Caso Roggero, un’immagine desolante di giustizia

Se finisce in carcere chi ha subito una rapina, lo Stato ha un problema

Il 28 aprile 2021 tre uomini armati fecero irruzione nella gioielleria di Mario Roggero, a Grinzane Cavour. Entrarono per rapinare. Minacciarono il titolare e chi si trovava nel negozio. In pochi minuti trasformarono il luogo di lavoro di un commerciante in un teatro di violenza.

Questa è l’origine di tutta la vicenda. Non bisogna mai dimenticarlo.

Mario Roggero non uscì quella mattina con l’intenzione di uccidere qualcuno. Uscì per lavorare, come aveva fatto per decenni. Aveva costruito la sua attività con sacrificio, aveva pagato le tasse, aveva dato lavoro e rappresentava quella piccola imprenditoria che lo Stato celebra nei discorsi ufficiali, salvo poi lasciarla sola quando la criminalità bussa alla porta.

Durante quella rapina reagì con la pistola che deteneva legalmente. Due rapinatori morirono, un terzo rimase ferito. I giudici hanno stabilito che la sua reazione avvenne quando il pericolo immediato era cessato e, per questo, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione.

La sentenza è definitiva. Ma definitiva non significa intoccabile sul piano del giudizio morale e civile. Perché questa decisione lascia una domanda enorme: che idea ha lo Stato della paura?

Davvero si può pretendere che un uomo appena aggredito da criminali armati, con la moglie e la figlia coinvolte in quei momenti di terrore, ragioni con la lucidità di un magistrato che ricostruisce i fatti cinque anni dopo? Davvero si può immaginare che l’adrenalina si spenga nell’istante esatto in cui, secondo una ricostruzione processuale, il pericolo è cessato?

Mario Roggero non è un incursore. Non è un agente del GIS. Non è un operatore del NOCS. Non è un tiratore scelto addestrato a gestire il fuoco sotto stress. È un uomo comune. E agli uomini comuni non si può chiedere di comportarsi come professionisti della forza.

Questa sentenza rischia di produrre un effetto devastante. Dice ai cittadini onesti che, se la criminalità entra nella loro vita, oltre al trauma dovranno mettere in conto anche il rischio di essere loro a perdere tutto. Prima vittime della rapina. Poi imputati. Infine, detenuti.

È difficile spiegare a un commerciante che apre il negozio ogni mattina perché dovrebbe sentirsi più tutelato dopo questa vicenda.

Il punto non è negare i limiti della legittima difesa. Il punto è chiedersi se la legge, così interpretata in questo caso, abbia saputo distinguere tra chi quella violenza l’ha provocata e chi l’ha subita.

Perché senza i rapinatori non ci sarebbe stato alcuno sparo. Non ci sarebbe stato alcun processo. Non ci sarebbe stata alcuna condanna. Tutto nasce da una scelta criminale compiuta da chi ha deciso di entrare armato in una gioielleria.

Oggi Mario Roggero, un uomo anziano, dovrà affrontare il carcere e le conseguenze civili della condanna. Molti cittadini si chiedono se questa sia davvero l’immagine della giustizia che uno Stato vuole offrire: severissimo con un commerciante travolto dalla paura, incapace però di restituirgli la serenità, la sicurezza e gli anni che quella rapina gli ha portato via.

Le sentenze applicano la legge. Ma una democrazia vive anche del diritto di interrogarsi se tutte le leggi, e tutte le loro applicazioni, coincidano sempre con il senso di giustizia dei cittadini. Nel caso di Mario Roggero, questo interrogativo non è mai stato così forte. E ignorarlo sarebbe un errore tanto grave quanto pensare che la paura di un uomo possa essere misurata con il cronometro.

Aggiornato il 17 luglio 2026 alle ore 12:21