Dalle piazze incendiate alla radicalizzazione politica: le nuove forme della violenza giovanile interrogano le democrazie europee. Ma siamo davvero di fronte al ritorno del terrorismo?
C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle immagini delle più recenti manifestazioni giovanili degenerate in violenza. Non soltanto gli scontri con le forze dell’ordine, le devastazioni, le barricate improvvisate o l’aggressività di gruppi che sembrano cercare deliberatamente il confronto fisico. A colpire è soprattutto la difficoltà di individuare, dietro quella violenza, un progetto politico compiuto, un orizzonte ideologico riconoscibile, una prospettiva di trasformazione della società. La domanda che uno storico del Novecento non può evitare di porsi è tanto semplice quanto insidiosa: siamo di fronte a una nuova forma di terrorismo, oppure assistiamo alla nascita di una violenza politica senza rivoluzione?
La distinzione non è soltanto terminologica. È fondamentale per comprendere la natura dei conflitti che attraversano le democrazie contemporanee e per evitare che la comprensibile preoccupazione per la sicurezza si trasformi in una lettura semplicistica dei fenomeni sociali. Il terrorismo, infatti, non coincide automaticamente con la violenza. Non ogni sommossa è terrorismo, non ogni devastazione rappresenta un attentato, non ogni gruppo di giovani radicalizzati costituisce un’organizzazione terroristica. La storia europea del secondo Novecento insegna quanto sia pericoloso confondere questi piani. Ma insegna anche che sottovalutare i processi attraverso i quali la violenza diventa uno strumento ordinario della lotta politica può rivelarsi altrettanto rischioso.
Negli anni Sessanta e Settanta, una parte della contestazione giovanile europea maturò all’interno di culture politiche fortemente ideologizzate. Il marxismo rivoluzionario, l’antimperialismo, l’anarchismo insurrezionalista e alcune declinazioni del nazionalismo radicale fornivano riferimenti teorici attraverso i quali interpretare la società, individuare un nemico e immaginare un ordine alternativo. La violenza, quando veniva accettata, trovava una giustificazione all’interno di un progetto che pretendeva di essere storico, politico e rivoluzionario. Le Brigate rosse, la Rote Armee Fraktion tedesca e Action directe in Francia non nacquero semplicemente dall’esasperazione di una protesta. Furono il risultato di processi di radicalizzazione, selezione militante, clandestinizzazione e costruzione ideologica del nemico. La violenza terroristica diventava uno strumento per colpire lo Stato, intimidire gli avversari, provocare reazioni repressive e accelerare, nelle intenzioni dei protagonisti, una trasformazione rivoluzionaria.
Oggi il quadro appare diverso. In alcune espressioni della protesta contemporanea sembra emergere una radicalità che non sempre possiede un progetto politico altrettanto strutturato. L’indignazione sostituisce l’elaborazione teorica, l’identità antagonista prevale sulla costruzione di un’alternativa, la distruzione simbolica diventa talvolta più importante della conquista di un risultato politico concreto. È quella che potremmo definire la rabbia senza rivoluzione.
Non significa che le nuove generazioni siano prive di ideali. Al contrario, una parte importante della mobilitazione giovanile si sviluppa attorno a questioni di grande rilevanza: la crisi climatica, le disuguaglianze economiche, il costo della vita, le guerre, i diritti civili, la precarietà del lavoro e la sfiducia verso le istituzioni. La grande maggioranza di queste mobilitazioni utilizza strumenti pacifici e democratici. Sarebbe dunque profondamente scorretto attribuire a un’intera generazione la responsabilità delle violenze commesse da minoranze organizzate. Il problema nasce quando, all’interno o ai margini di queste mobilitazioni, si consolidano gruppi per i quali lo scontro diventa un obiettivo autonomo. Quando la manifestazione non rappresenta più soltanto un’occasione per esprimere dissenso, ma diventa il teatro nel quale cercare deliberatamente la contrapposizione violenta.
Qui si colloca il confine più interessante, e insieme più pericoloso, tra protesta e radicalizzazione. Gli studi di Donatella della Porta hanno dimostrato come il passaggio alla violenza politica non sia quasi mai il prodotto di una decisione improvvisa, ma il risultato di interazioni, dinamiche organizzative, trasformazioni identitarie e rapporti conflittuali con le istituzioni. Analogamente, le riflessioni di Charles Tilly e Sidney Tarrow sulla politica del conflitto invitano a considerare le proteste non come fenomeni isolati, ma come processi nei quali le forme della mobilitazione si modificano in relazione alle opportunità politiche e alle risposte dello Stato. In questa prospettiva, la violenza contemporanea merita di essere studiata senza ricorrere automaticamente alla categoria del terrorismo, ma anche senza escludere che alcuni suoi segmenti possano evolvere in quella direzione.
