Oggi viene chiamato eroe. Si organizzano eventi in suo ricordo, le sue immagini sono all’ingresso di molti tribunali e numerosi magistrati tengono una sua foto nei propri uffici. Ogni 23 maggio si celebra l’anniversario della Strage di Capaci con cerimonie, eventi nelle scuole, marce e hashtag sui social.
Ma di Giovanni Falcone non si racconta quasi mai un’altra storia: quella dell’uomo che, prima di diventare un simbolo della legalità e dello Stato, fu osteggiato e isolato. Le nuove generazioni spesso non lo sanno, ma Falcone venne criticato non dalla politica — basti pensare che Claudio Martelli, allora ministro di Grazia e Giustizia, lo chiamò a ricoprire il ruolo di direttore degli Affari Penali (non era un mistero che Falcone simpatizzasse per la cosiddetta sinistra laica, molto vicina al Psi) — ma da una parte della magistratura, da esponenti della società civile e da alcuni intellettuali e giornalisti.
Magistratura Democratica, storica corrente progressista della magistratura, durante il referendum sulla giustizia pubblicò una vignetta con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino accompagnata da un hashtag sul referendum. Va ricordato inoltre che il procuratore Nicola Gratteri, in televisione, lesse una falsa intervista attribuita a Falcone sulla sua presunta contrarietà alla separazione delle carriere, successivamente smentita dalla sorella del magistrato. Peccato che proprio Falcone fosse favorevole alla separazione delle carriere. Basti pensare alle sue dichiarazioni a Radio Radicale: “Non è pensabile né plausibile che le carriere di Pm e giudici rimangano indifferenziate”.
Ancora più chiaro è quanto scrisse nel libro La posta in gioco: “La regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti”. In una delle sue ultime interviste dichiarò inoltre: “Chi, come me, chiede che Pm e Gip siano figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato”.
Insieme a Borsellino, subì durissimi attacchi anche all’interno della magistratura, in particolare da esponenti di quella corrente. Già nel 1988 il Csm votò contro di lui, preferendogli Antonino Meli. Tra coloro che sostennero Meli vi fu anche Elena Paciotti — esponente di Magistratura Democratica e futura presidente dell’Anm ed europarlamentare dei Democratici di Sinistra — che intervenne a favore di Meli.
Nel 1991 la stessa Paciotti criticò l’idea della “superprocura”, definendola “uno strumento inadeguato, pericoloso e controproducente“. Nello stesso anno arrivarono critiche anche dal giudice Roberto Scarpinato — allora vicino all’area di Magistratura Democratica e oggi senatore del Movimento 5 Stelle — che sostenne che la superprocura avrebbe aperto la strada a un possibile controllo politico sulla magistratura.
Anche il giurista Alessandro Pizzorusso, il 12 marzo 1992 — pochi mesi prima della strage di Capaci — scrisse su l’Unità un articolo dal titolo: “Falcone superprocuratore? Non può farlo e vi dico perché“. A sostenere Falcone furono invece esponenti socialisti, tra cui Claudio Martelli e membri laici del Psi al Csm, con alcune eccezioni provenienti dall’area comunista, come Gerardo Chiaromonte, Massimo Brutti — che intervenne ricordando l’esistenza di una circolare che prevedeva un’eccezione al criterio dell’anzianità — Antonio Abbate, Mario Gomez d’Ayala e Carlo Smuraglia. Magistratura Democratica, anche in questo caso, mostrò una forte caratterizzazione politica, che spesso sembrava prevalere rispetto a un approccio puramente tecnico e istituzionale ai temi della giustizia.
Un’altra critica arrivò dal giornalista Sandro Viola, de la Repubblica, che attaccò Falcone accusandolo di eccessiva esposizione mediatica. Scrisse infatti che era entrato a far parte di una «scalcinata compagnia di giro degli autori di instant book, degli opinionisti al minuto, degli ospiti in studio“.
Un ulteriore attacco venne dal collega Alfredo Galasso durante una trasmissione televisiva. Galasso si dichiarò contrario al fatto che il suo “amico Giovanni” lavorasse come direttore degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia. Ne nacque un duro confronto sul tema della responsabilità dei magistrati, nel quale Falcone rispose: “Tu confondi indipendenza con arbitrio: è questo il problema. Chi è indipendente deve sempre rispondere“.
Un altro attacco arrivò dall’allora sindaco di Palermo e leader della cosiddetta “società civile” e della “Primavera di Palermo”, Leoluca Orlando, che accusò pubblicamente Falcone di non voler perseguire i “delitti eccellenti” e di tenere “chiusi nei cassetti” documenti e prove sui legami tra mafia e politica, portando il Consiglio Superiore della Magistratura ad avviare un procedimento nei confronti del giudice. Falcone rispose spiegando che un magistrato può procedere solo in presenza di prove concrete e non sulla base di accuse prive di riscontri processuali.
Falcone non era soltanto un grandissimo magistrato che svolgeva il proprio lavoro in modo impeccabile: era anche un illuminista, un garantista e un innovatore. Eppure fu osteggiato proprio da una parte di coloro che, più di tutti, avrebbero dovuto sostenerlo: i suoi colleghi.
Aggiornato il 08 giugno 2026 alle ore 12:57
