Ero un giovane studente di sinistra (molto più rivoluzionario rispetto a oggi) quando, al liceo, una nostra docente di lettere, con cui si facevano sempre delle belle discussioni, ci parlava spesso di Oriana Fallaci, elogiandola. Ci confrontavamo su temi complessi come l’Occidente, l’esportazione della democrazia, il pacifismo e l’Islam. Per noi, allora fermamente schierati a sinistra, la Fallaci rappresentava tutto ciò che poteva essere sbagliato: una guerrafondaia e un’islamofoba.
In realtà, Oriana Fallaci è stata una pagina meravigliosa della storia del giornalismo italiano. Entrata giovanissima nella Resistenza tra le file delle brigate di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione, visse sulla propria pelle il dramma della guerra: suo padre fu catturato e duramente torturato dai nazisti.
Politicamente fu molto vicina al PSI di Pietro Nenni e al Partito Radicale, prima di dedicarsi interamente alla sua straordinaria carriera giornalistica. Come inviata di guerra, nel 1968 si trovava in Messico per seguire le proteste degli universitari; ferita dai proiettili dell’esercito nella strage di Tlatelolco, fu data per morta e portata in obitorio, dove solo l’intuizione di un sacerdote permise di capire che fosse ancora viva. Ha intervistato le più grandi personalità della Terra, da Henry Kissinger all’ayatollah Khomeini. Fu proprio di fronte al tiranno iraniano che, con un gesto di straordinario coraggio, si tolse il chador definendolo un cencio da Medioevo e mettendolo di fatto in fuga.
Il suo impegno contro le dittature trovò la massima espressione nella lotta contro il regime dei colonnelli greci, un periodo segnato anche dal grande e tragico amore con Alekos Panagulis, che la ispirò a scrivere il celebre libro Un uomo.
Dopo i drammatici fatti dell'11 settembre, la Fallaci scrisse un editoriale durissimo sul Corriere della Sera, poi ampliato nel volume La rabbia e l’orgoglio. In quelle pagine metteva in guardia l’Occidente e le democrazie liberali dal fondamentalismo islamico. A causa di quelle tesi fu tacciata di razzismo, e diversi giullari nelle piazze no-global e della sinistra radicale arrivarono a insultarla pesantemente.
A distanza di anni, si può dire che “la strega” (soprannome datole dai suoi detrattori) avesse ragione. E io, che da ragazzino facevo parte di quel mondo della sinistra studentesca, oggi lo dico apertamente: su di lei ci siamo sbagliati.
Aggiornato il 15 ottobre 2026 alle ore 14:39