La teoria delle quattro ondate del terrorismo moderno elaborata da David Rapoport offre un ulteriore elemento di riflessione. Dall’ondata anarchica a quella anticoloniale, dalla nuova sinistra al terrorismo di matrice religiosa, il terrorismo moderno ha conosciuto trasformazioni profonde, mantenendo tuttavia la capacità di utilizzare la violenza come linguaggio politico e strumento di intimidazione.
Ma le manifestazioni violente contemporanee non possono essere inserite automaticamente in una nuova ondata terroristica. Per sostenere una simile interpretazione occorrerebbe dimostrare l’esistenza di continuità organizzative, finalità intimidatorie, modelli di azione riconoscibili e processi di diffusione transnazionale. Elementi che non possono essere dedotti dalla semplice presenza di giovani incappucciati o dalla ripetizione di scontri nelle piazze europee.
Esiste però una trasformazione che merita attenzione: il rapporto tra violenza, comunicazione e riconoscimento. Nella società digitale, l’azione violenta può acquisire una dimensione spettacolare immediata. Un incendio, una barricata, uno scontro con la polizia possono essere filmati, diffusi, commentati e trasformati in simboli identitari nel giro di pochi minuti. La visibilità diventa una componente dell’azione e, in alcuni casi, può contribuire alla sua radicalizzazione. Il rischio è che il gesto violento venga percepito non tanto come un mezzo per ottenere un risultato, ma come una dimostrazione di appartenenza, coraggio e antagonismo. La sua efficacia non viene più misurata attraverso la capacità di modificare i rapporti politici, ma attraverso la risonanza mediatica e il riconoscimento all’interno del gruppo. Si tratta di una dinamica che non coincide necessariamente con il terrorismo, ma che può condividere con esso l’attenzione per l’impatto psicologico e comunicativo dell’azione.
A questo punto emerge un’altra questione, forse ancora più importante: la crisi della rappresentanza politica. Le democrazie europee attraversano da tempo una trasformazione dei tradizionali strumenti di mediazione. I partiti hanno perso parte della loro capacità di organizzare il conflitto sociale, i corpi intermedi incontrano difficoltà nel rappresentare le nuove generazioni e la partecipazione politica assume forme sempre più discontinue, personalizzate e digitalizzate. Quando il dissenso non trova canali credibili di rappresentanza, può svilupparsi una percezione di estraneità nei confronti delle istituzioni. Ma sarebbe sbagliato immaginare un rapporto meccanico tra esclusione politica e violenza. La maggioranza dei giovani che sperimentano precarietà, sfiducia o marginalità non ricorre affatto a comportamenti violenti. Il problema riguarda piuttosto quelle minoranze nelle quali il sentimento di esclusione si combina con la delegittimazione dell’avversario, l’accettazione della violenza e la costruzione di identità collettive fondate sul conflitto permanente.
È in questi ambienti che potrebbe maturare una forma di radicalizzazione politica diversa da quella conosciuta nel Novecento: meno legata a organizzazioni rigidamente gerarchiche, più frammentata, talvolta priva di una dottrina coerente, ma non per questo necessariamente meno pericolosa. Sarebbe prematuro definirla terrorismo. Potremmo invece interrogarci sull’esistenza di condizioni preterroristiche, intendendo con questa espressione non una categoria giuridica, ma un’ipotesi analitica relativa ai processi attraverso i quali la violenza può essere progressivamente normalizzata e giustificata.
La questione decisiva, allora, non è stabilire se ogni giovane che lancia una pietra rappresenti un potenziale terrorista. Una simile conclusione sarebbe storicamente infondata e politicamente irresponsabile. La vera domanda è un’altra: che cosa accade a una democrazia quando una parte dei suoi cittadini smette di considerare la violenza un’eccezione e comincia a interpretarla come una forma legittima di partecipazione politica?
La risposta non può essere affidata esclusivamente alla repressione, pur necessaria di fronte ai reati e alle aggressioni. Occorrono istituzioni autorevoli, strumenti di rappresentanza credibili, politiche capaci di affrontare le disuguaglianze e una cultura democratica che restituisca significato al confronto politico. Soprattutto, occorre recuperare una distinzione fondamentale: il conflitto è una componente fisiologica della democrazia; la violenza non ne rappresenta una conseguenza inevitabile.
Il Novecento europeo ha conosciuto il terrorismo di coloro che pretendevano di cambiare il mondo attraverso le armi. Il nostro tempo potrebbe trovarsi a confrontarsi con qualcosa di diverso: forme di violenza politica nelle quali la distruzione rischia di sopravvivere persino alla scomparsa di un progetto rivoluzionario. Ed è forse questo il paradosso più inquietante. Un tempo si ricorreva alla violenza perché si pretendeva di avere una rivoluzione da compiere. Oggi il rischio è che alcuni scelgano la violenza proprio perché non riescono più a immaginare alcuna rivoluzione. Comprendere questa differenza significa cominciare a capire una delle contraddizioni più profonde delle democrazie contemporanee.
Aggiornato il 20 ottobre 2026 alle ore 10:07
