“Tutto ciò che ho fatto in vita mia è stato un errore; tranne l’errare”: così si potrebbe riassumere in estrema sintesi lo spirito di chi intendesse seriamente riflettere non soltanto sull’errore come tale, ma sulla eventualità che possa – o, perfino, debba – esistere un diritto d’errore di cui addirittura si conceda di delineare una teoria. Senza dubbio, nutrire l’aspirazione di condensare alcune riflessioni sulla configurazione di una teoria del diritto d’errore che sia a sua volta preservata dell’errare è una pretesa se non paradossale quanto meno ambiziosa, ma ciò non di meno necessaria, pur nella consapevolezza che essa stessa possa trovare conferma della sua legittimità sia nel caso della presenza, sia nel più miracoloso caso dell’assenza di eventuali errori all’interno di ogni sua formulazione.
Nell’epoca dell’efficienza della macchina, della tecnicizzazione meccanica del mondo e della vita, dell’Intelligenza artificiale sempre più ottimizzata e ottimizzante, della velocità e della precisione della digitalizzazione delle prestazioni lavorative, dei rapporti interpersonali, delle relazioni intersoggettive, c’è ancora spazio per l’errore, per l’umano che sbaglia, per l’uomo che si confessa fallibile? Certo, l’errore è spesso causa di problemi, di incomprensioni, talvolta perfino di conflittualità e sofferenza, e per questo si intende minimizzarlo, ridurlo il più possibile, evitarlo sempre e comunque, ma probabilmente per quanto sia meticolosa la sua riducibilità essa non potrà mai tradursi in una sua inevitabilità assoluta. Ad ogni modo, la presenza dell’errore – specialmente nell’epoca altamente tecnologica in cui stiamo vivendo e a maggior ragione in quella del futuro più prossimo – rivela qualcosa di più di un semplice problema da evitare o risolvere.
L’errore, infatti, in primo luogo costituisce uno scandaglio di ordine etico, poiché per essere davvero tale presuppone la buona fede di colui che vi inciampa, fornendo così un criterio idoneo per la determinazione del livello di responsabilità morale o giuridica del soggetto che agisce. In secondo luogo, l’errore si propone come spartiacque conoscitivo, poiché indica la differenza tra una mancata corretta conoscenza della realtà e la sua volontaria negazione o alterazione, come già Platone aveva prospettato, rispettivamente, nel Teeteto e nel Sofista. In terzo luogo, l’errore apre la via a tutto un vasto panorama di possibilità che oltrepassa il problema della conoscenza o della conoscibilità della realtà che ci circonda, offrendosi come una forma di vera e propria garanzia teoretica del pensare.
Se, infatti, l’errore è sempre possibile, per quanto ridotto, ma mai del tutto annullabile, allora significa che nel modo di pensare e di agire dell’uomo non si può prescindere dalla cogenza della cosiddetta “riserva fallibilistica”, cioè la consapevolezza della imperfezione costitutiva del sistema umano in quanto tale considerato.
L’errore, in tale prospettiva, si pone, forse, già come criterio utile e necessario per cominciare a distinguere l’intelligenza umana, come tale fallibile, da quella artificiale (ammesso che questa seconda prima o poi diventi o miri all’infallibilità). Fin qui, però, l’errore è stato – seppur in estrema sintesi – tenuto in considerazione nella sua fase statica, cioè come astrazione in sé e per sé considerata, nella sua accezione meramente descrittiva. Può, tuttavia, l’errore essere inteso nella sua fase dinamica, cioè come concretizzazione teleologicamente orientata, in una sua accezione diversa, cioè perfino in una certa misura prescrittiva? La risposta non può che essere affermativa, poiché l’errore in questa seconda prospettiva assurge a vero e proprio diritto dalle molteplici sfaccettature. Diritto dell’essere umano a riconoscersi fallibile, cioè né onnipotente come un dio né infallibile come una macchina; diritto dell’essere umano al riconoscimento della sua libertà volta da un lato a scoprire il proprio essere e, dall’altro lato, a dirigere il proprio agire al miglioramento di se stesso; diritto dell’essere umano a non dare mai per scontata la propria stessa natura.
Da tutto ciò discendono conseguenze di per se stesse ovvie, che oggi – nell’era dell’efficientismo e della macchina – rischiano di non essere più così automaticamente evidenti, come nel campo della scienza, del diritto e della politica. Nel campo della scienza il diritto d’errore induce a ritenere sempre provvisorie le acquisizioni scientifiche, in ogni tempo e in ogni ambito, poiché la comunità scientifica nella sua interezza come il singolo uomo di scienza per essere davvero tali devono sempre custodire il proprio diritto a sbagliare e falsificare le proprie teorie e le proprie ipotesi. Nel campo del diritto, inoltre, il diritto d’errore non può che comportare la diuturna consapevolezza che leggi, sentenze e contratti non possono mai ritenersi insuscettibili di critica poiché non esiste il diritto perfetto, ma soltanto il diritto alla perfettibilità, come comprovano, del resto, istituti quali il diritto d’appello e la revisione, piuttosto che i giudizi di legittimità costituzionale, o la correggibilità dell’errore materiale. Nel campo della politica, infine, il diritto d’errore introduce la fallibilità dell’autorità, di qualsiasi grado e legittimazione essa sia, la quale, dunque, non può essere considerata né una forma di divinità terrena (come il Leviatano di Thomas Hobbes), né tanto meno qualcosa di insuscettibile di controllo e limitazione.
Alla luce di quanto fin qui considerato, allora, il diritto d’errore illumina la realtà secondo la luce della ragione consapevole dei propri stessi limiti, così che la scienza è tale soltanto se riconosce di poter sbagliare, il diritto è tale soltanto se non è assoluto, la politica è tale soltanto se non è totalizzante. In conclusione, allora, sebbene molteplici potrebbero essere ancora le riflessioni da condurre sul punto, si può reputare che il diritto d’errore si impone quasi come una vera e propria condizione di pensabilità del pensiero in se stesso considerato senza la quale il pensiero cessa di pensare davvero e di essere quindi se stesso. Il diritto d’errore è, dunque, il diritto a pensare liberamente e all’un tempo il diritto a liberare il pensiero dai suoi stessi errori, cominciando da quello più esiziale, cioè quello di pensare che non ci possa essere un pensiero ulteriore oltre quello che sia in grado di rivelare il proprio stesso errore.
Aggiornato il 08 luglio 2026 alle ore 10:28
