Governando lottando (anche contro i no-Tav).
Un’eco repressa si aggira per l’Europa a ricordarci che nessun pasto è gratis, ed è giunto il tempo di liberare quella voce delle Nazioni libere. È l’eco della tradizione liberale a trazione conservatrice, radicata non in raziocini economici astratti, bensì nelle esperienze di individui e popoli.
Nessun pasto è gratis, men che meno in questa Europa.
In questa Europa, che grazie all’esempio sacro e testardo dell’Italia è riuscita a muovere alcuni primi passi sulla via della guarigione dall’autolesionismo: sul tema dell’immigrazione e soltanto su quel tema, per adesso.
Nessun pasto è gratis in Europa: un messaggio di realtà, che vorrei lanciare perché è giunto il momento di aprire gli occhi collettivamente.
E sappiamo che “un messaggio il cui momento è giunto non può essere fermato”: a voler citare il repubblicano statunitense Ron Paul, noto per il suo orientamento economicamente libertario e bioeticamente pro-vita.
Per chi si è formato sulle analisi del realismo sociale, i cardini secondo cui la libertà economica è una delle prime condizioni necessarie di quella politica, o secondo cui il denaro dei contribuenti e la proprietà privata di individui o famiglie sono sacri e non c’è giustizia senza libertà, valgono più di ogni retorica burocratica. Valgono più di quel buonismo moralista immorale che viene sostenuto dall’autocolpevolismo dei ceti medio-alti, come dalle illusioni dei ceti meno abbienti.
I cardini liberali conservatori valgono più di quei meccanismi tecnico-finanziari che tendono a imporre agende omologanti, reprimendo le specificità dei mercati territoriali.
Quando il mondo è attraversato dai massimalismi fiscali di sinistra (anti-proprietari e anti-industriali), oggi come ieri i princìpi liberali conservatori, basati invece su economie aperte ma competitive con comunità nazionali distinte e distinguibili, hanno il compito di garantire metodi di lavoro utili.
IL MIGLIOR METRO D’ANALISI È LA REALTÀ
La realtà ci dimostra che il burocratismo e il pantributarismo di sinistra-centro, così come le scomuniche neomarxiste alla libertà d’impresa, sono fallaci, pericolosi, troppo costosi e con zero investimenti produttivi. Risultano tali secondo le logiche del Pil e dei bilanci. Ma risultano tali anche, e soprattutto, secondo le più empiriche dinamiche di economia reale di prossimità. Ritorniamo ad osservare i sacrifici dei negozianti delle porte accanto.
Le agende finanziarie dirigiste (di sinistra) dimenticano che nessun pasto è gratis. Ma i conti arrivano e li pagano i cittadini onesti e laboriosi, li paga il ceto medio, con i salati buchi neri che risucchiano i sacrifici degli Italiani negli angoli dei bilanci pubblici, con la riduzione dei servizi pubblici e il conseguente spiacevole affermarsi della legge di sopravvivenza del più forte. Come è avvenuto nel Venezuela di Chavez e Maduro. E, mutatis mutandis, come potrebbe avvenire in una Europa iper-burocratica pronta a incrementare spese e pressioni fiscali, dietro specchietti ideologici per allodole ideologizzate.
I conti arrivano e li pagano i cittadini onesti e laboriosi, li paga il dirimente ceto medio, come potrebbe accadere in una Europa che vorrebbe irrazionalmente risolvere il problema antropologico ed economico della denatalità favorendo lo spostamento di pezzi di popolazioni extra-Ue nei territori degli Stati Ue. Senza però considerare che le disagiate tipologie reddituali e professionali delle persone extra-europee che si fanno entrare rappresentano oggettivamente un costo, sia di breve che di lungo termine, con zero investimenti. Anzi, in verità le uniche entità ad aver investito su tali “spostamenti” immigrazionisti, figli del sistema che sta dietro agli scafisti, sono state le cooperative rosse neocomuniste o bianche-rosse cattocomuniste, con il Pd e i surrogati del Pd al governo, nei tempi scorsi. Ancora oggi, irrazionalmente, il Pse pungola e corteggia spesso il Pppe affinché in Europa si ritorni all’indifferenza verso la sicurezza e verso l’economia delle Nazioni. Affinché si ritorni all’immigrazionismo di dieci anni fa.
