Giovani fragili, troppo fragili. Sul paradosso di una sofferenza che si allarga mentre la curiamo

Il governo italiano sta per attivare un servizio chiamato AscoltaMI: cinque sedute gratuite con uno psicologo, online, riservate agli studenti dell’ultimo anno delle medie e del primo biennio delle superiori. Diciotto milioni e mezzo di euro stanziati per il 2026, voucher da duecentocinquanta euro, accesso senza vincoli di reddito. Una misura ragionevole, accolta con favore dalla quasi totalità dei commentatori.

Eppure, come ha osservato Luca Ricolfi su Il Messaggero del 26 aprile 2026, basta fare due conti per accorgersi che siamo davanti a qualcosa di sproporzionato. Nemmeno destinando ogni centesimo dei fondi al pagamento delle prestazioni si riuscirebbe a coprire più del 2 per cento dei beneficiari potenziali, mentre i sondaggi indicano che oltre il 20 per cento dei giovani lamenta sintomi di ansia, depressione, disturbi alimentari, autolesionismo. Aggiungiamo che i Bes riguardano ormai un alunno su dieci e che gli insegnanti di sostegno si avvicinano al 25 per cento del corpo docente, e il quadro diventa quello di una richiesta di soccorso talmente diffusa che soddisfarla integralmente, scrive Ricolfi, costerebbe l’ordine di grandezza di una legge finanziaria.

È a questo punto che il sociologo torinese, dopo aver allineato le cifre, fa la mossa che dà al suo articolo il suo vero peso. Si chiede cioè non quanti psicologi servano, ma “che tipo di società siamo diventati”. Come è potuto accadere, in pochi decenni, che la maggior parte di noi sia divenuta incapace di affrontare con i normali sostegni della vita comune, gli amici, la famiglia, gli insegnanti, il vicinato, problemi che generazioni, cresciute in condizioni materiali assai più dure, attraversavano senza ricorrere a esperti? Quando, esattamente, i nodi dell’esistenza hanno smesso di essere materia di vita per diventare oggetto di consulenza specialistica?

La domanda di Ricolfi merita di essere presa sul serio e, per prenderla sul serio, bisogna resistere alla tentazione di rispondervi con il vocabolario in cui è formulata. Quel vocabolario, che è poi il nostro, oppone la fragilità alla forza come se fossero due condizioni distinte, due qualità che si possiedono o non si possiedono, due stati di un soggetto che si misurano come si misura un’altezza o un peso. Da qui la diagnosi spontanea: se i giovani di oggi sono fragili, vuol dire che è venuta meno la forza che le generazioni precedenti possedevano. E da qui il programma, esplicito o implicito, di tutte le politiche del benessere mentale: ridurre la fragilità, ricostruire la forza.

Eppure, se osserviamo da vicino ciò che chiamiamo dolore, ci accorgiamo di una cosa curiosa. Il dolore non è mai un dato neutro che la nostra coscienza registra come un termometro registra la temperatura. Il dolore è dolore solo perché lo rifiutiamo, solo perché qualcosa in noi grida che non dovrebbe esserci, che dovrebbe finire, che non avrebbe mai dovuto cominciare. Toglietegli quel rifiuto e quello che resta non è più dolore, ma una sensazione neutra, una pressione, un calore, un’intensità qualunque. Lo stesso, rovesciato, vale per il piacere. Il piacere è piacere perché lo vogliamo, perché qualcosa in noi vuole che permanga, che torni, che sia sempre: la cessazione di un piacere che non desideravamo non ci ferisce, ci lascia indifferenti. Dolore e piacere, dunque, non vivono di vita propria. Vivono della relazione che noi intratteniamo con loro, del fatto che il nostro volere si protende verso o si ritrae da. E se così è, anche fragilità e forza, che del dolore e del piacere sono i nomi morali e sociali, non sono due sostanze contrapposte. Sono due modi del nostro volere. La fragilità è ciò che vorremmo non fosse e che invece c’è; la forza è ciò che vorremmo permanesse e che ci pare di poter trattenere. Cambia la cosa che si vuole, ma è la stessa volontà a essere in gioco.

