Lo scontro esploso tra il 12 e il 13 aprile tra Donald Trump e Papa Leone XIV costituisce uno di quegli episodi che, pur apparendo come cronaca politica contingente, rivelano strutture di lungo periodo. Il presidente degli Stati Uniti ha attaccato il pontefice con un linguaggio senza precedenti nella storia dei rapporti tra Casa Bianca e Santa sede. Ma ridurre la vicenda a uno scambio di invettive tra due figure di potere significherebbe fraintenderne radicalmente la portata. I fatti, in sintesi. Nella serata del 12 aprile, pochi minuti dopo la messa in onda di un servizio di 60 Minutes in cui tre cardinali americani avevano criticato la guerra in Iran e le deportazioni di massa, Trump ha pubblicato su Truth un attacco frontale al pontefice, definendolo “debole sul crimine e pessimo in politica estera” e arrivando a rivendicare la paternità della sua elezione: “Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Il giorno seguente, in volo verso l’Algeria, il Papa ha replicato: “Non ho paura dell’amministrazione Trump. Continuerò a parlare con forza contro la guerra. Troppi innocenti vengono uccisi”.
La tensione affonda le radici in oltre un anno di frizioni su tre fronti. Sul piano migratorio, la campagna di deportazioni ha messo la Chiesa americana in rotta di collisione con la Casa Bianca sin dall’autunno 2025, quando la Conferenza episcopale ha emesso un raro “messaggio pastorale speciale” contro le “deportazioni di massa indiscriminate”. Sul piano della politica estera, la guerra in Iran iniziata il 28 febbraio 2026 ha visto Leone XIV intensificare progressivamente i suoi appelli pacifisti, fino a denunciare il “delirio di onnipotenza” che alimenta il conflitto. Vi è infine un terzo elemento: la giustificazione teologica della guerra avanzata dall’amministrazione, con il segretario alla Guerra Pete Hegseth che ha invitato gli americani a pregare per la vittoria “nel nome di Gesù Cristo”, e il Papa che ha risposto affermando che Cristo “non ascolta le preghiere di chi fa la guerra”. L’intervista dei tre cardinali, Blase Cupich, Robert Walter McElroy e Joseph William Tobin, ha rappresentato il momento in cui questa tensione latente è deflagrata nello spazio pubblico. Tutti e tre hanno legato le loro critiche al magistero di Leone XIV, presentandosi non come opinionisti politici, ma come pastori che raccolgono la sofferenza delle loro comunità. La reazione di Trump, con il suo rifiuto di scusarsi e l’immagine poi rimossa che lo ritraeva in vesti cristologiche, ha segnato un punto di non ritorno.
Fin qui la cronaca. Ma cosa ci dice questo scontro sulla struttura dell’epoca in cui viviamo? Sarebbe un errore considerare Trump come la causa dei mali del nostro tempo. Egli ne è piuttosto l’effetto, il sintomo più vistoso. L’Occidente contemporaneo è l’esito di un processo plurimillenario che ha progressivamente eroso ogni fondamento veritativo assoluto. Tale processo non nasce con la modernità, come talvolta si ritiene: le sue radici affondano nella metafisica greca, là dove la distinzione tra essere immutabile e divenire ha posto le premesse di quella scissione tra verità eterna e storia contingente che attraverserà l’intera vicenda del pensiero occidentale. La modernità ha celebrato l’emancipazione da ogni autorità trascendente; la postmodernità ha radicalizzato questa emancipazione fino a dissolvere l’idea stessa che esista una verità vincolante. In questo orizzonte, la politica non è più l’arte di governare secondo principi immutabili, ma la pura amministrazione della volontà di potenza. Trump non inventa nulla: porta semplicemente alle estreme conseguenze una logica già inscritta nelle premesse del nichilismo occidentale.
