“Non aspettate l’emergenza per prepararvi”
Ha imparato a soccorrere le persone in guerra e oggi porta questa esperienza in Italia per insegnare quanto possa essere decisivo sapere cosa fare nei primi, drammatici minuti di un’emergenza.
Julija Hoerhivna Pajevs’ka, conosciuta con il nome di Taira, è paramedica, volontaria e veterana della guerra in Ucraina. Ha iniziato a prestare soccorso nel Donbass nel 2014 e nel 2022 ha vissuto l’assedio di Mariupol, dove ha continuato a curare feriti e civili in condizioni estreme. È stata anche prigioniera.
Oggi, attraverso la formazione e l’attività di sensibilizzazione, cerca di trasformare un’esperienza segnata dalla guerra in uno strumento utile agli altri. A Bologna ha parlato di emergenza e primo soccorso, portando con sé una convinzione maturata sul campo: prepararsi prima può significare salvare una vita quando ogni secondo conta.
Julija, partiamo da Bologna. Perché è importante per lei essere qui oggi a parlare di emergenza e primo soccorso?
Perché quello che ho imparato durante la guerra non dovrebbe essere considerato qualcosa che riguarda soltanto i militari o i paramedici. Un’emergenza può accadere ovunque e in qualsiasi momento. Nei primi minuti, prima che arrivino i soccorsi professionali, spesso accanto alla persona ferita c’è semplicemente un’altra persona.
Se quella persona sa cosa fare, può davvero fare la differenza.
Lei ha iniziato a prestare soccorso nel Donbass già nel 2014. Che cosa ricorda di quel primo periodo?
Ricordo soprattutto la necessità. C’erano persone ferite e spesso mancavano le risorse e le persone preparate per intervenire. Ho iniziato a fare quello che potevo.
All’inizio non pensavo a quanto quella scelta avrebbe cambiato la mia vita. Poi il soccorso è diventato una parte fondamentale della mia identità.
Poi è arrivato il 2022 e l’assedio di Mariupol. Che cosa significa prestare soccorso in una città sotto assedio?
Significa continuare a lavorare anche quando sei consapevole che il pericolo riguarda anche te. A Mariupol non c’erano soltanto militari feriti. C’erano civili, famiglie, anziani, persone che non avevano scelto di essere lì e che improvvisamente si sono trovate dentro una guerra.
Bisognava occuparsi di loro con le risorse disponibili, spesso in condizioni che in un ospedale normale sarebbero semplicemente impensabili.
Lei ha raccontato di avere sempre con sé almeno quattro lacci emostatici, uno per ogni arto. È diventato quasi un simbolo della sua esperienza.
Un laccio emostatico occupa pochissimo spazio, ma in determinate situazioni può essere fondamentale. Io ne porto sempre con me perché un’emorragia grave non aspetta. Non puoi dire: “Aspettiamo l’ambulanza”. Devi sapere cosa fare immediatamente.
Ed è proprio questo che vorrei trasmettere: non basta chiamare i soccorsi. Bisogna sapere cosa fare mentre li aspettiamo.
Che cosa direbbe a chi pensa che imparare il primo soccorso sia inutile perché “tanto ci sono i medici”?
Gli direi di immaginare una situazione molto semplice: una persona che cade per strada, un incidente, un’emorragia, un malore. Il medico non può essere lì nello stesso secondo. I professionisti arriveranno, ma nel frattempo qualcuno deve fare qualcosa. E quel qualcuno potresti essere tu.
Qual è l’errore più grande che commettiamo davanti a un’emergenza?
La paura. È normale avere paura. Il problema è quando la paura ci paralizza. La preparazione serve anche a questo: se hai già imparato una procedura, in una situazione di stress puoi ricordarti cosa fare invece di rimanere immobile.
Lei ha vissuto anche la prigionia. Quanto è difficile tornare alla vita normale dopo un’esperienza simile?
È difficile perché alcune esperienze non finiscono nel momento in cui fisicamente sei libero. Ci sono ricordi che rimangono, ci sono domande che continuano ad accompagnarti. Ma bisogna anche imparare a vivere con ciò che è successo senza permettere che quell’esperienza diventi tutta la tua identità.
La guerra lascia ferite visibili e invisibili. Quanto è importante occuparsi della salute psicologica di chi torna dal fronte?
È fondamentale. Una persona può avere una ferita evidente, ma può portarne altre che non si vedono. Dopo un’esperienza traumatica bisogna avere la possibilità di essere ascoltati, aiutati e accompagnati.
Non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto.
Nel suo intervento a Bologna ha parlato anche della necessità di sviluppare un maggiore senso critico rispetto alle informazioni sulla guerra. Perché?
Perché durante una guerra non circolano soltanto armi e soldati. Circolano anche informazioni, immagini, propaganda e disinformazione. Dobbiamo imparare a verificare ciò che leggiamo, a confrontare le fonti e a distinguere un fatto da un’opinione. Il senso critico è una forma di difesa.
In questi anni ha incontrato anche moltissimi volontari italiani. Che cosa significa per lei questa solidarietà?
Significa che una guerra può creare distanza geografica, ma non necessariamente distanza umana. Ho incontrato persone che hanno deciso di aiutare senza conoscermi, senza avere un legame personale con me o con la mia famiglia. Questo non lo dimenticherò.
Lei oggi insegna quello che la guerra le ha insegnato. È possibile trasformare un’esperienza così dolorosa in qualcosa di utile per gli altri?
Non so se si possa davvero trasformare il dolore in qualcosa di positivo. Il dolore rimane dolore. Ma possiamo scegliere cosa farne.
Io posso utilizzare quello che ho imparato per preparare altre persone, per insegnare loro a soccorrere qualcuno, per evitare che una persona muoia semplicemente perché chi le era accanto non sapeva cosa fare.
Se dalla mia esperienza può nascere una maggiore consapevolezza, allora voglio che accada.
Qual è il messaggio che vorrebbe lasciare agli italiani che la ascoltano?
Non aspettate un’emergenza per prepararvi all’emergenza. Imparate il primo soccorso. Imparate a riconoscere una situazione pericolosa. Imparate a fermare un’emorragia, a chiamare correttamente i soccorsi, a mantenere la calma.
Perché quando succede qualcosa, non abbiamo il tempo di imparare.
Dopo tutto quello che ha vissuto, che cosa significa oggi per lei la parola “vita”?
La vita è molto più fragile di quanto pensiamo. Quando sei in una situazione normale, dai molte cose per scontate. In guerra impari che tutto può cambiare in pochi secondi.
Per questo oggi penso che dobbiamo avere più rispetto per la vita, per quella degli altri e per la nostra.
E dobbiamo essere pronti a proteggerla.
Aggiornato il 02 ottobre 2026 alle ore 13:31
