Ricordare Marco Pannella

Inevitabile, in queste ore, pensare a Marco Pannella. Credo che tanti che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo lo stiano facendo. Lui diceva spesso: se convinco i radicali, ho convinto il mondo. Paradosso, ma non tanto. In tante occasioni quello che osservatori pigri e superficiali definiscono il “padre padrone dei radicali”, ha dovuto faticare per superare le resistenze, i dubbi, le perplessità con cui accoglievamo le sue proposte e obiettivi, che ci sembravano irrealistiche velleità da don Chisciotte. Nei congressi e nelle assemblee di partito spesso ha dovuto far ricorso a tutte le sue astuzie e capacità seduttive.

Oggi tutti sembrano dargli ragione, ne riconoscono meriti, capacità, lungimiranza. Una costante, quella di vedersi riconosciuta la ragione, ma a posteriori. Ho anni sufficienti per ricordare che molti lo contestarono quando aprì un confronto con la destra di Almirante, Plebe, De Carolis. Oppure quando propose referendum a pioggia, la raccolta di milioni di firme per dieci, venti, trenta referendum contemporaneamente; non mancarono i radicali che obiettarono che era una esagerazione. Negli anni Ottanta per primo ha intuito che bisognava dare risposte concrete, politiche, allo sterminio per fame di milioni di persone in Africa; se quella bomba fosse stata disinnescata per tempo, molte delle tragedie legate all’immigrazione che si consumano oggi, si sarebbero evitate. Lo comprese il Vaticano di Papa Wojtyla, ma non pochi radicali allora parlarono di mistica irrealistica, per eludere questioni concrete. È accaduto quando ci invitò a puntare sulla questione giustizia, le carceri e il loro degrado, la questione dei processi che non finiscono mai, i giudici che non pagano per i loro errori, la giustizia giusta e la quotidiana, martellante campagna per l’amnistia; freddi e scettici anche alcuni tra i più stretti sodali.

Gli hanno rimproverato di non voler costruire un partito organizzato; il suo voler dare vita a un Partito Non violento nel metodo e nella strategia, Transnazionale e Transpartito, che supera i confini della nazione, senza preconcette barriere ideologiche, per loro era una fuga dalla realtà. Dicevano, e qualcuno dice ancora, che, come il dio Crono, divora i suoi figli politici. Un luogo comune: in realtà è il contrario, sono i suoi figli politici che spesso si cibano di Pannella, e quasi sempre, dopo averlo contestato, raccolgono i frutti di quei loro dissensi.

In queste ore c’è chi si interroga su chi ha raccolto la sua eredità. Non hanno capito nulla. Pannella non lascia eredità, non ha eredi. Lascia un metodo, un modo per vedere, capire, sentire. Non è un’eredità, è un patrimonio. Di tutti, per tutti.

Aggiornato il 19 maggio 2026 alle ore 09:54