Diceva Valentino (Garavani) a chi gli chiedeva quale fosse l’altezza giusta dell’orlo di una gonna per una donna, che andava misurata appoggiando una mano al di sopra del suo ginocchio, e presa lì la misura, al punto della mano più distante dalla rotula. Quella era l’altezza per l’orlo giusto. Sottolineava che la mano doveva essere maschile perché quelle delle donne erano troppo piccole e le gonne sarebbero risultate troppo lunghe.
Classy girls wear pearls, tanto per sfoggiare qualche bel luogo comune, ottimo per le mezze stagioni. Chissà se il ministro Tajani ha mai accompagnato la moglie o la figlia a fare shopping (sappiamo invece che la moglie si occupa del suo di guardaroba) e quindi abbia avuto modo di apprendere questo prezioso suggerimento di Valentino, ma quello che verrebbe da chiedere al ministro, in risposta alle sue affermazioni sulle donne meritevoli di essere prescelte, e se ha qualche analogo prezioso consiglio anche sui bravi ragazzi, e quindi, secondo lui, a cosa dovrebbe fare invece una donna per scegliere un uomo perbene, insomma qual è l’omologo maschile dell’ideale del candidato marito, quello perfetto per il ministro degli Esteri? Vorrà mica riferirsi solo alle donne, non sarebbe equo e paritario.
Le nonne, un tempo, suggerivano di guardare le scarpe, sostenendo che gli uomini sono come gli animali, e come si differenzia il cavallo dall’asino per lo zoccolo, idem vale per gli uomini, quelli degni li riconosci dalle scarpe.
La cosa più importante, a parere di chi scrive, sembra essere quella di aver avuto una buona educazione per capire quando parlare e quando tacere, perché il nemico ascolta, o perché nell’era moderna, dei social, tutto si diffonde rapidamente e di tutto rimane traccia. Abbiamo invocato per decenni la libertà d’informazione, eccone i risultati quando quella invocata è una libertà di, anziché da.
Ma la moda a quanto pare questa settimana non smette di fornire interessanti spunti di riflessione – liberale - e non possiamo esimerci dal dedicare un commento al servizio fotografico di Francesca Albanese, apparsa su Love Magazine, rivista di moda francese, elegantemente e sapientemente acconciata ed abbigliata, con pezzi di brand famosi come Loro Piana e Celine. Si sa, l’abito fa il monaco, e quindi un buon motivo per questa operazione c’è. Abiti occidentali, forme ultra contemporanee, tessuti lussuosi, nulla a che vedere con gli abiti che purtroppo si vede (sempre più spesso anche in Italia) indossare dal proletariato urbano immigrato, dalle donne costrette al velo anche qua da noi, ma non certo tessuto da Loro Piana o dalle seterie comasche.
Tuttavia, al di là del messaggio che la Albanese ha voluto diffondere accettando di fare il bellissimo servizio fotografico, c’è da dire che a quanto pare il cambio di look non sembra le sia dispiaciuto affatto, e ad onor del vero le sta molto meglio di quello che sceglie di solito per vestire, per adornarsi e per vedere meglio. Ha una immagine anche più autorevole, e siccome non crediamo nelle coincidenze, cosa ci vuole comunicare di nuovo la Albanese dalle modaiole pagine parigine? Quale cambio di strategia di posizionamento di personal branding sta compiendo? Lo scopriremo, o forse poi apprenderemo che, più semplicemente, anche la più pasionaria del bigoncio, dinanzi ad un servizio fotografico esclusivo, ultra chic, con vestiti trucco e parrucco fantastici, e con un fotografo molto bravo, non riesce a dire di no. Come diceva O. Wilde, si può resistere a tutto tranne alle tentazioni. La sua, quindi, è stata solo vanità o necessità di proporre una identità diversa?
Eppure, per quanto nel mondo occidentale ci si possa ancora occupare di moda, e tramite essa di donne, finora ancora abbastanza libere di esprimersi come preferiscono scegliendo cosa indossare e come, sempre più spesso nelle nostre strade ci sono donne provenienti da luoghi e famiglie che le considerano subordinate agli uomini, e per questo le condizionano pesantemente sul modo di vestire, di vivere, imponendo loro forti restrizioni alla loro libertà individuale di autodeterminarsi, tanto da indurre organizzazioni internazionali e istituzioni per i diritti umani a definire le imposizioni maschili patite dalle donne come un vero e proprio apartheid di genere, volto a confinare la donna esclusivamente all’interno delle mura domestiche e sotto il totale controllo maschile.