In questo contesto, la Chiesa cattolica si trova in una posizione singolare. Essa è, nel panorama delle istituzioni contemporanee, l’ultimo soggetto che pretenda ancora di parlare in nome di una verità assoluta. Non di un’opinione tra le altre, non di un punto di vista culturalmente situato, ma di una verità che si afferma come universale e vincolante. Da questo punto di vista, lo scontro tra Trump e Leone XIV non è accidentale. È, al contrario, del tutto conseguente. Un potere che non riconosce alcun limite veritativo al proprio agire non può tollerare l’esistenza di un’istanza che si ponga come custode di verità non negoziabili. La pretesa papale di giudicare la guerra e la pace secondo criteri che trascendono la volontà dei governi rappresenta, per una politica integralmente nichilistica, un’intrusione inammissibile. Di qui l’accusa di Trump al pontefice di essere “un politico” anziché “un grande Papa”: l’invito, cioè, a ritirarsi nella sfera del privato e del cultuale, rinunciando a ogni giudizio sulla storia.
Resta tuttavia una domanda, che è opportuno formulare con cautela e rispetto. La Chiesa cattolica dispone davvero degli strumenti concettuali per contrastare efficacemente la deriva che Trump incarna? Il cristianesimo occidentale ha ereditato, nella sua formulazione dottrinale, le strutture ontologiche elaborate dal pensiero greco. La teologia ha pensato il Dio biblico attraverso le categorie della metafisica classica: l’Essere sussistente, l’Atto puro, l’Ipsum Esse subsistens. Tale operazione ha consentito una grandiosa sintesi speculativa, ma ha anche comportato l’assunzione di un impianto categoriale che porta con sé implicazioni problematiche. La metafisica greca, infatti, pone sì l’Essere eterno e immutabile come fondamento, ma lascia il divenire, il mondo delle cose che nascono e periscono, in una condizione di radicale precarietà ontologica. Ciò che diviene è ciò che transita dal non-essere all’essere e dall’essere al non-essere: la sua essenza è l’oscillazione tra i due estremi, l’intrinseca provvisorietà. In questo orizzonte, il divenire è già pensato nichilisticamente, come il luogo in cui le cose emergono dal nulla per farvi ritorno. L’Assoluto sta accanto a questo divenire, lo trascende e lo governa provvidenzialmente, ma non ne muta la struttura.
Ora, se il cristianesimo ha assunto questo schema, non ha forse ereditato, insieme alle categorie dell’Essere eterno, anche la concezione nichilistica del divenire che a quelle categorie si accompagna? Non si dà forse, nel cuore stesso della dogmatica cristiana, una tensione irrisolta tra l’affermazione dell’Assoluto e l’accettazione di un mondo strutturalmente consegnato alla nullità? E se così fosse, può la Chiesa opporsi al nichilismo contemporaneo disponendo di strumenti concettuali che, in ultima istanza, condividono con esso alcune premesse fondamentali? La domanda non intende misconoscere la grandezza della tradizione cristiana né la nobiltà degli appelli di Leone XIV alla pace. Intende piuttosto interrogarsi sulla capacità di quegli appelli di incidere sulla realtà storica. È forse per questo che il magistero ecclesiale, pur levando la voce contro la guerra e l’ingiustizia, sembra talvolta risuonare come un richiamo che la storia può ignorare impunemente? È per questo che la parola della Chiesa, pur autorevolissima sul piano morale, fatica a tradursi in una trasformazione effettiva del corso degli eventi?
Leone XIV, con la sua denuncia del “delirio di onnipotenza” e la sua invocazione del Vangelo come criterio di giudizio, tenta di opporre al potere una parola altra. Ma se quella parola abita un orizzonte concettuale che concepisce il mondo storico come luogo dell’impermanenza e della caducità, potrà essa costituire un argine efficace contro la volontà di potenza che oggi governa la scena mondiale? Potrà arrestare la deriva di un Occidente che ha smarrito ogni riferimento veritativo e che procede, di guerra in guerra, verso esiti che nessuno sembra in grado di prevedere né di controllare? La risposta non è nelle mani di chi scrive. È affidata alla storia che si sta compiendo, e forse a un ripensamento radicale delle categorie con cui l’Occidente ha finora pensato l’essere e il divenire, l’eterno e il tempo, la verità e la storia.
Aggiornato il 15 aprile 2026 alle ore 10:01
