Lo sport non è più soltanto competizione, spettacolo e passione. È diventato un vero spazio di confronto internazionale, capace di intrecciare economia, geopolitica, diplomazia e strategie di potere. Ne parliamo con Paolo Carito, autore di Nuovo Atlante Sportivo (Paesi Edizioni, 2026), un libro che analizza le trasformazioni dello sport globale e il ruolo sempre più centrale di grandi eventi, fondi sovrani, piattaforme digitali e governi.

Paolo, il titolo del libro Nuovo Atlante Sportivo, è una mappa. Ma le mappe si fanno quando qualcosa è già cambiato. Sei arrivato in tempo, o stiamo già leggendo una mappa del passato?

L’osservazione è giusta, e un po’ scomoda. Una mappa per definizione fotografa un momento. Ma questo libro non disegna confini già definiti: registra movimenti geopolitici ed economici in corso. Ho cominciato a scriverlo dopo Roma 2024. Da dentro quell’esperienza ho visto con chiarezza una cosa difficile da percepire dall’esterno. L’abbiamo costruita da zero in diciotto mesi e ho capito che i grandi eventi non sono più competizioni: sono strumenti geopolitici di prima grandezza.

I fatti degli ultimi mesi, che nel libro non ci sono perché sono arrivati dopo la stampa, mi danno ragione. In piena crisi regionale, con il Gran Premio di Jeddah saltato ad aprile, il fondo sovrano saudita non ha rallentato: ha rilanciato. A luglio SURJ, la società sportiva del PIF, fondo sovrano saudita, ha lanciato con Live Nation e Oak View Group una joint venture chiamata “radia”, dedicata alla gestione, alle operazioni e alla commercializzazione degli impianti sportivi del Paese. 

Non si compra più un evento: si costruisce l’infrastruttura che ospiterà tutti gli eventi futuri. È esattamente la traiettoria che il libro descrive. Quindi no, non credo di essere arrivato tardi. Il rischio, semmai, è un altro: che molti di quelli che dovrebbero leggere questo libro lo leggano tra cinque anni, quando sarà davvero tardi per agire.

Chi comanda davvero oggi nello sport globale: le federazioni, i governi, i fondi sovrani o le piattaforme digitali?

La risposta onesta è che dipende dallo sport e dal momento. Ma se devo indicare una tendenza, il potere reale si è spostato verso chi controlla due cose: il capitale e l’attenzione, cioè l’audience. Il capitale è nei fondi sovrani. Il PIF gestisce oltre 700 miliardi di dollari, il QIA, fondo sovrano del Qatar, oltre 400. Non comprano squadre per passione. Comprano posizioni strategiche.

Un dettaglio che nel libro non potevo avere: nella nuova strategia 2026-2030 del PIF lo sport rientra nell’ecosistema turismo, viaggi e intrattenimento. Non è una voce a sé. È un pezzo di politica industriale da parte dell’Arabia Saudita. Proporre il Paese come destinazione utilizzando lo sport come leva principale.

L’attenzione, cioè la distribuzione dei contenuti e il pubblico, si sposta invece verso le piattaforme. Il Mondiale di quest’estate negli Stati Uniti è andato in onda su Fox, che per i diritti in lingua inglese aveva pagato meno di mezzo miliardo di dollari. Per le due edizioni successive, 2030 e 2034, la partita si è già aperta: Netflix, Disney e YouTube si preparano a offrire tra 1,5 e 2 miliardi di dollari per ciascun torneo, circa quattro volte tanto. 

Chi controlla dove si guarda lo sport, controlla lo sport.

In mezzo ci sono le federazioni, che perdono potere reale pur conservando quello formale. Il Mondiale appena concluso lo ha mostrato meglio di qualsiasi saggio. Il 17 luglio, due giorni prima della finale, Infantino e Trump sono apparsi insieme a un ricevimento FIFA alla Trump Tower. In quell’occasione Trump è tornato sulla revoca della squalifica di un giocatore americano, dopo aver ammesso di aver chiamato personalmente Infantino per chiederne la revisione.

E ha raccontato che Infantino gli aveva proposto un’organizzazione congiunta Stati Uniti-Cina per un futuro torneo. Il confine tra governance sportiva e governance politica non esiste più. Non ufficialmente, ma nei fatti.

