Siena, l’assoluzione e quel peso che resta sulle donne

Due schermidori assolti “perché il fatto non sussiste” nel caso della giovane atleta uzbeka. La sentenza chiude il processo, ma riapre una questione più profonda: il peso sociale e culturale che continua a gravare sulle donne che denunciano violenze, nonostante leggi più severe e nuove tutele.

A Siena si è chiuso un processo con una sentenza chiara: i due giovani schermidori italiani imputati per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una schermitrice della nazionale Uzbeka di origine messicana, allora minorenne, sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”. È una formula piena, che nel diritto italiano non lascia spazio a interpretazioni: la presunzione d’innocenza va rispettata integralmente. Ma fuori dall’aula giudiziaria, questa vicenda non si chiude affatto.

Perché il caso di Siena non è soltanto una storia processuale. È uno specchio ancora una volta acceso sulla condizione delle donne in Italia quando denunciano una presunta violenza sessuale. E su quanto, ancora oggi, il costo sociale e personale della denuncia resti altissimo.

I fatti risalgono all’agosto 2023, durante un raduno sportivo a Chianciano Terme. Da lì nasce un’indagine lunga, complessa, attraversata da accertamenti tecnici, incidente probatorio e quasi tre anni di procedimento, fino alla decisione del tribunale.

In questo tempo si è consumato un secondo processo, parallelo e spesso più feroce: quello dell’opinione pubblica. Un processo senza regole, senza garanzie, senza contraddittorio. Dove la parola di una giovane donna viene quasi sempre sottoposta a uno scrutinio immediato e sproporzionato, mentre il contesto in cui maturano le denunce di violenza sessuale resta spesso sullo sfondo.

La schermitrice, oggi maggiorenne, ha scelto di esporsi pubblicamente dichiarando di voler “metterci la faccia”, di voler “continuare a lottare per avere giustizia”, e farlo anche “per le altre donne”. Frasi che pesano più di qualunque commento, perché restituisce la dimensione collettiva di ciò che accade in casi simili: la sensazione che denunciare in Italia significhi ancora affrontare una forma di solitudine istituzionale e sociale.

Ed è qui che il caso Siena smette di essere soltanto cronaca giudiziaria e diventa questione culturale. Perché nel nostro Paese la violenza contro le donne continua a essere affrontata con un doppio registro.

Da un lato le norme si sono rafforzate: il “Codice Rosso” ha accelerato le procedure, sono state introdotte aggravanti specifiche, fino al riconoscimento del femminicidio come reato autonomo. Segnali importanti, che indicano una volontà politica di intervento.

Dall’altro lato, però, resta intatta una struttura culturale più profonda e resistente di qualunque riforma: quella che, di fronte a una denuncia, sposta quasi automaticamente il baricentro del dubbio sulla donna che parla.

È un meccanismo antico, che sopravvive nei commenti pubblici, nelle narrazioni mediatiche, nelle conversazioni quotidiane: cosa indossava, perché era lì, perché non ha reagito, perché denuncia dopo tempo. Domande che raramente vengono rivolte con la stessa insistenza in direzione opposta.

Questo è il punto più critico: in Italia la violenza di genere non è solo un tema criminale, è ancora un problema culturale strutturale. E finché resterà tale, nessun intervento normativo potrà essere sufficiente.

Perché le leggi possono punire i reati, ma non possono da sole cambiare la grammatica sociale con cui si leggono le denunce. Non possono impedire che ogni caso diventi una contrapposizione ideologica, né evitare che chi denuncia venga trascinata in una zona grigia fatta di sospetto, esposizione e giudizio pubblico.

Il caso di Siena lo dimostra ancora una volta. Una vicenda giudiziaria può chiudersi con un’assoluzione piena, ma lascia comunque aperto il tema più grande: quello di un Paese in cui il peso della denuncia ricade ancora, in modo sproporzionato, sulle donne.

Ed è questo il nodo che nessuna riforma, da sola, ha ancora sciolto.

Aggiornato il 19 maggio 2026 alle ore 09:43