Edizione speciale Medicina a km 0
Una nuova frontiera della ricerca sull’Alzheimer arriva dalla Svizzera: una macchina capace di “pulire” il sangue dalle proteine tossiche, senza interventi chirurgici né ricovero. Il trattamento mira a ridurre beta-amiloide e tau, con primi risultati preliminari che parlano di possibili miglioramenti cognitivi in poche settimane. Ma mentre la scienza accelera, la realtà della malattia resta profondamente complessa. L’Alzheimer non è solo un problema biologico: è fragilità, identità che si sgretola, famiglie chiamate a decisioni difficili. Come quella di un figlio che ha scelto di non rivelare la diagnosi alla madre, accompagnandola per anni in una quotidianità protetta.
Il professor Paolo Maria Rossini, specialista in Neurologia e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione IRCCS San Raffaele, che ha partecipato alla 6a puntata speciale di Medicina a Km0 dedicata all'Alzheimer, invita però alla cautela: la nuova tecnica potrebbe rappresentare un cambio di paradigma, agendo non sulla produzione delle proteine ma sulla loro rimozione. Tuttavia, non è ancora chiaro se si tratti di un reale impatto sulla malattia o di un beneficio temporaneo sui sintomi. Dal punto di vista assistenziale, le implicazioni sarebbero significative.
Chi gestisce strutture per anziani come il dottor Alessandro Masella, comproprietario della Casa di Riposo Flaminia Domus di Civita Castellana (VT) e già primario del Pronto soccorso dell'Ospedale di Civita Castellana, sottolinea come terapie di questo tipo richiederebbero una riorganizzazione profonda di trasporti, personale e percorsi di cura. E si apre anche un tema delicato: le aspettative delle famiglie, spesso sospese tra speranza e pressione.
Nella quotidianità della malattia, la perdita più dolorosa non è sempre la memoria, ma l’identità: quando la persona non si riconosce più, il senso stesso del sé si incrina. Accanto alla clinica, emergono anche altri contributi. La scrittura, ad esempio, come raccontato dalla dottoressa Carmensita Furlano, grafologo professionale e giudiziario, referente del Cesiog della Regione Calabria, può offrire segnali precoci di decadimento cognitivo: tratto incerto, spazi disorganizzati, ritmo alterato. Indicatori sottili, ma potenzialmente utili in un futuro in cui la diagnosi precoce sarà sempre più centrale.
Anche l’alimentazione gioca un ruolo di supporto: nel contributo della dottoressa Valentina Di Giovanni, biologa e nutrizionista, si chiarisce come diete ricche di antiossidanti e grassi “buoni” possano contribuire alla salute cerebrale, pur senza alcun effetto curativo. Nelle fasi avanzate, però, il gesto del nutrire diventa soprattutto relazione e cura.
Resta infine il nodo etico della comunicazione: quanto è complesso il rapporto del malato di Alzheimer con il suo medico? Dire o non dire la verità della diagnosi? Non esiste una risposta unica, spiega il geriatra, dottor Manuel Soldato, Direttore Sanitario di Gemelli Medical Center. Ogni paziente ha una soglia diversa di consapevolezza, e il confine tra protezione e negazione è sottile. In questo scenario, il futuro dell’Alzheimer non si gioca solo sul piano scientifico, ma anche su quello umano e organizzativo. Anche se la malattia potrà essere rallentata o modificata, resterà centrale la domanda più difficile: non solo come curarla, ma come viverla.
Aggiornato il 15 aprile 2026 alle ore 18:03