Da questa osservazione apparentemente innocua discende una conseguenza che spiega molte cose. Se la fragilità non è un’avaria del soggetto ma il nome che diamo a ciò che il nostro volere rifiuta, allora una società che intensifica e dilata il volere, che educa i suoi figli a desiderare sempre di più, a pretendere sempre di più, a non tollerare attese, ostacoli, frustrazioni, opacità, è una società che fabbrica fragilità a getto continuo, esattamente nello stesso atto con cui crede di produrre forza, sicurezza, realizzazione. Quanto più la promessa di felicità si fa esplicita, totale, dovuta, tanto più si dilata l’area di ciò che, non corrispondendovi, viene vissuto come dolore.

La fragilità giovanile (ma non solo) di cui parliamo non è il sintomo di una forza venuta meno: è il rovescio esatto di una pretesa di forza divenuta smisurata. È il prezzo che paga, sotto forma di sofferenza diffusa, una cultura che ha separato il piacere dal dolore come se fossero due regioni distinte del mondo, l’una da occupare militarmente, l’altra da bonificare con i mezzi della tecnica. E qui sta il limite costitutivo di ogni dispositivo terapeutico universale, AscoltaMI compreso. Non è un limite di risorse, come Ricolfi mostra benissimo con i suoi calcoli; non è un limite di competenze degli psicologi, che sono spesso eccellenti; è un limite strutturale. Si vorrebbe ridurre la fragilità senza toccare il volere che la produce, anzi assecondando quel volere, certificandolo, traducendolo nel linguaggio dei diritti esigibili. Ma un volere che pretende ovunque la forza e in nessun luogo il dolore è il motore stesso della fragilità che si vorrebbe curare.

Si tenta di prosciugare una palude continuando ad alimentare la sorgente che la riempie.

Se le cose stanno così, la domanda di Ricolfi trova una risposta che la politica non può dare e che nessuna app potrà mai erogare. Non siamo diventati incapaci di reggere la vita perché abbiamo perso una forza che i nostri nonni possedevano. Siamo diventati incapaci di reggerla perché abbiamo imparato a volere come loro non volevano: a pretendere che il dolore non ci fosse mai e che il piacere ci fosse sempre, a sentire come ingiustizia ogni resistenza del mondo, come patologia ogni tristezza, come ferita ogni ostacolo. La forza vera non è il contenuto opposto alla fragilità, non è uno stato che si conquista e che si possiede al posto di un altro. È un modo del volere, ed è forse l’unico modo che renda la vita abitabile. Consiste nell’accogliere ciò che ci accade, il dolore e il piacere insieme, senza esigere che l’uno sparisca perché l’altro permanga, senza separare con la violenza dell’attesa quello che nell’esperienza è sempre intrecciato. Le generazioni di cui Ricolfi sente la mancanza non erano più forti perché soffrivano meno. Erano più forti perché soffrivano sapendo che si soffre, e gioivano sapendo che si gioisce, e l’una cosa non escludeva l’altra né la pretendeva. Avevano una grammatica del limite che noi abbiamo dimenticato di trasmettere ai nostri figli, convinti che fosse una grammatica della rassegnazione e non, com’era, una grammatica della libertà. Esiste un’antica figura che rende perfettamente l’idea, quella dell’uomo che porta l’acqua del pozzo: la porta perché ne ha bisogno, sa che è pesante, sa che il secchio oscilla e che parte si versa, e tuttavia continua a portarla, senza maledire il peso e senza cercare un secchio che non oscilli mai.

Quell’uomo, ai nostri occhi, sembrerebbe oggi un caso clinico. Eppure era, semplicemente, un uomo che aveva imparato a volere la propria sete insieme alla propria acqua.

Aggiornato il 04 maggio 2026 alle ore 11:40