L’antimafia del “sospetto permanente”

Se la ricerca della verità sui fatti diventa una colpa politica

​C’è un’arte sottile e pericolosissima che da decenni inquina il dibattito pubblico italiano, specialmente quando si parla di lotta alla mafia: l’arte dell’insinuazione preventiva. Quella tecnica per cui non si contesta la competenza di un professionista, non si smontano i fatti, ma si lancia un’ombra, un “ma”, un dubbio logorante per delegittimare il lavoro futuro. Il recente articolo di Morici pubblicato su La Valle dei Templi ne è un manuale da scuola di giornalismo d’assalto. ​Un pezzo che, dietro lo scudo del “dovere di cronaca” e di un finto fair play (“Buon lavoro, avvocato Giordano”), mette in piedi un processo alle intenzioni che merita di essere smontato pezzo per pezzo.

IL BERSAGLIO GROSSO: DELEGITTIMARE LA COMMISSIONE COLOSIMO

​Diciamoci la verità, senza l’ipocrisia dei giri di parole: l’obiettivo profondo di questo scritto non è solo l’avvocato Stefano Giordano, neo-consulente della Commissione parlamentare Antimafia. Il vero bersaglio politico è la presidenza di Chiara Colosimo e l’intero corso attuale della Commissione.

​L’articolo evoca lo spettro del “tribunale politico”, lancia l’allarme sulla fine del “bilanciamento pluralistico”, ma dimentica ˗ o finge di dimenticare ˗ la natura stessa della Commissione Antimafia. Parliamo di un organo d’impulso politico e legislativo, composto da parlamentari di ogni schieramento. Dov’è il venir meno del pluralismo se l’opposizione siede stabilmente in quella Commissione, pronta a fare le sue battaglie e a presentare le sue relazioni di minoranza, come è sempre avvenuto nella storia della Repubblica?

​Insinuare che la nomina di un consulente trasformerà l’Antimafia in un “tribunale a senso unico” è un insulto all’intelligenza dei lettori e un tentativo maldestro di bloccare sul nascere qualsiasi filone d’indagine sgradito a certi salotti progressisti o a vecchi teoremi giudiziari.

LA COLPA DI GIORDANO? STUDIARE I FATTI E NON I TEOREMI

Stefano Giordano ˗ figlio del memorabile Presidente del maxiprocesso Alfonso Giordano, uomo che ha dimostrato con i fatti e con il coraggio cosa significhi servire la giustizia ˗ viene liquidato come l’anello di congiunzione di una “precisa e controversa narrazione storica”. Quale sarebbe questa narrazione?

Quella che osa mettere il naso sul dossier “Mafia Appalti” e sulla strage di via D’Amelio. ​Morici cita il generale Mario Mori come il “grande vecchio”1 che avrebbe tentato di indirizzare i lavori della Commissione.

Ma analizziamo i fatti storici e giudiziari, quelli veri.

​Il dossier “Mafia Appalti” non è un’invenzione del generale Mori o di una “parte politica”. È il rapporto del Ros su cui stavano lavorando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino prima di essere uccisi. È il filone economico che i corleonesi temevano di più.

La tesi secondo cui la strage di via D’Amelio sia legata all’accelerazione che Borsellino voleva dare proprio alle indagini su mafia e appalti non è un “verdetto precostituito”, ma un’ipotesi investigativa gigantesca, supportata da sentenze che hanno accertato il “più grande depistaggio della storia d’Italia” (la vicenda Scarantino).

​Allora sorge il dubbio: perché scavare su Mafia e Appalti e sulle reali motivazioni che portarono alla morte di Borsellino fa così paura a certa stampa? Perché l’arruolamento di professionisti che vogliono studiare quel filone viene dipinto come una deriva pericolosa?

​La serietà, come ricordava il padre dell’avvocato Giordano, si dimostra prima nello studio dei fatti e solo dopo nelle parole. Evidentemente, per qualcuno, ci sono fatti che non devono essere studiati.

​Alla fine, la domanda cruciale che ogni lettore deve porsi davanti al pezzo di Morici è una sola: questa informazione, sospesa tra teorie del sospetto e insinuazioni preventive, alla fine favorisce chi? ​Certamente non favorisce la ricerca della verità.

Favorisce chi vuole che l’Antimafia resti intrappolata in vecchi schemi, in narrazioni comode e preconfezionate che ignorano i punti oscuri delle stragi del ‘92. Favorisce chi preferisce la palude del sospetto continuo alla concretezza degli atti d’indagine. ​La morale che ci resta in bocca dopo la lettura di quel pezzo è amara.

È la morale di un’antimafia di facciata, che accetta il pluralismo solo quando si muove sui binari decisi da una certa egemonia culturale.

Se la Commissione Colosimo e i suoi consulenti, come l’avvocato Giordano, avranno il coraggio di andare in fondo, guardando ai fatti e non alle tessere di partito, avranno fatto il loro dovere costituzionale.

Buona fortuna a loro, perché contro il fango del pregiudizio ne avranno davvero bisogno.

Aggiornato il 13 luglio 2026 alle ore 15:31