Caccia sì, ma non sulla proprietà altrui

Il liberalismo non può arretrare sul diritto di proprietà

Il dibattito sul nuovo disegno di legge sulla caccia si è rapidamente trasformato nello scontro, ormai consueto, tra ambientalisti e mondo venatorio. È una contrapposizione ideologica che rischia però di oscurare una questione ben più importante, soprattutto per chi si riconosce nella tradizione liberale: il rispetto della proprietà privata.

Un liberale può essere favorevole alla caccia o contrario. Può considerarla una tradizione da preservare oppure un’attività destinata a ridursi con il tempo. Ma qualunque sia il suo giudizio sulla pratica venatoria, non dovrebbe mai mettere in discussione il principio fondamentale secondo cui nessuno può esercitare un proprio diritto violando quello di un altro.

È proprio su questo terreno che il disegno di legge desta le maggiori perplessità.

In Italia continua, infatti, a sopravvivere un’anomalia difficilmente conciliabile con uno Stato autenticamente liberale: il proprietario di un fondo agricolo o boschivo, pur essendone il legittimo titolare, vede fortemente limitata la possibilità di impedire l’accesso ai cacciatori. La fauna selvatica è qualificata come patrimonio indisponibile dello Stato e l’attività venatoria viene disciplinata come interesse pubblico. Il risultato è che il diritto del proprietario viene inevitabilmente compresso.

È una logica che ribalta la gerarchia dei diritti.

In qualsiasi altro ambito sarebbe impensabile consentire a soggetti estranei di entrare in una proprietà privata senza il consenso del proprietario. Nessuno immaginerebbe di autorizzare pescatori ad accedere a un laghetto privato, escursionisti a campeggiare in un giardino o raccoglitori di funghi a invadere liberamente un terreno recintato. Eppure, quando si parla di caccia, questa eccezione continua a essere considerata normale.

Ma normale non è.

La proprietà privata rappresenta uno dei pilastri della civiltà liberale. Da John Locke fino a Friedrich Hayek, passando per Adam Smith, la tutela della proprietà è stata considerata il fondamento stesso della libertà individuale. Senza un diritto di proprietà certo e inviolabile, anche gli altri diritti finiscono inevitabilmente per indebolirsi.

Il punto non è negare l’importanza della gestione faunistica. Gli animali selvatici possono arrecare danni all’agricoltura, compromettere gli equilibri ambientali o aumentare il rischio di incidenti stradali. In alcune aree sono necessari interventi di contenimento. Ma una cosa è la gestione della fauna da parte delle autorità competenti; altra cosa è trasformare questa esigenza in una compressione permanente dei diritti dei proprietari.

Esistono modelli molto più rispettosi della libertà individuale. In numerosi Paesi europei e negli Stati Uniti il consenso del proprietario costituisce il presupposto indispensabile per esercitare la caccia su un terreno privato. Si tratta di una soluzione perfettamente coerente con il principio liberale della responsabilità: chi desidera cacciare ottiene il permesso del proprietario, eventualmente riconoscendogli anche un corrispettivo economico. Il mercato sostituisce l’imposizione amministrativa.

Questo sistema produce effetti positivi sotto molti profili. Incentiva una migliore gestione del territorio, responsabilizza sia i proprietari sia i cacciatori, riduce i conflitti e attribuisce finalmente un valore economico ai diritti di proprietà, anziché considerarli un ostacolo da aggirare.

Il nuovo disegno di legge avrebbe rappresentato un’occasione preziosa per correggere questa storica anomalia. Avrebbe potuto rafforzare il consenso del proprietario, semplificare le modalità con cui escludere il proprio fondo dall’attività venatoria e riconoscere pienamente il diritto di ciascuno di decidere come utilizzare i propri beni.

Così non è stato.

Ancora una volta si preferisce attribuire prevalenza a un interesse collettivo definito dallo Stato, anziché riaffermare il principio secondo cui è lo Stato a dover giustificare ogni limitazione della proprietà privata, e non il contrario.

Il liberalismo non consiste nel difendere ogni attività economica o ogni tradizione. Consiste nel difendere regole uguali per tutti e diritti che non cambiano a seconda delle circostanze. Se oggi si accetta che un proprietario possa essere espropriato, sia pure solo parzialmente, della disponibilità del proprio terreno in nome della caccia, domani sarà più facile giustificare nuove limitazioni in nome di qualsiasi altro interesse ritenuto superiore.

Per questo la vera questione non è essere favorevoli o contrari alla caccia. La vera questione è stabilire se la proprietà privata debba restare un diritto fondamentale oppure diventare una concessione amministrativa esercitabile solo entro i limiti stabiliti dallo Stato. Un liberale, su questo punto, non dovrebbe avere alcun dubbio.

(*) Presidente di Lodi Liberale

Aggiornato il 08 luglio 2026 alle ore 13:05