Dalla scrittura alla televisione, passando per l’arte, l’irriverente giornalista ci rammenta qual è, per lui, la libertà più grande di tutte
Giornalista, scrittore, volto televisivo e artista, Simone Di Matteo è una di quelle figure che difficilmente si riesce a circoscrivere in una sola categoria.
Nel tempo ha infatti attraversato linguaggi e ambienti talmente differenti, pur non rinunciando mai a quella cifra strettamente personale che lo ha portato spesso ad osservare la realtà da una posizione insolita, lontano dalle correnti del momento e certamente poco incline alle convenzioni. Dietro, però, c’è molto di più. C’è un percorso costruito attraverso esperienze, incontri, passioni e continue contaminazioni, nel quale la scrittura ha rappresentato una presenza costante, anche quando Di Matteo ha scelto di misurarsi con forme espressive differenti.
È un uomo che si è lasciato guidare dalla voglia di scoprire e sperimentare senza la necessità di dover cambiare pelle ad ogni costo, mantenendo riconoscibili la propria voce e il proprio essere. Si mette costantemente in gioco, assumendosi il rischio di risultare controcorrente e conservando quella libertà che gli consente di non aderire necessariamente alle aspettative degli altri, perché, alla fine, non c’è nessuno di più interessante di chi riesce a conservare la propria personalità.
Buongiorno Simone e benvenuto. Partiamo proprio dal concetto di “libertà”, in particolare quella di espressione. Oggigiorno viene spesso invocata, ma al tempo stesso la si mette in discussione quando un’opinione espressa da altri non coincide con la propria. Che cosa significa essere davvero liberi di esprimere il proprio parere?
Credo che la libertà di esprimere il proprio parere non vada in alcun modo confusa con il diritto di esternare qualsiasi cosa ci passi per la mente. Tutti noi nasciamo liberi di poter dire ciò che pensiamo, per carità, purché questo lo si faccia nel rispetto delle persone con cui stiamo parlando e dell’argomento che stiamo toccando. Se non fossi un criminologo, ad esempio, non mi metterei ad analizzare il comportamento di un potenziale criminale. Allo stesso modo, se non avessi mai provato l’amore, non mi permetterei di dare un consiglio in merito a qualcun altro. E questo non perché non ci è concesso di dire la nostra, possiamo comunque farlo. In tal caso, però, sarebbe bene tenere a mente che quello che stiamo dicendo ha valore o rilevanza soltanto per noi. Capisco che, soprattutto in un’epoca in cui la televisione e i social media ci hanno abituati ad ergerci a tuttologi, sia difficile da comprendere. Eppure, per quel che mi riguarda, preferisco non parlare di argomenti che non mi competono o sui quali non possiedo le adeguate conoscenze, e mi piacerebbe che potesse valere per chiunque!
In effetti esiste una seconda faccia della libertà di espressione: la responsabilità. Dove credi finisca il diritto di parola e cominci, invece, il dovere di rispondere di ciò che si dice?
Si dovrebbe prestare molta attenzione a cosa si sceglie di dire, specialmente se lo si fa in un contesto pubblico o se, in alternativa, si è un personaggio noto. Quest’ultima categoria, in particolare, andando di pari passo con l’opportunità, il più delle volte immeritata, di rivolgersi ad un nutrito seguito, finisce inevitabilmente per popolarsi di modelli o esempi da emulare, i quali dovrebbero ben dosare le parole da utilizzare, specie nei casi in cui si decidono di condividere la propria opinione su questioni che vanno ben al di là della loro portata. Accade spesso, credetemi! Le parole hanno un peso e un peso presuppone una responsabilità, sempre in relazione ad un contesto naturalmente, che tutti dobbiamo mettere in conto.
Nel corso degli anni la tua carriera ha toccato numerosi ambiti: giornalismo, cultura, televisione, musica, cinema, editoria e arte. Insomma, mondi che utilizzano linguaggi piuttosto diversi fra loro. Quale di questi ti ha insegnato di più sul modo in cui le persone ascoltano, o smettono di ascoltare, una voce come la tua, spesso definita “fuori dal coro”?
