Il generale post-storico. Vannacci e la potenza senza popolo

Roberto Vannacci ha il merito, involontario, di offrire il più nitido autoinganno della nostra stagione politica. Attorno a lui si è coagulata una liturgia collettiva che lo vuole restauratore di virtù perdute, argine virile contro una società rammollita, segnale che la storia, la potenza, la severa legge del confine tornano finalmente a reclamare i propri diritti. Sostenitori entusiasti e detrattori indignati concordano almeno su questo: che nel generale sia tornato a spirare un vento antico. Si sbagliano gli uni e gli altri. Ciò che si annuncia come ritorno della storia è, per l’appunto, l’ennesima maschera della sua assenza.

Conviene premettere che cosa sia una collettività post-storica. Sono le nazioni uscite dalla lotta per la sopravvivenza, invecchiate fino allo sfinimento, che hanno smarrito ogni disponibilità al sacrificio e hanno eletto l’economia a unica misura delle cose, orizzonte ultimo e insuperabile del desiderio. L’Italia ne è il caso limite: paese fra i più vecchi del pianeta, i cui abitanti vanno scomparendo senza clamore, antropologicamente inetto a esercitare violenza sul mondo. Lo si tocca con mano nelle abitudini più minute, e per ciò stesso più eloquenti. Consideriamo il mare che ci circonda una faccenda di ombrelloni, non una rotta verso l’ignoto. Riponiamo nella casa al mare il coronamento di un’intera esistenza. Chi ha eletto la seconda casa a traguardo supremo dei propri giorni non intende, con ogni evidenza, morire per il dominio sugli altri.

Da questa premessa discende un teorema che riguarda Vannacci da vicino. In una simile collettività ogni forza politica, da qualunque parte si collochi, è per necessità post-storica: nessuna inventa gli umori dell’elettorato, tutte si limitano a intercettarli, pena l’irrilevanza. Ed è tutt’altro che casuale che il generale e i suoi seguaci provengano tutti da formazioni già esistenti, accolti dentro contenitori che di rivoluzionario non hanno nulla. Dal M5S in poi, la sequenza è sempre la stessa: ogni insorgenza che prometteva di scardinare il sistema è finita per svolgervi la medesima funzione consolatoria. Se Vannacci avesse fondato ex novo un partito che proponesse davvero l’assimilazione violenta degli stranieri, la conversione dell’economia in arma, la disponibilità collettiva alla guerra e al lutto che ne consegue, allora sì che il discorso muterebbe di segno. Ma quel partito non esiste, né poteva esistere. Non troverebbe un popolo disposto a incarnarlo.

Qui si annida il rovesciamento decisivo, e vale la pena soffermarsi sul punto che più d’ogni altro tradisce l’equivoco: la questione degli stranieri. Le nazioni che coltivano davvero la potenza risolvono la presenza aliena assimilandola, ossia piegandola con la forza fino a farne carne propria, lingua propria, materia viva per le proprie guerre. È un’operazione feroce, che esige una sovranità piena e una gioventù esuberante pronta a versare sangue. È anche, si badi, un’operazione che l’egemone d’oltreoceano non ci consentirebbe: alle province del suo impero è interdetto assimilare, poiché assimilare è prerogativa di chi aspira a contare per sé, e in quella pretesa la potenza tutelare fiuterebbe all’istante una pericolosa inclinazione eversiva. A noi, satelliti, è concesso soltanto integrare. Vannacci, del resto, non propone nulla che somigli all’assimilazione, e non potrebbe. Propone il rimpatrio, l’espulsione, la sottrazione: la fantasia di risolvere per allontanamento ciò che non si ha la forza di piegare. Ma il rimpatrio è illusorio quanto l’integrazione che dice di aborrire, e ne è anzi il gemello segreto. Espellere e integrare sono i due modi con cui una società disarmata schiva l’unica strada che costerebbe sangue. Sono, entrambe, forme di rinuncia travestite. Due maniere di non fare la storia.

Che una porzione tanto larga di elettorato si riconosca in quella postura non contraddice la diagnosi: la conferma. Chi acclama il generale non muta di una virgola i propri comportamenti reali. Non genera figli. Non abbraccia il rischio. Non rinuncia al benessere pazientemente accumulato. Il massimalismo si è fatto consumo estetico, non progetto. E il meccanismo del consenso ne svela la natura, che è quella di una delega.

A Vannacci, come alle insorgenze che l’hanno preceduto, si affida l’incarico immaginario di riportare indietro le lancette dell’orologio, di rimettere in moto la storia che pareva essersi fermata, affinché noi si possa continuare indisturbati a bighellonare nel post-storico. Gli si chiede, in fondo, di fare la storia al posto nostro. Così da non doverla fare mai.

Come chi l’ha preceduto, anche Vannacci sarà riassorbito, normalizzato, ridotto a corrente di un partito qualunque, merce di scambio per un sottosegretariato o per un posto in lista. Allora ci stupiremo, con la consueta smemoratezza, di quanto poco fosse rimasto di quel vento antico che avevamo scambiato per il ritorno della storia. Ci stupiremo, e passeremo ad altro. È il destino di un paese che ha delegato ad altri persino la propria nostalgia: Pasolini, mezzo secolo fa, quella mutazione la vide per primo e la pagò con l’isolamento e l’odio dei suoi contemporanei. A noi vederla non costa più nulla: l’abbiamo ridotta a puro avanspettacolo.

Aggiornato il 22 luglio 2026 alle ore 10:22