Nel cuore dello sport esistono storie che vanno oltre il risultato, oltre la competizione e perfino oltre il concetto stesso di disabilità. “Pallamano a Ruota Libera” è una di queste. Un progetto nato nel 2015 dalla volontà di alcune famiglie di creare uno spazio dove inclusione, amicizia e partecipazione fossero davvero al centro del gioco. Oggi questo progetto è diventato molto più di un’attività sportiva: è una comunità, un luogo in cui ragazzi con abilità diverse condividono esperienze, emozioni e quotidianità, tutti sullo stesso piano, letteralmente e simbolicamente, giocando insieme in carrozzina. Ne parliamo con Claudio Alunno, responsabile del progetto, e con due giovani protagonisti di questa esperienza: Bruno e Sara.
Claudio come nasce “Pallamano a ruota libera”?
Il progetto “Pallamano a ruota libera” nasce nel 2015 dalla volontà di alcune famiglie di ragazzi con disabilità che sentivano la necessità di creare un’attività ludico-motoria e aggregativa per i propri figli. All’inizio siamo partiti con pochissimi mezzi: i ragazzi erano 7 o 8 e utilizzavamo carrozzine tradizionali. Da lì però il progetto si è sviluppato, basandosi su due obiettivi fondamentali. Il primo è cambiare la visione dell’ausilio: la carrozzina non viene vista solo come uno strumento ortopedico necessario per chi ha difficoltà motorie, ma come uno strumento essenziale di gioco. Tutti giocano in carrozzina, quindi tutti sono realmente sullo stesso piano. L’attività coinvolge ragazzi del progetto, studenti delle scuole, ragazzi degli oratori e associazioni sportive. L’aspetto più bello è che cerchiamo di valorizzare le abilità di ciascuno, adattando le regole alle caratteristiche di ogni ragazzo. È un’attività “sartoriale”, costruita su misura.
Accogliamo persone di tutte le età, maschi e femmine, italiani e stranieri, ciascuno con le proprie diversità. Ognuno viene messo nelle condizioni di partecipare attivamente e di dare il meglio di sé. Questo è il valore fondamentale che ci contraddistingue.
Pensi che l’Italia sia davvero inclusiva oppure c’è ancora molta strada da fare?
Secondo me c’è ancora molta strada da compiere. Sicuramente si stanno facendo passi avanti. Purtroppo, però, i bisogni sono spesso superiori alle opportunità realmente disponibili e molto spesso mancano i fondi necessari per creare nuovi progetti e nuove occasioni di partecipazione. Credo che, anche a livello nazionale, sia importante investire maggiormente, sostenere economicamente queste iniziative e dare più visibilità alle associazioni e ai progetti come il nostro, così da far conoscere le opportunità esistenti e rispondere ai bisogni di tutte le persone.
Presto sarete presenti a un importante evento con il Ministro della disabilità Alessandra Locatelli.
Sì, siamo stati invitati dal Ministro Alessandra Locatelli all’evento “Expo Aid” di Rimini, che si terrà dal 25 al 27 giugno. Parteciperemo con un panel il 26 giugno, durante il quale presenteremo il nostro progetto e mostreremo anche il nostro video spot dedicato all’accessibilità e all’inclusione.
Bruno, fai parte di questo progetto fin dall’inizio, dal 2015. Ti ricordi i primi anni e come è cambiato questo sport nel tempo?
Non ricordo benissimo l’inizio perché ero davvero molto piccolo, andavo ancora alle elementari e venivo accompagnato dai miei genitori. Però ricordo che mi divertivo tantissimo. Negli anni abbiamo imparato che la competizione è importante, ma non è la cosa principale. Oggi parliamo molto più di condivisione che di competizione: condividiamo esperienze, emozioni e momenti di vita.
Che rapporto avete fuori dal campo?
