Il garantismo non è un privilegio
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Il caso Delmastro e la tentazione del giustizialismo

Ogni volta che emerge una nuova vicenda giudiziaria che coinvolge un esponente politico, il dibattito pubblico italiano sembra dimenticare un principio fondamentale dello Stato di diritto: il processo si svolge nelle aule di giustizia, non sui giornali né sui social.

Il caso delle chat di Andrea Delmastro è l’ennesima dimostrazione di questa deriva. Al centro della polemica non c'è una condanna, non c’è neppure un’imputazione relativa a quelle conversazioni, ma la richiesta della Procura di acquisire alcuni messaggi nell’ambito di un’indagine riguardante Mauro Caroccia. La Camera, dopo il passaggio in Giunta, ha negato l’autorizzazione al sequestro e all’utilizzo delle chat, ritenendo che si trattasse di corrispondenza parlamentare tutelata dall’articolo 68 della Costituzione. La decisione ha inevitabilmente diviso la politica tra chi parla di “scudo” e chi di difesa delle prerogative parlamentari.

Il punto, però, è un altro. Un liberale dovrebbe sempre diffidare della tentazione di sacrificare le garanzie processuali quando il bersaglio è un avversario politico. Le garanzie non esistono per proteggere gli innocenti: esistono soprattutto per impedire che il potere dello Stato possa essere esercitato senza limiti nei confronti di chiunque. È un principio antico, che precede perfino il liberalismo moderno. Lo Stato dispone della forza, della polizia, della magistratura, della capacità di investigare e di limitare le libertà individuali. Il cittadino, invece, ha soltanto i propri diritti. Quando questi vengono compressi in nome dell’efficienza investigativa, il rischio è che l’eccezione diventi la regola.

Naturalmente questo non significa che un parlamentare debba godere di privilegi personali. Se emergessero elementi sufficienti per contestare un reato, sarebbe giusto procedere come nei confronti di qualsiasi altro cittadino. Il principio liberale non è l’impunità della classe politica; è l’uguaglianza davanti alla legge. Proprio per questo occorre distinguere tra due piani che troppo spesso vengono confusi. Il primo è quello politico. È perfettamente legittimo discutere dell’opportunità di determinati rapporti personali, della prudenza che un uomo delle istituzioni dovrebbe mantenere e dell'immagine che ne deriva. Il secondo è quello giudiziario. Qui non valgono impressioni, sospetti o suggestioni. Servono prove, procedure corrette e rispetto delle garanzie costituzionali.

Negli ultimi 30 anni l’Italia ha spesso imboccato la strada opposta. Si è diffusa una cultura secondo cui ogni richiesta della magistratura dovrebbe essere automaticamente accolta e qualsiasi limite imposto dalla Costituzione verrebbe percepito come un ostacolo alla giustizia. È una visione comprensibile sul piano emotivo, ma pericolosa sul piano istituzionale. Il costituzionalismo liberale nasce proprio dall’idea che anche il potere giudiziario debba incontrare dei limiti. Nessun potere può essere assoluto. Non quello politico, non quello amministrativo e nemmeno quello giudiziario.

Per questo motivo il dibattito dovrebbe concentrarsi meno sulla simpatia o antipatia nei confronti di Delmastro e molto di più sulla domanda di fondo: vogliamo che le garanzie costituzionali valgano soltanto quando riguardano il politico che votiamo oppure anche quando riguardano il nostro avversario? La risposta liberale può essere una sola. Le regole dello Stato di diritto non si modificano in funzione del nome scritto sul fascicolo. Se oggi rinunciamo a una garanzia perché il destinatario ci è antipatico, domani quella stessa garanzia potrebbe mancare quando a essere coinvolto sarà qualcuno che riteniamo innocente. È questo il vero banco di prova del garantismo: difendere i principi quando è più difficile farlo, non quando è conveniente. Perché la libertà non si misura dalla severità con cui colpiamo il nemico politico, ma dalla forza delle garanzie che siamo disposti a riconoscere anche a lui.

Aggiornato il 06 agosto 2026 alle ore 10:27