Taccuino Liberale. Maturità è libertà?

Ed eccoci qua, alle porte dell’estate e alle prese con gli esami di Stato, più notoriamente chiamati esami di Maturità. Il primo giorno ha offerto già le più aspre polemiche sulle tracce della prova scritta di italiano.

Prima di dare un’opinione liberale alla questione, diamo un suggerimento al Ministro: dal prossimo anno anziché dare una traccia su cui scrivere per 6 ore, dia 6 tracce, da fare tutte in sei ore. Un’ora a traccia, una traccia alla volta, consegnata dopo aver ritirato la precedente. 6 prove da un’ora, anziché una prova in 6 ore. Se la prova deve essere per percepire se e come gli studenti hanno introiettato gli strumenti analitici, di critica o sintesi, svolgere tutti i tipi di traccia darà un panorama molto più articolato delle loro capacità, conoscenze e competenze.

Vuole ridurle a 3-4 in 4-5 ore? Va bene uguale, ma li lasci lavorare ed esprimere tutto il potenziale (se ce l’hanno).

Idem si potrà fare per l’altra prova scritta. Questo modello sarebbe molto simile a quello adottato per il diploma più importante e di valore al mondo, quello rilasciato dall’IBO, riconosciuto da tutte le migliori università del mondo. 

Del resto, signor Ministro, una copiatina all’IBO diploma ha già dato prova di averla fatta, avendo ridotto da 5 a 3 i punti sulla crescita personale, proprio gli stessi punti che dà l’IBO per il cosiddetto CAS (Community-Action-Service) decisamente migliore dell’alternanza scuola lavoro. Quindi perché non copia anche altre parti di quel modello che funziona molto bene?

Tanto avranno sempre da starnazzare le anime belle, pie e radical chic, per le tracce, e quindi tanto vale che si capisca appieno se questi maturandi sono davvero maturi oppure è bene che stiano ancora un po’ a maturare.

La prima giornata di questa maturità 2026, ha disatteso alcune previsioni come quella che dava per quasi certo d’Annunzio. Un’occasione persa. La pioggia nel pineto, avrebbe dato spunti ai candidati al pari o migliori della passeggiata a Piazza di Spagna, ma una poesia che inizia con “Taci” l’avrebbero subito giudicata troppo patriarcale e quindi tanti saluti ad Ermione. Delusione per la mancata occasione di presentare Grazia Deledda di cui ricorrevano i 100 anni dal Nobel. C’era la ricorrenza degli 80 anni della Repubblica e della Costituente da celebrare, siamo certi che il Colle abbia apprezzato la proposizione dell’argomento; pensare di sottoporre ai candidati solo temi legati a delle ricorrenze forse sarà apparso troppo pure per il ministero, e quindi per il momento Grazia Deledda è rinviata a data da destinarsi.

A questo punto ci si chiede se la prova di maturità debba essere un momento in cui tessere le fila di quello che gli studenti sono in grado di fare quando si sottopongono a prove d’esame con gli strumenti acquisiti nel ciclo scolastico, dimostrando di averli, di saperli usare e anche bene, o se sia piuttosto un momento di autocelebrazione, in cui chi si è meglio assoggettato all’acculturamento mainstream va (e andrà) sempre avanti, mentre gli altri invece dovranno sempre lottare per un posto al sole.

La conoscenza rende liberi, e “conoscere per deliberare” (L. Einaudi) diventa la dimostrazione di essere passati dall’età della fanciullezza, età in cui le responsabilità adulte sono all’orizzonte ma ancora in divenire. In quest’ottica l’esame conclusivo del ciclo potrebbe essere considerato un mero “passaggio tecnico” per andare oltre (la scuola); oppure si può utilizzare per dare ampia dimostrazione della volontà di rimanere ancorati ad un sistema educativo e valoriale assoluto, in cui è più importante dimostrare di aver acquisito quegli elementi fondamentali che fanno riconoscere parte di una comunità, e che fanno stare bene in quella collettività che accoglie benevolmente chi vi aderisce acriticamente. Questo sistema non consente di porre le basi per far emergere la versione migliore di se stessi, non farà mai progredire individualmente, e non consentirà di creare valore autentico, perché tra individuo e società prediligerà sempre la seconda.

Da questo punto di vista colpisce la proposta del brano tratto dal libro di Mario Calabresi, per il quale l’impegno, la “fatica è figlia del senso del dovere, della responsabilità, dell’amore per la propria professione”, perché va decisamente nell’ottica della responsabilità individuale, non del collettivismo puro in cui troppo spesso i giovani vengono imbevuti. 

Forse c’è un filo conduttore, nelle tracce degli esami di italiano in questa maturità 2026, quello di voler proporre una riflessione non solo delle tracce ma anche sulle tracce, perché già sceglierne una piuttosto che un’altra dà già una prova di maturità, al di là di come si affronterà l’argomento, di cosa e come si scriverà. Questo filo conduttore vuol far capire che nella vita ci sono bivi ˗ senza indicazioni ˗ per strade fatte di scorciatoie, di protezioni sociali, di “volemose tutti bene, tanto paga sempre qualcun altro” o per quelle verso la piena consapevolezza individuale, quelle che senza impegno personale nessun buon risultato possono far apparire all’orizzonte, nessuna meta può essere raggiunta, strade che portano verso la responsabilità adulta, alla vita piena. 

Quando si è ad un bivio, si può scegliere da soli o decidere se far scegliere ad altri, pur sapendo che la responsabilità e gli esiti delle scelte fatte o che facciamo fare ad altri al posto nostro, ricadranno sempre e comunque sulle nostre spalle. Anche scegliere quale traccia sviluppare è una prova dell’indice di maturità, perché certi ragionamenti o ce li hai, e li scrivi quando sollecitato a farlo, oppure no, e non te li puoi far venire al momento. È una lezione che si impara molto bene leggendo Manzoni, e se si è fatto bene il ciclo di studi che si conclude con un esame per dimostrare la propria maturità, emerge forte e chiara quando si scrive. Se invece si è considerato Manzoni solo inutile e vecchio, vuol dire che più che leggere di don Abbondio, ci troviamo di fronte a tanti don Abbondio.

Maturità è ˗ in fondo ˗ aderire alla libertà di o da, come porsi nei riguardi della schiavitù collettiva, della bambagia fanciullesca, e in quest’ottica diventa il passaggio verso la libertà individuale piena e consapevole, la dimostrazione di piena consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza (chissà se qualche professore vi ha mai fatto fare una SWAT analysis), e non un mero rito collettivo per dimostrare se si è studiato di più o di meno un autore, se si faceva affidamento sulla ricorrenza o il tema di attualità oggetto del dibattito di oggi, ma destinato a collassare o diventare insignificante tra 2 anni, dimenticando se stessi, annullando il pensiero, facendo la minor fatica possibile per “sfangarla con facilità” e poi andare al mare.

Quindi forza ragazzi, dimostrate a questi adulti molto maturi (quasi avariati), che siete maturi e pronti per andare oltre le quattro mura scolastiche che vi hanno protetto dai 3 anni ai 19, come piantine nelle serre e che ora siete in grado di affrontare il mondo perché siete liberi, in quanto il valore della conoscenza quale elemento indefettibile di libertà, quindi di forza, scorre nelle vostre vene. 

Altrimenti non offendetevi se qualcuno, osservandovi, sociologicamente, vi definisce adultescenti.

Aggiornato il 19 giugno 2026 alle ore 13:28