Nelle nostre città basta andare in alcuni supermercati di alcune zone per vedere le donne - velate, velatissime, a seconda dei casi - accompagnate dagli uomini, che indicano i prodotti che gli uomini comprano e pagano con il loro italiano stentato che imparano nelle aziende dove lavorano, oppure vederle al parco giochi con le figlie, bambine che giocano, ma per conto loro, non assieme a tutti gli altri bambini nella zona giochi. Basta sedersi davanti all’ingresso di una scuola elementare per rilevare tutto quello che si vuole sapere sulla fenomenologia riguardante l’inclusione scolastica. Ognuno può scegliere se raccogliere i dati sul modo di vestire delle madri, sul tipo di velo adottato, sull’uso del velo da parte delle bambine o meno, insomma ognuno può prendere coscienza del fenomeno come preferisce.
Queste donne, piccole o grandi, non hanno le stesse chance della Albanese o di una futura ragazza occidentale di scegliere se indossare la minigonna o i jeans, se farsi le ciocche di capelli viola o le punte verdi, né le bambine hanno la possibilità di andare a scuola di danza classica o a nuoto assieme alle compagne di classe. Se ci provano rischiano di essere uccise, malmenate, ma in quelle case, in quelle famiglie, anche loro spesso recluse in locali poco adatti alla civile abitazione i servizi sociali non arrivano, perché non fanno scena, non attirano i media, non ci si finisce sui giornali come invece può avvenire con i neo-rurali.
Nelle nostre città peraltro può essere più facile vedere giovani ragazzi immigrati giocare a cricket in ogni posto che consenta loro di farlo, ma loro non hanno l’obbligo di bardarsi fino a quasi scomparire. Per loro giocare a cricket può essere il viatico per una carriera fortunata all’estero, il loro sogno sono le nazionali dei loro paesi d’origine, o i grandi club inglesi dai grandi ingaggi. Le ragazze invece non possono sognare altrettanto.
Il melting pot si costruisce anche nelle aule scolastiche, forse anche con le percentuali di quote ammissibili, ma non nasce e non si ferma lì. Probabilmente è un mix ben dosato di integrazione ed inclusione (con buona pace dei buonisti radical chic di ogni risma) a cui non può essere chiamato solo il sistema scolastico pubblico a formare e governare e soprattutto a fargli raggiungere il successo. Dovrebbe essere un sistema integrato di misure che coinvolga gli studenti ma anche i genitori (che non parlano italiano e non hanno modo di studiarlo), la scuola ma anche il mondo sportivo, ben sapendo che le surreali idee sentite in questi giorni per dare attuazione alla proposta di evitare la concentrazione di studenti stranieri che arrivano a scuola in Italia e non parlano affatto italiano, o lo parlano pochissimo e male, come quella di prenderli e con dei pulmini portarli in giro per le città per ridistribuirli tra le varie scuole per ottenere le percentuali di composizione delle classi prestabilite per legge, lasciano il tempo che trovano come i consigli di un ministro sulle ragazze e la lunghezza della gonna.
Perché è più importante che le bambine possano giocare liberamente al parco con i compagni di scuola, possano fare nuoto liberamente al mare o in piscina senza limitazioni perché i padri impongono loro di nuotare a parte, senza il costume come quello degli altri, così come è altrettanto importante che le madri non debbano aspettare che ci sia un uomo che le accompagni a comprare il pane, dovrebbero poter andare con le figlie, con le amiche, con chi vogliono o anche da sole, vestite come vogliono, magari dopo il lavoro, che dovrebbero poter scegliere dopo aver fatto gli studi che vogliono.
Le donne che arrivano qui in Italia e le loro figlie, non dovrebbero essere obbligate a vivere come se fossero ancora nel loro paese d’origine ma dovrebbero essere messe in condizione di prendere il meglio dell’Occidente, di poter scegliere la libertà, a partire dal diritto alla libertà dalla Costrizione fisica e culturale che ha quale unico obiettivo l’annichilimento femminile.
Sono problemi complessi per i quali non esistono soluzioni facili, ma il modo con cui si trovano le soluzioni, fa la differenza tra il mondo occidentale e altre parti del mondo. Altrimenti, oltre che alle percentuali di stranieri nelle classi, bisognerebbe dare apertura ad un sistema scolastico paritario anche per loro, partendo dalle etnie d’origine, come c’è per le scuole cattoliche, per consentire a tutti di studiare con profitto e successo, magari attraverso formule che consentano un più rapido e proficuo inserimento nella scuola e nella società, magari con corsi per figli e genitori se ciò e funzionale al buon andamento scolastico dei figli.
Quanto meno per quelle famiglie che non possono permettersi le costose scuole internazionali, dove vanno i figli degli immigrati ricchi. Il diritto all’istruzione passa anche dalla libertà di scelta. Tema tanto caro ai liberali.
Aggiornato il 25 settembre 2026 alle ore 15:09