AL BIVIO: O IL NEOMARXISMO EUROPEISTA O LA TRADIZIONE ECONOMICA ITALO-EINAUDIANA
È necessario fermare il neomarxismo europeista che, anti-einaudianamente, invoca generiche ricette ideologiche con ulteriori indebitamenti e ulteriori tasse sui cittadini nazionali. Quel neomarxismo euro-burocratico non agisce proponendo le nefaste vie socialiste tradizionali, le quali prevedevano graduali statalizzazioni proprietarie sui principali mezzi di produzione della ricchezza. Esso percorre tangenziali politiche surrogate, ossia le (comunque tristi) vie burocratiche dettate da agende globaliste incuranti dei voleri e dei valori nazionali.
Oggi più di ieri, l’ostacolo statolatrico-tributario al capitalismo democratico e libertario, ossia al capitalismo munito di ascensori sociali accessibili, rischia di mandare in default le vite in carne, ossa e spirito delle persone (prima che i conti pubblici).
Tutto ciò risulta insostenibile per le tasche di chi lavora e produce e, giustamente, vorrebbe custodire e trasmettere alle future generazioni il proprio maturato benessere familiare. Per chi, come il sottoscritto, parteggia per una destra a radice cristiana, geopoliticamente patriota, economicamente demolibertaria ed al contempo sociale, il capitalismo da custodire è e deve rimanere il capitalismo del lavoro reale: non quello artificiale delle bolle finanziarie e dei diktat globalisti.
Le ricette delle sinistre globali, invece, prevedono tassazioni radicali sui redditi del ceto medio che, con mistificazioni politiche, vengono ritenuti alti e dunque tartassabili con aliquote da Leviatano impazzito, soprattutto a danno delle imprese e degli stipendi pubblici e privati percepiti dai professionisti più formati. La vocazione pantributaristica delle sinistre, così, vorrebbe imposte patrimoniali generalizzate e capillari, redditi di cittadinanza indiscriminati e superbonus scelerati: tutta roba da respingere ai mittenti in cabina elettorale. Con ogni buon senso, infatti, non si può omettere di considerare che le imprese sono per loro stessa natura detentrici di mezzi idonei alla produzione o alla circolazione di ricchezza. Considerare i loro apparati come un aprioristico sostrato da tassare e tartassare significa essere ciechi, di fronte all’evidenza, la quale vede invece crescere l’occupazione con il crescere della libertà economica e con l’aumento degli incentivi alle assunzioni stabili. Come è avvenuto in Italia dal 2022 ad oggi: lo dicono i numeri.
Luigi Einaudi, nella sua opera metodologica Miti e paradossi della giustizia tributaria, scrisse che la “signora scienza delle finanze ha un solo dovere: quello di cercare la spiegazione logica degli istituti tributari”. Aggiunse pure che nessuna scienza, nessuna teoria e nessuna giustizia comandano di compiere atti senza senso. Questo principio operativo di razionalità pratica andrebbe ricordato a chi, difendendo i radicalismi tributari in America o in Europa, dimentica l’auspicabile equilibrio tra aritmetica e ideale in economia. A chi bypassa il rispetto verso la dignità del lavoro e del risparmio popolare, come se quel rispetto fosse una mera variabile da considerare e non da onorare senza se e senza ma.
“Alla geenna, i dottrinari che si innamorano di una imposta, la complicano, la perfezionano, la sfaccettano, la cesellano e finiscono a persuadersi che sia scienza”: per dirla come disse e scrisse Einaudi. A citare questo suo passo si rischia d’essere culturalmente lapidati dai benpensanti delle imposte patrimoniali diffuse, siano esse manifeste o occulte.
Viviamo ai tempi di una post-sinistra che vorrebbe tornare a governare gli Stati: la stessa post-sinistra che al socialismo dello scorso secolo vuol sostituire il burocratismo ecologista radicale e woke predicato di fatto – con sfumature variabili – dall’europeismo ideologico. E allora, di questi tempi, è importante non genuflettersi ai linguaggi o alle ottiche politico-culturali di quella sinistra. Come? Rimanendo ineditamente identitari, elaborando ulteriori vie che non sciacquino le radici. Ma soprattutto che non deludendo gli elettori.