Molto bello. Ci sentiamo praticamente tutti i giorni. Usciamo insieme, andiamo al cinema, a mangiare fuori, ci troviamo prima o dopo gli allenamenti. Giochiamo anche ai videogiochi insieme, alla PlayStation o al computer. Anche se abbiamo età diverse e disabilità diverse, si è creato un gruppo molto unito. Alcuni hanno difficoltà motorie, altri no, ma questo non cambia il rapporto che abbiamo costruito. Abbiamo fatto anche tante esperienze fuori dalla palestra. Con il progetto “Pallamano”, per esempio, siamo andati in barca su un catamarano adattato sia per chi è in carrozzina sia per chi non lo è. Alcuni hanno provato anche l’elicottero e l’aereo ‒ io no, perché avevo paura! ‒ e siamo stati anche a Civitavecchia con il Ministero della Disabilità.
Pensi che questo progetto ti abbia aiutato nella vita?
Questo progetto aiuta a capire quali sono davvero i problemi importanti e quali invece sono soltanto sciocchezze. Secondo me chi entra in questo progetto riesce a vivere la vita con più serenità. Non è qualcosa che capisci solo con la testa: lo vivi a livello umano. Se hai anche solo un minimo di apertura verso gli altri, questo ambiente ti aiuta ad aprirti ancora di più.
So che potresti diventare il nuovo social media manager dell’associazione. Ti piace il mondo della comunicazione?
Non particolarmente, però proverò a farmelo piacere. A volte mi sembra un mondo fatto di tante parole e poca concretezza. Per me contano soprattutto i fatti.
Secondo te oggi c’è abbastanza attenzione verso la disabilità?
Secondo me manca cultura della disabilità e sensibilità sul tema. Dobbiamo cambiare prima di tutto la cultura verso chi ha un’abilità diversa. Quando parliamo di inclusione, dobbiamo stare attenti, perché il termine stesso rischia di implicare che qualcuno, prima, sia stato escluso. Il nostro pensiero è che non ci sia bisogno di distinguere una persona attraverso la disabilità. Noi parliamo di normalità. Ognuno ha la propria normalità, la vive a modo suo e con i mezzi che ha.
Qual è il messaggio più importante che volete trasmettere?
Il grande Alex Zanardi ci insegna che bisogna lavorare sulle autonomie rimaste. Questo significa cambiare prospettiva: se mi manca una gamba, non devo concentrarmi su ciò che manca, ma su ciò che ho. Bisogna valorizzare quello che possediamo e metterlo a frutto. Con il nostro progetto stiamo cercando di fare proprio questo: rispettare le abilità di tutti e, soprattutto, la dignità di tutti.
Quanto conta il linguaggio nel raccontare esperienze come la vostra?
Conta tantissimo. Anche quando vengono scritti articoli sul progetto, ci teniamo che non si parli di disabilità come etichetta, ma di una normalità che può essere vissuta insieme. Il rischio della ghettizzazione passa anche dalle parole. Noi vogliamo raccontare persone, esperienze e relazioni, non categorie.
Sara, ti piace giocare a pallamano in carrozzina?
Sì, tantissimo! Il sabato è una giornata speciale perché la passiamo tutti insieme. Andiamo a giocare e poi spesso usciamo anche a mangiare: a volte scegliamo il cinese, altre volte la pizza.
Quindi oltre allo sport è anche un momento per stare con gli amici?
Sì, certo. Ci piace stare insieme anche fuori dal campo.
Che cosa ti piace di più di questo sport?
Mi fa stare bene e rende contenti anche mamma e papà, perché usciamo insieme e mi accompagnano agli allenamenti e alle partite.
Come funziona il gioco? Giocate tutti in carrozzina?
Sì. Abbiamo carrozzine diverse, alcune più adatte ai bambini più piccoli e altre per giocare le partite. Poi ci dividiamo in squadre con maglie di colori diversi, per esempio gialle e rosse.
Quindi siete una vera squadra!
Sì, siamo tutti insieme e ci divertiamo tanto.
Bravissima Sara, hai raccontato tutto davvero bene!
Aggiornato il 04 giugno 2026 alle ore 14:40