Ritengo che ciascun ambito, a modo suo, l’abbia fatto. Si tratta di esperienze diverse, ognuna delle quali comunica e arriva in maniere altrettanto differenti. Non c’è una cosa che possa insegnare maggiormente rispetto ad un'altra. Anzi, credo proprio che ogni esperienza porti con sé un insegnamento e faccia di noi ciò che siamo tutti, nessuna è migliore o peggiore. Sebbene la scrittura rimanga la veste che più mi si addice, ho sempre voluto sperimentare e ogniqualvolta se n’è presentata l’occasione, l’ho colta al volto, indipendentemente dal fatto che potesse trattarsi di forme di espressione artistica, culturale o comunicativa. Mi sono continuamente reinventato, pur rimanendo fedele a me stesso, ho fatto autocritica quando era giusto farlo e ho seguito ciò che la vita mi ha riservato lungo il cammino.
Parlando di scrittura, a novembre dello scorso anno hai pubblicato il libro Gli occhi e la rosa (2025, Edizioni DrawUp), una favola moderna sull’amore che ti ha riportato in libreria a distanza di ben otto anni dalla tua ultima fatica letteraria.
Esattamente. Dopo tutto questo tempo ho avvertito l’impellente bisogno di tornare ad una dimensione che fosse profondamente mia. Gli occhi e la rosa ha rappresentato una sorta di rinascita, il ritorno a quella parte di me che forse avevo trascurato un po’. Otto anni sono tanti, ma non è stato per nulla faticoso. Al contrario, la storia è arrivata in maniera molto naturale, quasi come se fosse già dentro di me e aspettasse solamente di essere raccontata. Ho scelto la forma della favola perché sono convinto che, attraverso un linguaggio apparentemente semplice, sia il modo più diretto per affrontare persino le questioni più complicate con chiunque, grandi e piccoli.
Al centro ci sono infatti gli occhi di un giovane cuore, nascosti tra le spine di una rosa, che cercano di comprendere il significato dell’amore e incontrano, nel loro percorso, un colibrì, un gatto, un bruco e un corvo con cui dialogare. Naturalmente, non volevo raccontare un amore idealizzato o stereotipato, ma parlare di quello reale, lo stesso che ci mette alla prova, che ci costringe a guardarci dentro e che, quando è autentico, finisce inevitabilmente per cambiarci. Gli occhi sono il nostro modo di guardare la vita, mentre la rosa rappresenta qualcosa che scegliamo di custodire, persino quando farlo può far male.
Nell’opera ad essere protagonisti sono gli animali che da sempre occupano un posto speciale nella sua vita. Non a caso, da diversi anni sostieni pubblicamente le campagne dell’Associazione nazionale “Rispetto per tutti gli animali” che si batte per la tutela dei nostri amici a quattro zampe. Da dove nasce questo legame così profondo e che cosa pensi riescano ancora ad insegnarci?
Gli animali hanno sempre fatto parte della mia vita. Oggi vivono con me 10 gatti e 2 bulldog francesi, sono la mia famiglia, senza contare le diverse colonie feline di cui ho scelto di prendermi cura. Certo, è un impegno che comporta grandi sacrifici, ma quando si riceve in cambio amore incondizionato e disinteressato, ogni sforzo lo si può considerare ampiamente ripagato.
È per questo che ho scelto di sostenere le campagne di “Rispetto per tutti gli animali”, perché penso che sensibilizzare le persone sul rispetto e sulla tutela dei nostri pelosetti sia importante, soprattutto in un momento in cui assistiamo ancora ad episodi di abbandono, maltrattamento e violenza che non possono e non devono lasciarci indifferenti.
Diamo loro voce, perché non ne hanno una propria. E se c’è qualcosa che loro possiedono e a noi manca, questa è sicuramente la semplicità dei sentimenti. Non hanno bisogno di costruire un personaggio, non fanno calcoli, non fingono un affetto per convenienza. Quando si fidano di noi, lo fanno davvero. E chissà, forse è questa la più grande lezione che ci impartiscono ogni giorno, ossia quella di imparare a voler bene senza condizioni e a prendersi cura di qualcuno semplicemente perché ne ha bisogno!