L’Italia è davvero fuori dal gioco sportivo globale, o ha semplicemente smesso di giocare la partita che conta?

È la domanda che mi sta più a cuore, ed è il capitolo che ho trovato più difficile da scrivere, perché richiede onestà verso il proprio Paese. La mia risposta è netta: l’Italia non è fuori dal talento, non è fuori dalle capacità organizzative, non è fuori dall’eccellenza. Milano Cortina lo ha dimostrato, Sinner e tanti altri lo dimostrano ogni settimana.

Il problema è altrove, e il calcio ne è lo specchio più fedele. Tre esclusioni consecutive dai Mondiali non sono sfortuna. Sono il risultato di un sistema che ha smesso di evolversi mentre il mondo accelerava.

E aggiungo una riflessione che nel libro non c’è, perché riguarda questa estate. Non siamo mancati a un Mondiale qualsiasi. Con oltre 6,6 milioni di spettatori negli stadi, è stato il Mondiale più visto dal vivo della storia, e il più politico di sempre. Non eravamo fuori solo dal campo: eravamo fuori dalla stanza in cui si stava ridefinendo il rapporto tra sport e potere.

Voglio essere diretto, perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Quando costruisci un grande evento ti scontri ogni giorno con un sistema che fatica a pensare in grande. Non per mancanza di volontà, ma per mancanza di visione strutturale. Abbiamo professionalità straordinarie. Ci manca la cornice dentro cui organizzarle con continuità.

Nel calcio il deficit si amplifica: club con brand globali e conti fragili, vivai che producono talenti e li vedono partire, stadi che non reggono il confronto con quelli del Golfo, dell’Asia, dell’America. Il paradosso più doloroso è che l’Italia ha tutto quello che serve per giocare questa partita. Tutto, tranne una strategia.

La buona notizia è che non è troppo tardi. Ma ogni anno senza una visione è un anno regalato agli altri.

Se potessi dare un solo consiglio a chi governa lo sport in Europa, quale sarebbe?

Un consiglio solo: smettete di pensare allo sport come a un settore da gestire. Pensatelo come a un asset strategico da usare. Un vero e proprio strumento da utilizzare. Sembra una sfumatura. Non lo è.

Un settore lo amministri: stanzi fondi, organizzi campionati, sostieni le federazioni. È ordinaria amministrazione, necessaria ma non sufficiente. Un asset strategico lo usi: per aprire mercati, costruire alleanze, attrarre investimenti, raccontare al mondo chi sei.

La prova che l’Europa sa farlo, quando vuole, è di questa estate, e nel libro non c’è. Quando la guerra ha reso Riyadh insicura, l’Esports World Cup è stata spostata a Parigi dopo un incontro tra il suo amministratore delegato e il presidente Macron all’Eliseo.

In poche settimane la Francia si è presa il più grande evento di Esports del mondo, con un montepremi record di circa 75 milioni di dollari. Una volta tanto un capo di Stato europeo ha trattato lo sport per quello che è: una leva geopolitica. Il problema è che resta un’eccezione, non una strategia.

Guardate le Olimpiadi del 2036, una delle partite più importanti del prossimo decennio. Il CIO ha fissato una short list a marzo 2027 e l’elezione della sede per la metà del 2029. In corsa ci sono il Qatar e l’India. E l’Europa? La Germania si muove da sola, e la sua federazione olimpica ha fissato a fine settembre la scelta tra Berlino, Colonia-Reno-Ruhr e Monaco. Il resto del continente non ha nemmeno aperto la discussione. Il Golfo e l’Asia si presentano con una strategia nazionale. Noi ci presentiamo in ordine sparso, quando ci presentiamo.

L’Europa ha asset che nessun altro possiede. Il calcio europeo è il brand sportivo più potente del mondo e la Champions League è seguita in ogni continente. Ha tutto. Tranne una strategia.

Lo sport è la lingua più universale che esiste, e l’Europa la conosce meglio di chiunque altro. È ora di parlarla con la stessa ambizione con cui altri la stanno usando.

(*) Nuovo Atlante Sportivo di Paolo Carito, Paesi Edizioni (2026), pagine 104, euro 15,00

Aggiornato il 30 settembre 2026 alle ore 13:23