Per un moderno cantiere liberale

Il 2027 non sarà solo l’anno delle elezioni politiche (e delle successive elezioni del presidente della Repubblica) ma rappresenta un’altra occasione utile per dare al nostro Paese una certa idea d’Italia liberale. L’Italia del dopoguerra, seppur all’interno di una democrazia bloccata, vide trionfare il modello democratico-capitalistico su quello comunista che tuttavia mantenne una forte egemonia culturale. Una vera rivoluzione liberale in Italia non c’è mai stata, si può al massimo dire che ci sono stati uomini come Camillo Benso conte di Cavour, Giovanni Giolitti, Alcide De Gasperi, Benedetto Croce, Luigi Einaudi che hanno segnato una stagione e gettato le basi dello Stato unitario e post-unitario. Il Risorgimento fu un’operazione romantica ma elitaria perché priva del coinvolgimento delle masse popolari (soprattutto nel Meridione), Giovanni Giolitti dovette fronteggiare le spinte cattoliche e socialiste che chiedevano a gran voce l’entra nello Stato nazionale e infine l’avvento del fascismo decretò la fine di ogni illusione liberale che fu sancita dalla morte per mano fascista di Giovanni Amendola, di cui quest’anno ricorrono i cento anni dalla scomparsa (1926-2026).

Il Pli, ricostituitosi dopo la fine della dittatura e la sua filosofia di pensiero rimasero nella Prima Repubblica schiacciati dall’eredità fascista e poi da quelli che il professor Settembrini definì i due “clericalismi” dominanti: comunismo e cattolicesimo. In questa scia si inserisce anche la grande vittoria nel 1994 di Silvio Berlusconi che tra editoria e politica ruppe quel grande asse tra Dc-Pci agevolato da una rivoluzione giudiziaria. La stagione berlusconiana mancò tuttavia delle grandi riforme strutturali ma dette al Paese un’immagine nuova, la sicurezza di avere finalmente a Palazzo Chigi un imprenditore, un uomo che proveniva da quella trincea del lavoro che aveva fatto grande l’Italia. Era seducente e i suoi colori offuscarono le tristi ritualità della vecchia liturgia repubblicana. Ma anche il Cavaliere dovette scontrarsi con la macchina dello Stato e soprattutto con una cultura italiana della “conservazione”, secondo cui abbiamo la Costituzione più bella del mondo e un amore viscerale nei confronti dello Stato sia esso assistenziale, regolamentatore o interventista.

E oggi?

Giorgia Meloni non proviene da una cultura liberale, ma ha governato con “prudenza” (Giovanni Orsina) senza però avere coraggio. La riforma della magistratura ˗ seppur bocciata ˗ è stata importantissima e in cinque anni non si risolvono i problemi di una vita, però si poteva dare un segnale anche partendo dalle nomine: dove sono finiti Alberto Mingardi, Serena Sileoni, Nicola Rossi, Stefano Parisi, Anna Monia Alfieri, Ginevra Cerrina Feroni, Giovanni Orsina, Mario Baldassarri, Luca Ricolfi, Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Corrado Passera? Giusto per citare alcuni nomi e dimentico i molti disseminati tra imprese pubbliche e private nonché tra le cattedre accademiche. Sarebbe stato il segnale di una nascente grande leadership, una leadership cresce con lo spessore della sua classe dirigente. La leadership di Meloni può avere ancora un’opportunità se rompe con il conservatorismo di Stato (rendita uguale consenso), con la navigazione a vista e fa riforme strutturali di risanamento e rilancio del sistema-Paese (fisco, lavoro, imprese, digitalizzazione, nucleare).

Ma non è tuttavia alla Premier che mi rivolgo ma a Forza Italia e al suo segretario, Antonio Tajani. Il partito fondato nel 1994 da Silvio Berlusconi e da autorevoli professori di area liberale come Marcello Pera, Giuliano Urbani, Paolo Del Debbio, Lucio Colletti ecc, rimane ancora oggi la casa più “naturale” a cui guardano i liberali italiani. Ha una struttura di partito consolidata, è già all’interno della macchina pubblica dove può incidere direttamente ed ha una maggiore attenzione alle tematiche inerenti la libertà di mercato, la concorrenza, la difesa comune europea, eccetera. Lo scenario che si apre con il 2027 deve riportare il partito ad essere il centro della politica liberale con un’agenda in grando di dettare i temi tanto all’opposizione quanto all’area di maggioranza relativa. E lo deve fare ripartendo da due filoni che negli anni si sono smarriti: la cultura e l’economia. Proprio all’interno del mondo liberale abbiamo grandi esempi del passato in cui la cultura e la politica andavano di pari passo, Giovanni Spadolini parlava di “pensiero e azione”, un binomio inscindibile che garantiva autorevolezza.

È necessario quindi ripartire da scuole di formazione, seminari, valorizzazione di case editrici indipendenti di area, think tank, dal prestare interesse e non chiusura verso i grandi istituti da cui attingere idee e proposte, nonché sviluppare una comunicazione capace di parlare ai giovani, sempre più attratti dalla narrativa vetero-marxista. E non meno importante il lato economico, prendendo spunto anche da come si mosse Matteo Renzi quando salì a Palazzo Chigi. Aprire al mondo privato manageriale e avere una politica inclusiva sulla base delle idee ma anche delle competenze. Proprio per questo mi auguro che dalla segreteria di Fi non si perda l’occasione di portare dentro il partito Luigi Marattin (Pld) che ha tutte le carte in regola per vivacizzare un nuovo pensatoio economico liberale destinato a incidere nelle prossime scelte elettorali. In particolare, l’ingresso di Marattin non sarebbe solo una manovra tattica, ma una necessità basata su tre pilastri:

1) Consolidare Fi come l’autentico polo liberale-democratico;

2) Dare, appunto, forza al progetto economico del partito;

3) Aprire ad una nuova generazione.

L’operazione passerà dalle dovute segreterie di partito e sarà a porte rigorosamente chiuse, ma la necessità di mettere in piedi un moderno cantiere liberale che sappia interloquire tanto a destra quanto ai riformisti di sinistra si spera che sia cominciato. In gioco non c’è solo la personale sopravvivenza dei vari partititi o partitini ma il futuro dell’Italia come moderna e credibile democrazia capitalista legata a Bruxelles e all’Alleanza Atlantica.

(*) Editore di Straborghese Edizioni e ideatore del think tank L’Italia dei liberali

Aggiornato il 06 maggio 2026 alle ore 11:07