Medicina km 0
La medicina di emergenza-urgenza è il termometro dello stato di salute del Servizio sanitario nazionale. È nei pronto soccorso, nelle centrali operative e nei dipartimenti ospedalieri che si misura ogni giorno la capacità del sistema di rispondere ai bisogni più immediati dei cittadini. Un settore strategico ma sempre più sotto pressione, stretto tra l’aumento della domanda assistenziale, la carenza di professionisti e le persistenti disuguaglianze territoriali. A fare il punto sulla situazione insieme a noi di Medicina a km 0 è il dottor Alessandro Riccardi, presidente della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza (Simeu), che traccia un quadro complesso ma non privo di prospettive di miglioramento.
“La medicina di emergenza-urgenza rappresenta il front office del Servizio sanitario nazionale ‒ spiega Riccardi ‒ Negli ultimi anni i pronto soccorso hanno assunto un ruolo sempre più articolato, diventando luoghi di diagnosi e cura ad alta complessità, nei quali la permanenza dei pazienti si prolunga spesso ben oltre le tempistiche previste, anche a causa della carenza di posti letto disponibili negli ospedali”.
Uno dei fenomeni più evidenti, infatti, è il sovraffollamento cronico dei pronto soccorso. Una criticità che, secondo Simeu, non può essere ricondotta esclusivamente agli accessi impropri. Sebbene una quota significativa degli utenti presenti condizioni a bassa priorità clinica, il problema appare molto più ampio e coinvolge l’intera organizzazione del sistema sanitario. La difficoltà di garantire una presa in carico tempestiva sul territorio, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche e la riduzione della capacità ricettiva degli ospedali contribuiscono infatti a congestionare i percorsi dell'emergenza. Il risultato è una crescente pressione sui professionisti e un allungamento dei tempi di permanenza dei pazienti nei dipartimenti di emergenza.
A rendere ancora più delicata la situazione è la carenza di personale sanitario. Medici e infermieri dell’emergenza-urgenza rappresentano oggi una delle categorie più esposte al rischio di burnout. Turni gravosi, elevata responsabilità clinica, difficoltà organizzative e frequenti episodi di aggressione nei confronti degli operatori stanno incidendo sull'attrattività della specializzazione e alimentano il fenomeno della fuga dai pronto soccorso. “La crisi vocazionale è uno degli aspetti più preoccupanti”, sottolinea Riccardi. “Occorre restituire valore e prospettive a una disciplina che resta fondamentale per la tenuta dell'intero sistema sanitario”.
Tra i fattori che contribuiscono a rendere meno attrattiva la medicina di emergenza-urgenza figura anche il crescente ricorso ai cosiddetti “medici gettonisti”, professionisti reclutati tramite cooperative o contratti esterni per coprire le carenze di organico nei pronto soccorso. Un fenomeno nato come soluzione temporanea all’emergenza ma che, negli anni, si è progressivamente consolidato in molte realtà del Paese.
La questione non riguarda soltanto i costi sostenuti dalle aziende sanitarie, ma anche il clima professionale all’interno dei reparti. Non è raro, infatti, che i medici assunti attraverso questi canali percepiscano compensi sensibilmente superiori rispetto ai colleghi strutturati, arrivando in alcuni casi a guadagnare tre o quattro volte di più a parità di attività svolta. Una situazione che alimenta malcontento tra i professionisti del Servizio sanitario nazionale e contribuisce a rendere meno appetibile una carriera ospedaliera caratterizzata da elevati livelli di responsabilità, turni gravosi e retribuzioni ritenute non adeguate.
A questo si aggiunge il tema delle competenze. Le società scientifiche dell’emergenza-urgenza hanno più volte sottolineato la necessità che il personale impiegato nei pronto soccorso possieda una formazione specifica e consolidata nella gestione dei pazienti critici. L’utilizzo di professionisti provenienti da percorsi diversi, pur rappresentando spesso una risposta obbligata alle carenze di organico, pone interrogativi sull'omogeneità delle competenze e sulla qualità organizzativa del servizio. “La gestione del paziente critico richiede competenze particolari e una formazione specialistica che deve essere valorizzata e tutelata”, conferma il presidente Riccardi.
Anche sul piano territoriale persistono inoltre differenze significative tra le diverse aree del Paese. Le disparità riguardano non soltanto la disponibilità di risorse economiche e professionali, ma anche i modelli organizzativi adottati dalle singole Regioni. In alcuni contesti sono state sviluppate esperienze considerate virtuose e potenzialmente replicabili, mentre in altri continuano a emergere criticità legate all’accessibilità e all’efficienza dei servizi. La forte regionalizzazione della sanità italiana rappresenta, secondo molti osservatori, un elemento che può favorire l’innovazione ma che rischia anche di amplificare le disuguaglianze nell'accesso alle cure d'emergenza. In questo contesto si inserisce il dibattito sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale. Negli ultimi anni il settore dell’emergenza-urgenza è stato tra quelli che hanno maggiormente risentito delle difficoltà del sistema. Tuttavia, il nodo non riguarda esclusivamente l’entità delle risorse disponibili, ma anche la loro distribuzione e la capacità di costruire modelli organizzativi più efficienti. Tra le possibili soluzioni, un ruolo centrale è attribuito al rafforzamento dell’assistenza territoriale. Le Case di Comunità previste dal Pnrr, se pienamente operative e integrate con gli ospedali, potrebbero contribuire a ridurre gli accessi evitabili ai pronto soccorso e migliorare la continuità assistenziale dei pazienti, ma non è facile anche lì reperire il personale medico.
Anche l’innovazione tecnologica è destinata ad assumere un peso crescente, ma non ha ancora assunto quel peso specifico atteso. Dall’ottimizzazione dei flussi alla gestione dei dati clinici, fino alle possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale nei processi organizzativi e di supporto alle decisioni, le nuove tecnologie potrebbero offrire strumenti utili per aumentare l’efficienza del sistema. La medicina di emergenza-urgenza resta uno degli osservatori più sensibili delle trasformazioni sociali e sanitarie del Paese. Investire in questo settore significa non soltanto migliorare la risposta alle emergenze, ma rafforzare la capacità complessiva del Servizio sanitario nazionale di garantire equità, accessibilità e qualità delle cure.
Aggiornato il 24 giugno 2026 alle ore 15:16
