, i Paesi Bassi, l’Inghilterra, la Svizzera si staccano dal Cattolicesimo e sorgono i Protestantesimi nelle varie formulazioni. Tra questo nazionalismo religioso vi è quello anglicano. Enrico VIII scinde o vuole scindersi dal Cattolicesimo. Gli aspetti teologici sono scarsissimi, a differenza del Calvinismo e del Luteranesimo. Enrico VIII incontra resistenze violente dai cattolici e addirittura rischia la contestazione della sua sovranità. Gli Stuart cattolici lo insidiano. Al termine dell’esistenza, Enrico VIII è fisicamente malconcio, grassissimo e mentalmente delirante di sospettosità. E ha ben ragione: le congiure sono frequenti. Patrizia Debicke analizza queste vicende. Emissari inglesi cercano di vulnerare i rapporti tra Chiesa cattolica e Vaticano, addirittura di uccidere personaggi che tentano accordi tra inglesi e la Chiesa cattolica. Il pontefice è Paolo III Farnese, che cerca ansiosamente di recuperare gli inglesi al Cattolicesimo. Altri, come dicevo, sia di parte cattolica che di parte inglese, vogliono il conflitto. Vi sono anche ambizioni personali: un vescovo che vuol diventare cardinale, uccidendo un cardinale inglese cattolico. Vi sono tentativi di scandalo: sorprendere il prediletto nipote del pontefice, Alessandro Farnese, con una cortigiana di elevatissima bellezza a Venezia. In questo complicato e drammatico marasma si immettono un presunto milord inglese, Templeton, e soprattutto il celeberrimo pittore Tiziano Vecellio, che dovrebbe dipingere il milord.
La storia è talmente appassionante, intricata, veemente, che svelarla sarebbe come perderla. Va letta nella forma espressiva incalzante che Patrizia Debicke le ha conferito. Tutto vive, dai cavalli, al Carnevale romano, dalle passioni di Alessandro Farnese alle passioni delle donne veneziane e romane, dalla distinzione aristocratica delle personalità, aristocratiche appunto, alla straordinaria congiunzione tra Cattolicesimo e piacere di vivere, tipica del Rinascimento italiano. Ma, soprattutto, alla fierezza di essere personaggi, con la passione della vita artistica, il ritratto, l’essenza dell’individualità, l’essenza del Rinascimento, l’essenza dell’arte pittorica. Peraltro, questa aristocrazia cela un sottobosco di persone che vivono di stenti, di ruberie, di delinquenza. Le pagine che la Debicke dedica a questo sottomondo sono degne del più amareggiato Charles Dickens. Non voglio inoltrarmi a svelare le tramature. Sostengo unicamente che non leggere testi come L’inglese di Tiziano sarebbe come perdere un accrescimento di vita.
(*) L’inglese di Tiziano di Patrizia Debicke, AltreVoci Edizioni, 311 pagine, 17,95 euro
Aggiornato il 26 giugno 2026 alle ore 14:42