LA MISSIONE DELLA DESTRA: LIBERA ECONOMIA IDENTITARIA E VALORI SOCIALI NON NEGOZIABILI
La destra italiana delle libertà economiche nazionali, dunque, resti tale: operando sverginata sì all’arte del governare, ma governando in lotta istituzionale permanente contro il persistente mainstream finanziario. Quest’ultimo, da diverso tempo ormai, è l’alleato numero uno della sinistra statalista: paradosso che si spiega con la vocazione dell’alta finanza globale a tenersi buone le burocrazie sovranazionali, e non solo. Alla destra occorrerà però incrementare le sue competenze ed il suo spirito come essa fa con le sue fila. Lottando governando. Governando lottando: anche contro i no-Tav, senza indietreggiare nell’irrobustire le infrastrutture economicamente strategiche per l’Italia.
A tal proposito, visti i recenti fatti di evidenti attacchi allo Stato da parte di un esercito di violenti che accorre e sostiene le fila della causa anti-Tav, ribadiamo ancora una volta il nostro convinto Sì alla tratta ad alta velocità (Tav), in sinergia con il sì al Ponte sullo Stretto, poiché è giunto il tempo riformatore di dire sì al progresso industriale della Nazione.
Da un punto di vista capitalistico, liberale ed al contempo sociale, Tav a nord e Ponte sullo Stretto a sud faciliterebbero la mobilità di persone e di merci, con risvolti utili alle persone e dunque all’interesse nazionale italiano. Tav e Ponte sono potenziali facilitatori d’opportunità di lavoro, e in quanto tali si innesterebbero nella dialettica produttiva del Paese: come fattori di salute per imprese e lavoratori. Sono possibili facilitatori di coesione nazionale, a garanzia di più veloci e accessibili spostamenti.
Dal punto di vista di coloro che invece si ritengono socialisti anticapitalisti, il discorso cambia nel metodo o nelle argomentazioni ma non dovrebbe cambiare nelle conclusioni per il Sì-Tav e per il Sì-Ponte. Se è infatti vero che, secondo le loro dottrine engels-marxiane il socialismo dovrebbe essere instaurato con la concomitante maturazione di elementi oggettivi (crisi cicliche del capitale) e di elementi soggettivi (coscienza di “classe”), ma sempre e comunque in una fase successiva al culmine del progresso capitalistico industrialmente più evoluto, i sedicenti socialisti no-Tav e no-Ponte dovrebbero coerentemente lasciare il capitalismo alla sua evoluzione. E per favorire il ciclo di maturazione e (nella loro ottica) di “invecchiamento” del capitalismo, dovrebbero dire Sì-Tav al nord e Sì-Ponte sullo Stretto di Messina al sud d’Italia.
Ma la realtà è che tra le estreme sinistre c’è molta ignoranza sui loro stessi fondamenti di pensiero. Su tale ignoranza alcuni ci marciano e sperano pure di mangiarci. Esteri destabilizzatori geopolitici, ostili allo sviluppo della nostra economia nazionale, hanno tutto l’interesse egoistico a coltivare disobbedienze antagoniste che, appunto con ignoranza, si oppongano al progresso economico dell’Italia unita.
I No-Tav e i No-Ponte appaiono nostalgici di uno astratto stato di natura (il loro: ideologico), che in verità snatura la più naturale intelligenza umana, ambientalmente sensibile ed al contempo economico-produttiva. La sbagliata causa no-Tav, inoltre, richiama una furia violenta e irrazionale con guerriglie anarchiche e di estrema sinistra, che risultano oggettivamente insopportabili, anacronistiche, e che offendono la dignità dei lavoratori delle Forze dell’Ordine, dello Stato intero e di tutti i cittadini italiani onesti e laboriosi.
La destra delle libertà economiche nazionali resti scomoda: governando e lottando contro il persistente mainstream della sinistra finanziaria, della sinistra statalista, della sinistra rimasta incollata alle poltrone di alcuni organi ad azione internazionale (anche a causa di alcune ingenuità del centrodestra), e contro ogni colossale violenza perpetrata dall’odio politico estremista in occasione delle manifestazioni no-Tav.
Aggiornato il 29 luglio 2026 alle ore 11:19
