Il dibattito sull’eutanasia è tra i più delicati e divisivi del nostro tempo. Tocca la vita, la sofferenza, la dignità, la morte. Ma proprio per questo non può essere eluso né affrontato con categorie esclusivamente morali o ideologiche. La domanda, in fondo, è semplice e radicale: chi decide sul fine della vita di una persona? Lo Stato, la collettività, o l’individuo stesso?
Il liberalismo, nella sua tradizione più solida, ha sempre difeso un principio chiaro: la sovranità dell’individuo su sé stesso. Non è un principio assoluto – perché incontra il limite del danno agli altri – ma è il fondamento di una società libera. Se questo vale per le scelte di vita, non si vede perché debba venire meno proprio nel momento più estremo, quando una persona affronta una sofferenza irreversibile e chiede di poter decidere come e quando porvi fine.
L’eutanasia, in questo senso, non è una scorciatoia né una resa. È, prima di tutto, una richiesta di responsabilità. Non è lo Stato che impone la morte, ma l’individuo che chiede di poter esercitare una scelta sulla propria esistenza, quando le condizioni di vita sono divenute per lui incompatibili con la propria idea di dignità.
Chi si oppone invoca spesso il rischio di derive: abusi, pressioni sui più fragili, banalizzazione della morte. Sono timori comprensibili, ma non giustificano il divieto assoluto. Una prospettiva liberale non nega i rischi, li affronta con regole. L’alternativa non è tra libertà senza limiti e proibizione totale, ma tra un sistema regolato e un sistema che costringe le persone a soluzioni clandestine o all’espatrio.
Oggi, infatti, chi in Italia vuole porre fine alla propria vita in modo assistito si trova di fronte a un paradosso: può farlo solo uscendo dal perimetro della legalità o recandosi all’estero. È una situazione che non tutela la dignità, ma la elude. E che crea una discriminazione evidente: tra chi ha i mezzi per scegliere e chi non li ha.
Un ordinamento liberale dovrebbe invece costruire un quadro chiaro, in cui la volontà del paziente sia libera, consapevole e verificata; la condizione clinica sia accertata in modo rigoroso; il processo sia trasparente e controllato; siano escluse forme di coercizione o pressione. In altre parole, non si tratta di liberalizzare la morte, ma di regolare una scelta estrema per evitare che diventi arbitraria o nascosta.
C’è poi un altro equivoco da chiarire. Difendere il diritto all’eutanasia non significa svalutare la vita. Significa, al contrario, riconoscerne il valore fino in fondo, al punto da non volerla ridurre a una mera sopravvivenza biologica imposta. La dignità non è una categoria astratta, ma è il modo in cui ogni individuo percepisce la propria esistenza. E negare a qualcuno la possibilità di sottrarsi a una sofferenza insostenibile può essere, a sua volta, una forma di violenza.
Il ruolo dello Stato non è quello di sostituirsi alla coscienza individuale, ma di creare le condizioni perché le scelte possano essere esercitate in modo libero e responsabile. Questo vale per la vita, e non c’è ragione per cui non debba valere anche per la morte.
Naturalmente, il diritto all’eutanasia non può prescindere da un sistema sanitario che garantisca cure adeguate, in particolare le cure palliative. La libertà di scegliere deve essere reale, non condizionata dalla mancanza di alternative. Ma proprio per questo, eutanasia e cura non sono in contraddizione: sono due risposte diverse a situazioni diverse, entrambe orientate al rispetto della persona.
In ultima analisi, la questione è una questione di fiducia. Fiducia nella capacità degli individui di prendere decisioni sulla propria vita. Fiducia nella possibilità di costruire regole che proteggano senza opprimere. Fiducia, soprattutto, nell’idea che la libertà non si esaurisca quando diventa difficile da esercitare.
Una società libera non è quella che elimina ogni rischio, ma quella che riconosce agli individui il diritto di affrontarlo secondo la propria coscienza. Anche quando si tratta della scelta più difficile di tutte.
(*) Presidente di Lodi Liberale
Aggiornato il 29 luglio 2026 alle ore 14:46
