Pubblichiamo di seguito l’articolo redatto dalla Presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo in occasione dello speciale dedicato alla strage di via D'Amelio in ricordo di Paolo Borsellino curato da Alessandro Cucciolla per L'Opinione delle Libertà
Trentaquattro anni che pesano come macigni sulla storia della nostra Nazione. Cinquantasette giorni che scandiscono un tempo mai davvero concluso, un tempo che ha portato polvere, sangue e macerie su una delle persone migliori che questa dannata e bellissima Italia abbia mai espresso.
È sempre difficile, per me, parlare di Paolo Borsellino.
Farlo a pochi giorni dallo svelamento della Fiat Croma sulla quale viaggiava un altro gigante del nostro tempo, Giovanni Falcone, che perse la vita nell’inferno di Capaci, è semplicemente straziante.
Amici, colleghi, fratelli nel servizio dello Stato, figli della stessa terra che troppo spesso decide destini e traccia percorsi di vita.
Paolo Borsellino rappresenta ciò che tutti dovremmo essere: uomini e donne dalla schiena dritta, amanti della libertà e profondamente convinti che la forza della legge e dello Stato sia il più potente antidoto all’antistato. La dedizione assoluta al lavoro come missione, come ricerca instancabile della verità e delle risposte alle tante domande che hanno fatto della mafia il male oscuro del nostro tempo.
Oggi, come 34 anni fa, nulla ha scalfito la forza dirompente di un siciliano saldo come la roccia, capace di vedere e comprendere prima degli altri dove si annidasse il male e come si estendessero le sue ramificazioni.
Paolo, Palermo e la sua Sicilia: un amore profondo, lo stesso che lo legava alla sua famiglia e ai suoi adorati figli, che ancora oggi, con la medesima dignità e lo stesso amore, continuano a chiedere una verità tanto dolorosa quanto necessaria.
Non ho mai nascosto il legame umano e ideale che mi unisce a questa famiglia. Lucia e Fabio, Fiammetta e Manfredi rappresentano una testimonianza autentica e incrollabile di forza, di disarmante dolcezza e della tenacia di chi continua a credere nella verità.
Da presidente della Commissione parlamentare antimafia ho accolto fin da subito il loro appello a cercare quella verità negata, soffocata da depistaggi, tradimenti e da una solitudine che, giorno dopo giorno, ha cercato di uccidere anche la memoria di un eroe.
Il lavoro della Commissione su via D’Amelio è stato costellato di ostacoli. Pseudo-teoremi, depistaggi, paladini a chiamata, egocentrismi etero diretti, velleità personali e frustrazioni politiche e personali frutto di fallimenti professionali, hanno tentato di imporsi come verità, ma sono stati puntualmente smentiti dalla forza dei fatti.
I fatti. È da qui che siamo ripartiti.
Abbiamo riaperto quei cassetti chiusi e impolverati pieni di carte e documenti che per troppo tempo nessuno ha voluto aprire. Anche i cassetti e i faldoni dello studio di Via Cilea, un’emozione indescrivibile, indicibile, che prima o poi proverò a raccontare.
Riprendere in mano le indagini, seguire le intuizioni, ricostruire quel groviglio politico-mafioso che soffocava la Sicilia e l’Italia, fatto di denaro, affari e sangue. Questo è stato il nostro lavoro, perché non saremo mai pronti a fare i conti con noi stessi e con la nostra storia se non riusciremo a trovare quella verità nascosta che separa la morte di Giovanni Falcone da quella di Paolo Borsellino.
A Paolo, infatti, è mancato il nostro scudo civico e morale.
Oggi il suo ricordo ci riporta inevitabilmente allo scudo umano che gli offrirono, fino all’ultimo istante, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina.
Diciamolo senza ipocrisie: con Paolo e con i suoi angeli sono saltati in aria anche una parte dei nostri valori e delle nostre certezze.
Ed è il sorriso di Emanuela, prima donna della Polizia a perdere la vita in servizio, impresso nella nostra coscienza e nella nostra memoria, a ricordarcelo ogni giorno.
La storia che ha condotto alla morte di Paolo Borsellino rappresenta l’esempio più evidente del tradimento elevato a metodo, dell’isolamento trasformato in strategia, della delegittimazione politica e morale utilizzata come arma, fino a diventare il trofeo da consegnare a quel nido di vipere.
Per noi Paolo non è morto.
Vive nella forza del suo esempio, nella sua idea di giustizia e nel coraggio di chi continua a cercare la verità. Ed è proprio quella verità, prima o poi, che porterà le “vipere” a smettere di produrre quel veleno che ha infettato la storia della nostra Nazione.
Paolo, oggi più che mai, sarà il nostro antidoto.
(*) Presidente della Commissione parlamentare antimafia
Aggiornato il 20 luglio 2026 alle ore 14:16
