L’Italia tra guerra e guerriglia
Illustrazione di Francesco Gonin per l’edizione de “I Promessi Sposi” del 1840

Le guerre hanno sempre due fronti: quello esterno, ben evidente, dove si concentrano risorse in armi e danaro, poi il più fastidioso per il potere (anche più insidioso) rappresentato dal fronte interno. Per noi italiani c’è il recente passato della Grande Guerra, con le dure misure contro quel fronte interno che avversava il dispendio di risorse umane ed economiche per una prevedibile “vittoria mutilata”.

Negli ultimi cinquecento anni la storia ha raccolto notizie certe dal “fronte interno”. Quest’ultimo ha prodotto cambi di regime solo nelle rivoluzioni americana, francese e russa: unici esempi nel novero delle tantissime rivolte popolari, mentre il potere era concentrato sul “fronte esterno”. Ma senza la dirigenza finanziaria borghese nemmeno quelle rivoluzioni avrebbero avuto successo.

Oggi l’Italia sta vivendo una situazione per certi versi non dissimile dal momento rinascimentale. Ovviamente, fatte le debite proporzioni, il fronte interno di oggi assalta negozi o blocca le autostrade, quello narrato da Manzoni prendeva di mira i forni. Il proletariato milanese del ‘600 aveva semplicemente fame. Mentre il sottoproletariato urbano di oggi non ha ben chiaro il concetto di fame, nel dubbio ruba un cristallo “Bang & Olufsen” del valore di 30mila euro; oppure saccheggia le grandi firme lungo la via milanese della moda.

Il sottoproletariato di oggi è privo di radici sociali, di identità. Giovani italiani di famiglie in dissesto economico s’abbracciano con immigrati disoccupati di terza generazione, disperatamente cercano d’unirsi in una protesta senza senso, che somiglia tanto a quei tatuaggi senza storia che la gente d’oggi sfoggia senza alcun senso. Piccolo inciso: quando ero ragazzo frequentavo bar, locali e sfasciacarrozze. Ricordo un tipo taciturno, aveva un asso di bastoni tatuato sul collo ed un dado con cinque punti sul dorso della mano: tutti lo rispettavano. I tatuati di oggi non evocano prigioni o latitanze, non mettono paura, anzi ti fanno pensare “poveraccio... come farà a trovare un lavoro”: la stessa malavita organizzata non arruola questa gente, perché alla ricerca di personale elegante, forte, silenzioso e non identificabile attraverso tatuaggi o vizi come alcol e droga.

Detto questo abbiamo capito che dietro queste rivolte c’è il vuoto pneumatico. I giovani in rivolta di oggi non devono portare cibo a famiglie affamate, la loro sofferenza è unicamente dettata dall’esclusione sociale: dal fatto che già immaginano come il palcoscenico della vita saprà tenerli ai margini.

Ben altre le ragioni dell'assalto ai forni narrato da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi: racconta il cosiddetto “Tumulto di San Martino”, avvenuto davvero a Milano l’11 novembre 1628, causato dalla carestia (scintilla per il fronte interno) e dalla guerra dei Trent’anni che infiammava tutta l’Europa (il fronte esterno). In quei momenti manzoniani gli uomini non coltivavano e non raccoglievano i frutti della terra, mentre la guerra di Mantova e del Monferrato (1628–1631) bloccava la vita della gente comune con il passaggio di soldati d’ogni risma. Tutto questo combinato disposto aveva provocato carestia, mancanza di grano.

In quel periodo storico l’Italia e la Spagna mandavano uomini a combattere fin nelle Fiandre, e l’Italia era in balia di mercenari, briganti, tagliagole e milizie private dei signori.

In quella Milano pestifera, il cancelliere spagnolo Antonio Ferrer aveva fissato troppo in basso il prezzo del pane, introducendo uno strumento a noi noto come “calmiere”: quindi costringendo i fornai a produrre in perdita, mentre il panico imperava tra la popolazione.

AI FORNI

La mattina dell’11 novembre 1628 il garzone di un fornaio veniva derubato dal carico di pane: all’epoca rubare il pane era un reato grave. Gli autori? Una piccola folla esasperata, che innescava una protesta che poi s’allargava a macchia d’olio. La folla, sempre più inferocita, si dirigeva verso il Forno delle Grucce: all'epoca nella Corsia dei Servi, attuale Corso Vittorio Emanuele II di Milano.

Ovviamente i proprietari del forno (media borghesia dell’epoca) si barricavano. Quindi veniva avvertito il “capitano di giustizia” (assaltare il forno era più grave che oggi rapinare una banca) che provava a mediare, ma la folla lo prendeva a sassate. Il forno veniva sfondato, saccheggiato, devastato. Quindi una parte della folla prendeva arredi e scorte, portava panche e banchi in Piazza del Duomo, dove un grande falò infiammava Milano. Un ricordo indelebile, rimasto nell’anima della città.

E la situazione certo non si fermava. Dopo il Forno delle Grucce la folla tentava d'assaltare altri panifici. Trovandoli chiusi si spostava in massa verso la casa del Vicario, imputando al burocrate d’essere il principale responsabile della crisi.

Quella storica rivolta milanese veniva sedata grazie all’intervento del vecchio cancelliere spagnolo Antonio Ferrer: un nobile politico e diplomatico, che riusciva a mettere in salvo il Vicario grazie alla sua forte esperienza di vita.

Oggi, se un ricco gruppo eversivo desse dei kalashnikov ai minorenni in rivolta, conteremmo centinaia di morti: e probabilmente nessuno avrebbe la capacità di ridurre i rivoltosi a miti consigli.

DAL PANE AL VOLUTTUARIO

I giovani d’oggi in rivolta hanno assalito pasticcerie di lusso, rubato borse e capi d’abbigliamento, costosissima tecnologia, gioielli, orologi. Insomma, non si vive di solo pane. Sono pure passati più di quattro secoli dalla condizione dei poveri narrata dal Manzoni. Confcommercio ha tracciato una stima dei danni a Milano: a prima vista sarebbe stato superato di molto il milione di euro delle prime valutazioni. A cui s’aggiunge il mancato incasso per le attività.

Hanno dovuto chiudere i negozi e disdire le prenotazioni alberghiere. Negozi, hotel, ristoranti hanno subito un duro colpo in un momento già difficile per l’economia. Al danno s’aggiunge la beffa che difficilmente le famiglie dei facinorosi risarciranno i danneggiati. Con molta probabilità toccherà allo Stato, quindi a noi tutti cittadini, mettere mano al portafoglio dopo che l’accurata stima verrà approvata dal ministero dell’Interno.

Intanto la situazione delle città italiane è sempre più fuori controllo. La classe dirigente ci racconta che non è un problema soltanto italiano, che le città di tutta Europa sono in fiamme, dalla Francia ai Paesi Bassi, e tra poco toccherà anche alla Germania.

Un nuovo ‘48? La risposta è molto più semplice: l’Europa sta investendo nella guerra d’Ucraina, perdendo di vista i fronti interni. Più di un secolo e mezzo fa Karl Marx osservava da Londra lo strutturarsi di una simile situazione in Francia, la coesistenza di disordini interni e d’un fronte bellico con la Prussia. Il resto lo conosciamo bene. E si spera l’Italia chiuda i fronti esteri per investire in una pacificazione nazionale. Perché non hanno mai fatto una bella fine i governi in balia delle potenze straniere guerrafondaie.

Aggiornato il 22 ottobre 2026 alle ore 09:55