Hai spesso utilizzato l’ironia e l’irriverenza come strumento di osservazione della società. Ciò nonostante, la satira, in quanto tale, può risultare scomoda. Ritiene che un giornalista debba necessariamente essere politicamente corretto?
Se parliamo di satira, non ritengo assolutamente che un giornalista debba essere politicamente corretto, tutt’altro! Come dicevo poco fa, è giusto che si dica ciò che si pensa, persino a costo di risultare impopolari, purché si tratti chiaramente di pareri supportati da fatti e competenze. Non sono molto d’accordo con il fantomatico politically correct. Ce lo siamo ritrovati ovunque, dall’editoria al cinema, passando per la televisione, finendo per livellare ciò che rende ognuno di noi diversamente unico a modo suo. È vero, siamo tutti uguali e su questo non ci piove, ma nessuno è uguale ad un altro!
Recentemente sei tornato sul piccolo schermo, partecipando alla nuova edizione di Cash or Trash – Chi offre di più?, in onda sul NOVE. In televisione, però, il valore non è soltanto quello che si attribuisce ad un oggetto. C’è anche quello del personaggio, della battuta, del tempo televisivo, della capacità di catturare l’attenzione. Quanto conta oggi, per chi comunica, saper essere riconoscibili senza trasformarsi in una maschera?
Innanzitutto, mi preme sottolineare che quella a Cash or Trash è stata un’esperienza divertentissima. Oltre al mio oggetto da battere all’asta, ho portato semplicemente me stesso, con annessi pregi e connessi difetti. Non ho mai avuto niente da nascondere e non ho alcun bisogno di fingere, tantomeno di mostrare ciò che non mi appartiene. Quando sono davanti alla telecamera, luci e una buona dose di trucco a parte (ride), non c’è niente di diverso da ciò che qualcuno potrebbe vedere in me dietro le quinte. Lo so, indubbiamente lo diranno in tanti, ma in pochi possono vantare il lusso di rispecchiare appieno le proprie parole. Non amo nulla di costruito. Bisogna imparare a piacersi e a mostrarsi per come si è. Io vivo la spontaneità di ogni cosa, anche di un bel va******lo!
Nello sconfinato universo dei filtri social, quanto è difficile rimanere se stessi?
Viviamo ormai continuamente esposti allo sguardo altrui e, attraverso i social, abbiamo la possibilità di scegliere quale immagine di noi mostrare. Il problema nasce quando quella rappresentazione finisce per sostituire la persona reale. Un filtro può migliorare una fotografia, ma non dovrebbe diventare una finestra attraverso la quale guardare la propria vita. Oggi, rimanere se stessi è una delle forme più difficili di libertà, ma anche una delle più importanti. Alla fine, il rischio è quello di diventare perfetti soltanto sullo schermo e di non riconoscerci più quando ci guardiamo allo specchio.
A maggio hai inaugurato a Milano la tua prima mostra d’arte, Relitti – Ciò che resta degli dèi, trasformando frammenti e materiali restituiti dal mare in opere d’arte. Il relitto è ciò che rimane, ciò che resiste al tempo: quanto c’è di autobiografico in questa idea e quanto, invece, rappresenta una riflessione più universale sull’uomo e sulle sue fragilità?
Credo che ci siano entrambe le cose. C’è sicuramente una componente autobiografica, perché da sempre sono affascinato da ciò che il mare restituisce. Ciò nonostante, il relitto, per me, è soprattutto una metafora. È qualcosa che ha attraversato il tempo, che è stato consumato, trasformato, magari dimenticato, e che, tuttavia, continua a (r-)esistere. In questo senso penso che rappresenti molto bene l’essere umano. Siamo fatti di ciò che abbiamo vissuto, delle persone che abbiamo incontrato, delle perdite e delle esperienze che ci hanno cambiato. Relitti incarna un po’ questa idea, ossia quella secondo cui non sempre ciò che rimane è ciò che ha perso valore.
Aggiornato il 14 ottobre 2026 alle ore 14:25
