L’arma del paradosso
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Se anche Ranucci impugna lo scudo delle querele

​Ci sono cortocircuiti culturali che raccontano lo stato di salute di un Paese meglio di qualsiasi editoriale teorico. Uno di questi si sta consumando in questi giorni attorno alla figura di Sigfrido Ranucci, conduttore e volto simbolo di Report. Al netto dell’indagine della magistratura ‒ sulla quale occorre mantenere il più fermo rispetto per il lavoro degli inquirenti riguardo alle vicende personali e ai gravi rischi denunciati dal giornalista ‒ c’è una riflessione collaterale ma decisiva che merita di essere fatta, senza timidezze e lontano dal coro delle faziosità.

​Ha fatto discutere la recente intenzione, manifestata dallo stesso Ranucci, di raccogliere minuziosamente articoli, ricostruzioni e commenti apparsi sulla stampa per valutare una pioggia di azioni legali e querele verso altri giornalisti. È un passaggio che lascia un retrogusto decisamente amaro. Che proprio chi ha fatto dell’inchiesta spinta, del quesito incalzante e del diritto di cronaca senza sconti la propria bandiera professionale ipotizzi di ricorrere in modo massiccio allo strumento giudiziario contro dei colleghi rappresenta un paradosso concettuale difficile da ignorare.

​Un conto è la tutela della propria reputazione di fronte a palesi falsità o condotte diffamatorie ‒ sacrosanta per chiunque, a maggior ragione per chi vive di credibilità pubblica. Un’altra cosa, ben diversa, è l’analisi d’opportunità, la ricostruzione dei fatti o la formulazione di interrogativi su vicende di rilevanza pubblica, compresi i rapporti personali o professionali emersi nelle cronache, come quelli citati attorno alla figura di Valter Lavitola. Stabilire eventuali profili di illecito o di rilevanza penale spetta unicamente alla magistratura, ma sollevare perplessità, evidenziare contesti ed esercitare il dubbio è l’essenza stessa del mestiere di informare.

​Se il giornalismo d’inchiesta rivendica per sé la libertà di scavare nelle zone d’ombra, di porre domande scomode e di analizzare l’opportunità dei comportamenti altrui, deve essere anche disposto a subire lo stesso trattamento quando i riflettori si spostano sul versante opposto. Quando la reazione a ricostruzioni o interrogativi altrui diventa la minaccia della via legale, il rischio è quello di alimentare un clima di intimidazione riflessa, proprio quel meccanismo che il giornalismo libero ha sempre denunciato come un freno alla circolazione delle idee.

​La riflessione che resta sul campo è malinconica. In un momento storico in cui il dibattito pubblico avrebbe bisogno di volare alto, di mostrare maturità democratica e di difendere il pluralismo anche quando brucia, ci si ritrova impantanati in un gioco di specchi e di rivalse incrociate che abbassa inevitabilmente il livello del confronto.

Ripiegare sulle querele come risposta alla cronaca non rafforza la verità: rischia solo di confondere i ruoli e di impoverire quella libertà di critica che dovrebbe valere sempre, per tutti, senza corsie preferenziali.

Aggiornato il 15 settembre 2026 alle ore 11:43