I ragazzi del branco

Il maxi-blitz della Polizia contro le baby gang riporta sotto i riflettori una realtà sempre più diffusa. Dietro la cronaca ci sono adolescenti che cercano nel gruppo un’identità, trasformando la violenza in linguaggio e i social nel palcoscenico del consenso.

Sono 539 gli arrestati, di cui 47 minorenni, e 954 i denunciati nelle 44 province coinvolte nel maxi-blitz della Polizia di Stato contro la criminalità giovanile e le baby gang. L’operazione ha portato al sequestro di 703 chilogrammi di sostanze stupefacenti, 49 armi da fuoco, 87 armi bianche e circa 307 mila euro in contanti. Nel corso dei controlli sono state identificate quasi 190 mila persone, ispezionati oltre mille immobili e individuati 973 profili social che diffondevano contenuti inneggianti alla violenza, all’odio e all’uso delle armi.

Ma, al di là dei numeri, la vera domanda è un’altra: come siamo arrivati al punto in cui centinaia di ragazzi, molti dei quali minorenni, finiscono coinvolti in rapine, aggressioni, spaccio e porto di armi? Dietro, c’è qualcosa di molto più inquietante: centinaia di ragazzi, molti dei quali giovanissimi, che hanno scelto il branco come famiglia, la violenza come linguaggio e il crimine come scorciatoia per conquistare rispetto. È qui che la cronaca finisce e inizia la riflessione.

Le baby gang non sono nate all’improvviso. Sono cresciute lentamente, quasi nell’indifferenza generale. All’inizio erano piccoli gruppi che si ritrovavano nelle piazze o davanti ai centri commerciali. Oggi, in molti casi, sono bande organizzate che si danno appuntamento attraverso i social, scelgono le vittime, riprendono le aggressioni con lo smartphone e pubblicano i video come se fossero trofei. La violenza, per alcuni adolescenti, è diventata un modo per esistere. Non si picchia soltanto per rubare. Si picchia per essere riconosciuti dal gruppo, per conquistare follower, per dimostrare coraggio davanti agli amici. Il branco offre quello che molti ragazzi non trovano altrove: appartenenza, protezione, identità. È un’identità sbagliata, ma spesso è l’unica che percepiscono come possibile.

Dietro questi giovani non c’è una sola storia. C’è chi cresce in famiglie segnate da difficoltà economiche o educative, chi vive in quartieri dove la criminalità è parte del paesaggio quotidiano, chi ha abbandonato la scuola troppo presto e chi trascorre intere giornate davanti a uno schermo, alimentando l’illusione che la forza e la paura siano sinonimi di rispetto.

Negli ultimi anni le cronache hanno raccontato aggressioni sempre più brutali, spesso senza un motivo apparente. Ragazzi presi di mira per uno sguardo, per un cellulare, per un paio di scarpe o semplicemente per divertimento. È questo l’aspetto più inquietante: la violenza gratuita, svuotata perfino della logica del profitto.

Naturalmente chi commette un reato deve risponderne. Le vittime hanno diritto alla giustizia e alla sicurezza, e il blitz di oggi dimostra che questi gruppi possono essere individuati e colpiti. Ma gli arresti arrivano sempre alla fine della storia, quando il disagio si è già trasformato in criminalità. La vera sfida comincia molto prima. Comincia nelle scuole, che devono tornare a essere luoghi di crescita e non soltanto di istruzione. Comincia nelle famiglie, che vanno sostenute quando faticano a gestire adolescenti sempre più fragili e influenzabili. Comincia nei quartieri, dove servono spazi per lo sport, la cultura e l’aggregazione, perché lasciare una piazza vuota significa spesso consegnarla al branco. Anche il mondo digitale non può più essere considerato un dettaglio. Oggi molte baby gang nascono, si organizzano e si mettono in mostra online.

Servono educazione all’uso dei social, maggiore responsabilità delle piattaforme nel rimuovere contenuti che esaltano la violenza e strumenti per aiutare i giovani a distinguere la popolarità dal rispetto. Non esiste una soluzione semplice. Servono controlli, pene certe e una presenza costante delle forze dell’ordine. Ma serve anche il coraggio di guardare questi ragazzi non solo come autori di reati, bensì come il prodotto di una società che troppo spesso si accorge di loro soltanto quando finiscono nelle pagine di cronaca. La vera vittoria sarà il giorno in cui non parleremo più di baby gang perché avremo restituito a quei ragazzi qualcosa di più forte del fascino del branco: un futuro, una comunità e la consapevolezza che il rispetto non si conquista con la violenza.

Aggiornato il 22 luglio 2026 alle ore 10:42