Pamela Villoresi porta in scena Voci della Shoah
Pamela Villoresi (Ansa)

Dare voce alla memoria significa restituire umanità alle storie di chi ha vissuto l’orrore della Shoah, trasformando le testimonianze in uno strumento di consapevolezza per il presente. Con Voci dalla Shoah, l’attrice Pamela Villoresi porta sul palcoscenico le testimonianze raccolte ne Il libro della Shoah italiana di Marcello Pezzetti, dando corpo e voce alle esperienze dei sopravvissuti alla persecuzione nazista e fascista.

Uno spettacolo promosso dalla Fondazione Museo della Shoah e dal Presidente Mario Venezia, che invita all’ascolto, alla riflessione e alla responsabilità civile, soprattutto in un tempo in cui l’antisemitismo riemerge e la memoria rischia di essere strumentalizzata o banalizzata.

In questa intervista, Pamela Villoresi racconta il valore del teatro come strumento di testimonianza, il peso emotivo di interpretare storie così dolorose e l’importanza di trasmettere alle nuove generazioni una memoria viva, capace di interrogare il presente e contrastare ogni forma di odio e discriminazione.

Pamela Villoresi, Voci dalla Shoah dà voce alle testimonianze raccolte ne Il libro della Shoah italiana. Quale responsabilità sente un’attrice quando porta sul palcoscenico le parole e le storie di persone che hanno vissuto l’orrore della persecuzione e dei campi di sterminio?

Edith Stein diceva che ognuno di noi ha il dovere di non disperdere i talenti ricevuti, ma di farli fruttare. Per un artista questo significa anche difendere la propria vocazione e, allo stesso tempo, mettere da parte il proprio ego per mettersi al servizio di qualcosa di più alto. Questo è particolarmente vero quando si interpretano storie così dolorose e vissute. Bisogna farsi da parte il più possibile, lasciarsi ispirare dalle parole e mettersi a disposizione della loro forza, perché queste storie, in fondo, parlano anche da sole.

La Shoah è una delle pagine più tragiche della storia dell’umanità, eppure oggi assistiamo ancora al riemergere dell’antisemitismo e a tentativi di negare o banalizzare la memoria. Quanto è importante il teatro nel contrastare l’indifferenza e mantenere viva la coscienza collettiva?

È importantissimo. Uno dei compiti dell’arte e del teatro è invitare a porsi domande sempre più complesse sulla vita, sulla società e sulle problematiche umane. La memoria è una chiave fondamentale per comprendere il presente: il passato e le esperienze degli altri dovrebbero insegnarci a non ripetere gli stessi errori.

La storia ci mostra che i governi che imboccano derive autoritarie, quando sono concentrati esclusivamente sul mantenimento del proprio potere, cercano spesso di nascondere i problemi reali individuando dei capri espiatori. Allora erano gli ebrei, oggi possono essere gli immigrati. Conoscere ciò che è accaduto ci aiuta a non cadere nella pericolosità del pregiudizio e della discriminazione. È fondamentale, inoltre, evitare di semplificare la storia: bisogna comprenderla nella sua complessità, altrimenti si rischia di commettere errori clamorosi, come il ritorno dell’antisemitismo.

In uno spettacolo come questo, la parola diventa testimonianza e la voce restituisce umanità a chi è stato privato di tutto, persino della propria identità. Come ci si prepara, sul piano emotivo e interpretativo, a dare corpo a queste storie senza tradirne il dolore?

Non è la prima volta che mi capita di interpretare le testimonianze dei sopravvissuti, alcuni dei quali ho anche conosciuto personalmente. È una responsabilità enorme. Il dolore non si tradisce: si cerca di trasmetterlo mettendosi, come dicevo, il più possibile al servizio delle parole.

Naturalmente, far passare dentro di noi esperienze di questo genere non è indolore. È una forma di violenza profonda: quando rappresento questi spettacoli per periodi prolungati, ne risente anche il sonno e possono arrivare gli incubi. Tutto quel vissuto e quel dolore ti penetrano dentro. D’altra parte, ogni interpretazione, e in particolare questa, si nutre inevitabilmente anche delle proprie paure e del proprio dolore. Per restituire così tanto, bisogna lasciarsi coinvolgere profondamente.

Le nuove generazioni sono sempre più lontane temporalmente dalla tragedia della Shoah e dai suoi testimoni diretti. Come possiamo trasmettere loro la memoria in modo autentico, affinché non rimanga soltanto una ricorrenza sul calendario, ma diventi consapevolezza e responsabilità?

È nostro compito informare le nuove generazioni. Devo dire che la risposta degli studenti presenti l’altra mattina è stata commovente: ci hanno raccontato e detto cose davvero strazianti.

Certo, erano presenti poche scuole e poche classi. Questo dipende anche dai docenti, che forse sono caduti nella trappola di rifiutare persino la storia della Shoah a causa della guerra. Ma è proprio in momenti come questi che dobbiamo insistere sull’importanza della conoscenza e dell’ascolto, affinché la memoria non venga sacrificata alle tensioni e alle contrapposizioni del presente.

Il titolo Voci dalla Shoah richiama il valore delle testimonianze individuali, che insieme compongono una memoria collettiva. In un tempo dominato dalla velocità della comunicazione e dalla superficialità dei social, quale spazio possono ancora avere l’ascolto, il silenzio e la riflessione?

Il silenzio e soprattutto l’ascolto sono fondamentali per ponderare e comprendere ciò che accade. Altrimenti la mente, come ogni altra parte del corpo, se non viene allenata diventa pigra. Dobbiamo allenare la mente e lo spirito per comprendere la realtà e cercare risposte più adeguate.

Spettacoli come Voci dalla Shoah favoriscono proprio questa riflessione e questo silenzio. Sono state scattate alcune fotografie al pubblico e ho ingrandito delle immagini: si vede una sorta di pietrificazione nell’ascolto, un rapimento che mi ha profondamente toccata. È la dimostrazione di quanto la testimonianza, quando viene accolta davvero, possa raggiungere le persone.

Lei ha attraversato una lunga carriera artistica, dando voce a personaggi e storie molto diverse. Che cosa spera che il pubblico porti con sé uscendo da questo spettacolo? E quale messaggio vorrebbe lasciare soprattutto a chi oggi è chiamato a scegliere da che parte stare di fronte all’odio e alla discriminazione?

A chi è tentato dalle risposte facili, a chi si accontenta di notizie flash senza riflettere e approfondire, vorrei ricordare che tutto dipende anche dalla nostra mente. Una mente pigra e viziata è in balia di chi vuole strumentalizzarci. Un potere che vuole persone incapaci di pensare autonomamente è un potere che genera violenza e manca di rispetto per l’umanità.

L’odio e la discriminazione producono dolore e violenza non soltanto in chi li subisce, ma anche in chi li esercita. La storia ci insegna che, dopo le guerre, le discriminazioni e gli atti di violenza, le nazioni si impoveriscono e la vita civile viene distrutta.

L’unica strada è mantenerci informati, allenare il nostro spirito attraverso l’arte e ogni altro percorso di crescita personale, conservando sempre la capacità di riflettere, approfondire e scegliere consapevolmente. Dobbiamo imparare ad analizzare ciò che viviamo e ciò che ci circonda, per poter decidere nel modo migliore.

Aggiornato il 22 ottobre 2026 alle ore 12:59